Speciale: effetto Zilahy




A tu per tu con l’autore

 

A volte capita anche nell’editoria italiana, così profondamente sonnolenta rispetto alle altre, di saper riconoscere un talento puro, qualcosa di unico che forse si attendeva da tempo. E allora scatta il passaparola, l’unico strumento ancora efficace che la stessa editoria ha per sopravvivere a sé stessa. Mirko Zilahy ne è l’esempio più completo. La sua trilogia è un indubbio successo di pubblico e allo stesso tempo un riconoscimento da parte degli addetti ai lavori che hanno compreso quanto i suoi romanzi abbiano tutte le caratteristiche per conquistare anche i lettori internazionali. Un effetto inaspettato e gradito che ha portato una ventata di modernità e novità nell’editoria italiana.

Mirko Zilahy racconta per la prima volta la sua trilogia in questa esclusiva intervista per i lettori di Thrillernord.

 

La trilogia del commissario Mancini è davvero un grande successo editoriale perché è sancito dall’apprezzamento continuo del pubblico e dei tanti lettori che ogni giorno scoprono i suoi romanzi. Si aspettava tutto questo quando ha cominciato a scrivere il primo capitolo di È così che si uccide?

Lo speravo, ovviamente. Ma quando si inizia a scrivere lo si fa per sé stessi, per la storia, o per la scrittura. Io volevo dimostrare a me stesso, dopo anni di lavoro editoriale come redattore, editor e traduttore, di riuscire a proporre qualcosa di diverso in un genere che è percepito dal pubblico, dai lettori, come immutabile. È così che si uccide ha messo insieme il bisogno di affrontare un’immagine ricorrente e dolorosa legata alla morte di mia madre con una lingua e moduli espressivi fuori genere, un personaggio vero e una Roma oscura, quasi vittoriana.

 

 

 

Secondo lei, cosa ha di così speciale Enrico Mancini che tutte le lettrici si innamorano di lui?

È un uomo che non nasconde il suo dolore ma non si piange addosso. È completamente dentro al suo mondo, tanto da sembrare assente, ma lì è il migliore in quello che fa. È ombroso, impegnato a combattere qualcosa che è molto vicino alla morte, il male che ritrova in sé stesso prima che nei criminali a cui dà la caccia. E la paura, che lo segue ovunque. È un personaggio che non si fa facilmente ben volere, poco empatico, direbbe qualcuno. Vero, dico io. Ma un uomo che ha perso la moglie non ha tempo per cercare consensi tra i colleghi (o tra i lettori), deve sopravvivere a sé stesso, mettere barriere, indossare dei guanti per mettere distanza tra sé e il mondo esterno.

 

 

 

Parliamo della sua Roma, se non fosse una città così complicata e arresa a sé stessa sarebbe risultata parimente la coprotagonista ideale di tutti e tre i romanzi?

Roma è la protagonista dei miei romanzi. È scenario e attrice, insieme. Tornato qui dopo cinque anni a studiare e insegnare in Irlanda e altri in giro per l’Italia, ho trovato una città sconosciuta. Avevo perso lo sguardo del ragazzino che la abbandona e la rimpiange o era cambiata davvero? Entrambe le cose. Ma la distanza che avevo messo tra me e lei ha formato uno sguardo obliquo, capace forse di tirare a galla l’anima della mia città. Una faccia doppia: la bellezza e la morte. Non c’è monumento, chiesa, colonna o sasso a Roma che non parli di queste due cose contemporaneamente. Pensiamo al Colosseo. Quante volte ci siamo fermati a osservarlo rapiti dalla bellezza maestosa dei suoi archi e quante ci siamo fermati per un selfie? Nel momento in cui scattiamo la foto però non pensiamo a quanta gente è morta lì dentro per il divertimento del popolo e degli imperatori. Potrei andare avanti… Attorno a questa idea ho costruito l’intera trilogia, regalando tre teatri diversi alle opere violente dei miei serial killer.

 

 

 

Ha mai paura di non riuscire più a scrivere qualcosa di così perfetto come La forma del buio?

L’ispirazione è un mito romantico. La Forma del Buio è un romanzo stilisticamente molto lavorato, con una trama visionaria e un serial killer fuori dal mondo. L’idea di base è che la realtà sia un’invenzione come dice ad esempio Jung. E che la psiche intervenga a fare da filtro con l’esterno, rielaborando tutto ciò che è fuori da noi e tentando di addomesticarlo, rendercelo gestibile emotivamente. Una continua automenzogna a cui ci affidiamo quotidianamente. E se ci fosse un uomo incapace di leggere quella che noi chiamiamo realtà? Se invece proiettasse la propria di grammatica (strutture mentali che decodificano e danno senso al fuori) all’esterno? E se la sua grammatica fosse quella del mito greco, delle sue figure, dei suoi mostri? E se, magari, comparisse a Roma, seminando le sue istallazioni mitologiche fatte di carne e di ossa in giro per i parchi della città Eterna?

 

 

 

Sfogliando un po’ il suo curriculum si legge che lei ha fatto tante cose interessanti ma mai una scuola di scrittura o un corso sulla scrittura o qualsiasi cosa gli assomigli vagamente eppure a scrivere è considerato uno dei più bravi. Dunque, quale è il suo segreto?

La scrittura si impara, e lo si può fare in tanti modi. Le scuole di scrittura possono essere un buon percorso anche per mettersi alla prova in classi competitive e con docenti che quel mestiere lo fanno davvero e con successo. Ma come tutti i mestieri, scrivere vuole impegno quotidiano, volontà, nel mio caso direi più ossessione. Per la lettura e per la scrittura. E come ogni arte (o artigianato) la tecnica è necessaria. E tutti possono impararla. Un tempo c’era la retorica che da sostantivo oggi è diventato un aggettivo scomodo e negativo. In realtà è una necessità, un laboratorio con strumenti e materiali, senza i quali si può fare poco che valga la pena di leggere o che si spera che resti nel tempo. Io tento di scrivere in un certo modo perché i miei maestri vengono dall’Ottocento e sono convinto che ancora oggi si possano scrivere romanzi che restino nell’orecchio del lettore, oltre che nel cuore. Thriller scritti con un’intenzione linguistica letteraria che non siano tutti identici (nomi dei personaggi e luoghi a parte) nella struttura semplice, dal ritmo paratattico e tutt’altro che atmosferico.

 

 

 

Se dovesse racchiudere l’intera trilogia in una sola frase quale sceglierebbe e perché

Io la chiamo la trilogia degli spettri. Roma è la città più fantasmatica al mondo, molto più di Londra, Dublino o Edimburgo. Tutti i personaggi sono invasi dai fantasmi del passato, dai segreti, dalle paure. E infine, Spettri sono i tre temi di È così che si uccide, La Forma del Buio e Così crudele è la fine: la giustizia, la realtà, l’identità. Concetti con cui abbiamo a che fare ogni giorno dai tempi dei greci e che hanno profondamente cambiato il loro significato nella contemporaneità.

Mirko Zilahy

 

A cura di Antonia del Sambro


Mirko Zilahy (Scheda Autore)