Stagione di sangue






(recensione di Sara Gavioli)
Autore: Lorenzo Scano
Editore: Watson
Pagine: 260
Genere: Noir
Anno Pubblicazione: 2016
 

Sinossi

Nel passato di una cittadina di provincia, alle porte di Cagliari, è sepolta una brutta storia di corruzione e violenza insabbiata dalle forze di polizia locali.
Il trascorso, però, è destinato a riemergere quando in città fa il suo arrivo Carmine Cannas, uno sbandato appena uscito di prigione. Carmine vorrebbe rigare dritto e reinserirsi nella società, ma la sua fedina penale non glielo permette; così, quando gli viene proposto di fare un sacco di soldi sporchi, accetta e si caccia in qualcosa di molto grosso, scoperchiando quello che qualcuno vorrebbe mantenere sepolto.
La sua storia si intreccia con quella di Lisa, vedova di un poliziotto e madre di un ventenne che sta scontando tre anni e mezzo di prigione per spaccio, una donna a pezzi ed emotivamente instabile, che frequenta lo studio di uno psichiatra e non riesce mai a trovare la vera svolta nella sua vita. E quando il figlio uscirà di prigione sarà soltanto l’inizio di un’altra brutta storia.

Recensione

Quello che colpisce fin dalle prime pagine di Stagione di sangue è la voce del narratore, o almeno questo è successo a me.
Con una scrittura limpida, dal tono tranquillo, Scano ci racconta la storia del paesello sardo chiamato Capoterra: seimila abitanti appena, isolato e dalla brutta fama.
Non tutti hanno memoria, ci viene detto. Il nostro narratore, però, ce l’ha e parla di omicidi, sparizioni e fattacci accaduti in quel luogo sperduto. Così si apre il romanzo, e il lettore si trova a girare le pagine una dopo l’altra catturato dalla sequenza di descrizioni inquietanti, narrate con maestria e con la grazia particolare che caratterizza lo stile dell’autore.
Andando avanti ci immergiamo nella vita di Carmine, carcerato appena uscito di prigione, e in parallelo seguiamo quella di Lisa, madre di un ragazzo arrestato per questioni di droga.
Mi ha appassionato, in particolare, il punto di vista della donna: Scano riesce a rendere il suo dolore in modo efficace, straziante. Leggere del suo affetto materno ferito mi ha colpito molto.
Questo ragazzo, Federico, è lo stesso che lei nutriva al seno; è lo stesso al quale donava la paghetta, aggiungendo sempre qualcosa in più per farlo contento.
E ora è un altro, un essere pieno di rabbia che fa uso di coca.
Lo sgomento di Lisa fa male, e siamo solo all’inizio.
Mentre Carmine è costretto a nascondersi, per evitare che il compagno dell’invitante Clara lo veda in circostanze difficili da spiegare, assistiamo anche a una sapiente gestione dei dialoghi.
Sarà proprio l’ex carcerato, con il suo ritorno, a portare a galla una vicenda che sembrava ormai dimenticata. Carmine rimane coinvolto suo malgrado in un brutto affare, e le strade dei diversi personaggi, com’era immaginabile, finiscono per incrociarsi.
Il romanzo ha nel complesso un ritmo, per così dire, rilassato. Senza mai bloccarsi del tutto, potrebbe però non convincere gli amanti dell’azione. Ha una certa delicatezza e una spregiudicatezza di fondo al tempo stesso, che insieme potrebbero destare interesse anche nel lettore poco abituato alle atmosfere da noir. Se da un lato, quindi, la critica che potrei muovere è l’aver trovato una certa lentezza, specie nella parte centrale, dall’altro lato ho apprezzato lo stile già maturo di Scano e sono convinta che possa conquistare i lettori.
Il fascino di Stagione di sangue sta nei personaggi ben delineati e nella voce narrante, che ho trovato particolare.
Sicuramente una bella prova di scrittura da parte di un giovane autore che, pensiamo, farà parlare di sé.

Estratto:

“Manuela Meloni morì mentre quella bufera assediava la provincia.
Come le vittime precedenti, prma venne stuprata e poi uccisa; quella volta gli assassini si servirono di una pietra per sfondarle la testa.
Il giorno seguente alla sua scomparsa, mentre il nubigragio era ancora in corso, una squadra di barraccelli rinvenne il cadavere in un pioppetto vicino a una fabbrica abbandonata da tempo.
I media: scrissero idiozie e titolarono Il bosco maledetto. Un accattone: “So chi sono gli assassini della ragazza.
Li ho visti”. Si tesero le orecchie: “Gli alieni!”. I poliziotti locali archiviarono la sua testimonianza e lo rispedirono da dov’era venuto, sotto un viadotto. Questo fatto avvenne a marzo e destò ancora una volta l’attenzione su quei sobborghi in cui, era evidente, si aggirava una banda, un branco, di lupi cattivi che si macchiava di crimini orrendi e perpetrava abominevoli omicidi.
Il Municipio fu preso d’assalto. Ci fu una manifestazione in cui si chiedeva più solerzia nelle indagini.
Tra gli abitanti, quel sentimento che fino ad allora aveva sopito gli animi attraverso la paura, germogliò nel seme della collera, della violenza e della giustizia sommaria.
La reazione fu seria: un gruppo di uomini prese a riunirsi nel retro di una tavola calda, nel dopo lavoro, e venne messa in piedi una squadra di vigilantes che pattugliava i quartieri periferici al calare del buio…”.

L’AUTORE – Lorenzo Scano, è un giovane scrittore che vive a Capoterra, vicino a Cagliari.


INTERVISTA
1) Il tuo stile è molto elegante, sofisticato senza risultare eccessivo. Hai sempre scritto così, oppure hai diversi manoscritti rimasti nel cassetto, che ti hanno aiutato a imparare?

Lo stile che utilizzo è frutto un esercizio di scrittura continuo, costante e a tratti anche estenuante: fino a quando una frase non suona al meglio o non mi convince, mi ci soffermo e la lavoro, la limo, la strutturo puntigliosamente. Un processo che, devo dirlo, mi è sempre risultato piuttosto naturale. Odio essere approssimativo nella scrittura così come nella vita.

2) Nel tuo romanzo, l’ambientazione ha un ruolo importante. Che rapporto hai con Capoterra e con la Sardegna?

Capoterra, a 15 minuti da Cagliari, è la cittadina in cui vivo e nella quale ho deciso di ambientare il romanzo. La scelta non è stata casuale. Questa storia, per motivi storici, non avrebbe potuto essere ambientata altrove. La speculazione edilizia di cui parlo all’inizio è avvenuta realmente, così come sono reali diverse delle dinamiche criminali narrate. Lo spaccio, per esempio, e il fatto che in passato dei personaggi oscuri abbiano influenzato la politica locale negli anni dell’urbanizzazione selvaggia. Il mio rapporto con la Sardegna è simile a quello di tanti altri sardi: alle volte vorremmo scappare dal mare di problemi che la affligge, ma quando siam lontani ci piange il cuore.

3) Ti va di raccontarci un aneddoto sulla prima stesura del libro? Qualcosa di interessante o divertente che è capitato mentre scrivevi, che ti ha ispirato…

Farà sorridere ai lettori – meno a me, credimi – il fatto che durante la stesura del romanzo, il file si danneggiò per ben due volte, persi diverse cartelle e capii che era meglio munirmi di una chiavetta…

4) Come vedi il tuo futuro nel mondo della narrativa? Scriverai ancora?

Sì, sto concludendo un nuovo romanzo. In futuro spero di raggiungere un pubblico sempre più vasto e di poter far apprezzare i miei libri dal sud al nord dell’Italia.

5) “Stagione di sangue” è pubblicato dalla Watson, giovane casa editrice romana che ha suscitato il mio interesse da subito per la cura grafica e la chiarezza d’intenti. Come ti trovi con loro?

Ivan Alemanno, titolare della Watson Edizioni, è due cose: una persona squisita e un sognatore. Punta alla qualità, non alla quantità, e le copertine delle varie collane ne sono un esempio perfetto. Penso sia difficile, nell’ambito della piccola editoria, trovare edizioni curate come quelle della Watson.

6) Dove scrive Lorenzo Scano? Hai una postazione preferita, oppure sei uno degli scrittori che troviamo al bar con un portatile?

Scrivo nella mia camera. Devo essere solo, in silenzio e senza distrazioni esterne.

7) Che consiglio daresti a un aspirante scrittore?

Leggere, leggere, leggere. Dopo, leggere ancora.

7) Quali autori di thriller o noir vorresti far conoscere ai lettori?

Personalmente, mi sono formato su mostri sacri come James Ellroy, Jim Thompson, Edward Bunker e Joe R. Lansdale. Come italiani, impossibile escludere dalla lista Massimo Carlotto. Ma, a mio avviso, i noiristi migliori sono quelli di nicchia (almeno in Italia). La lista è lunga, e va da Brian Garfield a David Goodis, passando per Joe Gores e Donald Westlake.

Lorenzo Scano

Recensione e intervista a cura di Sara Gavioli

http://www.saragavioli.net