Terminus Nord




Le nuove inchieste di Nestor Burma

A cura di Loredana Gasparri


Autore: Jerome Leroy

Editore: Fazi Editore

Traduzione: Francesca Angelini

Genere: Narrativa straniera

Pagine: 240

Anno di pubblicazione: 31/10/2019

 

 

 

 

 

Sinossi. Nestor Burma è ormai un personaggio di culto. Questo romanzo inaugura una serie a lui ispirata: un omaggio a Léo Malet da parte dei grandi autori del noir francese contemporaneo, che riscrivono le avventure del famoso detective in chiave odierna. Il Burma 2.0 è un quarantenne nella Parigi di oggi: mangia sushi e detesta i social, la sua agenzia si chiama Fiatlux.com ma ha ancora sede in rue des Petits-Champs, dove l’uomo, single, vive. Un Burma più romantico, ma mosso dalla stessa pulsione etica di una giustizia che non necessariamente collima con quella della legge e dei tribunali. Antirazzista, mantiene la sua inconfondibile vena anarchica. All’interno della polizia c’è una corrente passata al lato oscuro, al comando di un anziano uomo di Stato con simpatie fasciste che sogna di instaurare un nuovo ordine antidemocratico in Francia. Insieme a un gruppo di malviventi, di cui fa parte il rumeno Moscovici, questi poliziotti corrotti sono coinvolti nella tratta di bambini stranieri, prevalentemente afgani, di cui si perdono le tracce a Parigi. La stessa sorte toccherà anche alla misteriosa fanciulla bionda che un vecchio amico di Nestor ha incontrato e aiutato innamorandosene perdutamente. Collaborando strettamente con la commissaria di polizia Faroux, Nestor Burma risolverà anche questo mistero, che non mancherà di appassionare tutti i suoi fan.

 

 

 Recensione 

Avendo letto poco tempo fa il Nestor Burma “originale”, quello 1.0 creato da Léo Malet negli anni ’50, che l’editore Fazi ha riportato in auge, mi ero preparata a rievocare le atmosfere nere parigine di quegli anni, con il volto di Jean Gabin a dare vita al personaggio.

Per un momento, ho tralasciato il particolare che qui Nestor ritorna in versione 2.0, con smartphone, social network, un’intera agenzia dal nome biblico e altisonante, e una segretaria modella di corpo e geniale di mente. All’aprirsi del libro e della storia, sotto la patina della modernità, ritorna prepotente quel fascino nero che certe storie delittuose assumono solo quando avvengono a Parigi.

Ho potuto leggere diversi thriller e noir ambientati in città diverse di questo pianeta, ma nulla supera quel misto di nero chiazzato di antico, di oro e di rosso, di mistero indicibile, che i crimini parigini indossano con estrema naturalezza, quasi fossero indossatrici di abiti d’epoca.

L’azione, qui, è veloce, facilitata dai mezzi iperveloci dei nostri anni Duemiladieci, quasi Venti. Non solo pc e smartphone ad alta definizione, ma anche attrezzature di tutto rispetto, di quelle usate dagli hacker e da chi li combatte nelle forze di Polizia, moto guizzanti, armi avanzate al limite della fantascienza, macchine sportive. Ma sotto questa patina moderna, i volti oscuri dei cuori umani sono gli stessi di sempre. Ad aggiungere un pizzico di spezie in più, a confondere le idee e a far indispettire il lettore, è il fatto che i cattivi non si distinguono, quasi, dai buoni. E i buoni, qui, sono quelli che fino a qualche mese fa abitavano al famosissimo 36 di Quai des Orfèvres, la sede della Polizia giudiziaria di Parigi, e che si sono poi trasferiti nel modernissimo Bastion.

Eh, sì. Il marcio si annida nel cuore stesso della Polizia, e si dirama al di fuori, sostenendo una certa frangia di malavita, quella occupata a comprare e vendere bambini per darli in pasto ai divertimenti crudeli e letali di alcuni mostri di alto, altissimo profilo. Quelli inattaccabili, per intenderci. La commissaria Stéphanie Faroux è sulle loro tracce, correndo rischi angoscianti, per sé e per chi lavora con lei. Ha già perso collaboratori in gamba, lei stessa è costretta a lavorare nascondendosi al Bastion, e a ricorrere all’aiuto di Nestor Burma. Sono indubbie le sue qualità di investigatore e anche di persona che non si lascia spaventare dalle zone d’ombra, e dall’affondare le mani nel fango, se questo è necessario per portare a termine le indagini.

Ed è proprio quello che Nestor farà, nel suo aspetto di investigatore quarantenne in gamba e di bell’aspetto, con un passato da squatter picchiatore (fa parte del suo fascino), che ha riconvertito nella sua passione per la giustizia, al di sopra e al di là di leggi, divise, etichette. Non sono pochi i rischi che si accollerà, affondando letteralmente nella melma “rispettabile”… in diverse occasioni si bruciacchierà con il fuoco.

Ma è un personaggio che non conosce il verbo “fermarsi”. E non si lascia spaventare o sottomettere da armi puntate, tenaglie o subdoli ricatti. Fa tutto parte del gioco. E Nestor non è un giocatore passivo, o che si lascia sottrarre le mani vincenti, soprattutto quando è lui a dettare le regole!

Un ultimo consiglio:  iniziate a leggerlo quando non avete altri impegni pressanti, perché non vi riuscirà agevole chiuderlo per poi riprenderlo quando avrete tempo. Nestor non aspetta mai nessuno!

 

 

 

Le ambientazioni  

 

Come nel Nestor Burma 1.0, quello creato da Leo Malet negli anni’50, la città in cui la versione 2.0 si scatena è Parigi, la Ville Lumière. Sono passati 60 anni, sono stati costruiti edifici nuovi, c’è stato un epico trasloco delle forze di Polizia dal leggendario n°36 al Bastion, sono spuntati smartphone e social network, e macchine più veloci, ma l’atmosfera nera di certe azioni umane è rimasta la stessa. E anche la città conserva il suo fascino nero, qualche volta tirato a lucido. È quello che mi ha colpito particolarmente in Terminus Nord, dopo aver letto Nestor Burma e la bambola. È come se la città stessa, nonostante l’“invecchiamento, avesse voluto mantenere il suo lato noir, facendolo diventare più lucido, quasi tirandolo a specchio, sbarazzandosi della polvere e di una certa stanchezza decadente che aleggiava nel romanzo degli anni ’50.

L’azione qui è veloce, facilitata da macchine e moto di ultima generazione: Nestor Burma non è un detective da scrivania, è il primo a lanciarsi in strada, sulle tracce della sua preda, o in perenne ricerca di qualcosa che lo conduca verso di lei. Ed è estremamente preciso, nei suoi movimenti, al punto che noi lettori camminiamo (corriamo, in realtà, a piedi, in macchina e in moto) incollati al suo cappotto, respiriamo lo smog e gli odori delle strade, guardiamo attenti le persone intorno a noi, esattamente come faremmo dal vivo, nelle nostre città. Ci sediamo nei ristoranti e nei bistrot nominati da Nestor, ascoltiamo distratti il chiacchierio degli avventori intorno a noi, leggiamo i menu, scegliamo i piatti con il nostro detective inarrestabile. Saltiamo in macchina con lui e seguiamo i suoi calcoli mentali per il percorso più veloce, per girare nelle strade secondarie ed evitare i dannati ingorghi, esattamente come faremmo al volante delle nostre auto.

Io non sono ancora stata a Parigi, e di fronte a queste descrizioni numerose e molto precise, dei luoghi in cui Nestor passava e indagava, mi sono concentrata particolarmente ad ascoltare e ad aprire gli occhi della mente per… “vederli”, anche solo con l’immaginazione. Jerome Leroy è molto bravo a far vivere la città in questo spazio.

E quando ho voluto dare una concretezza ulteriore a quello che leggevo, mi sono rivolta ai mezzi moderni. Ho aperto la potentissima Maps dell’amico Google e ho inserito i luoghi e le strade che costruivano i cuori dell’azione e delle indagini di Nestor e dei poliziotti: il decimo arrondissement(non è affascinante, così parigino, questo termine?), la Gare du Nord, la Gare de l’Est… ed ecco, dimentichiamo il Jardin Villemin, il crocevia angoscioso della tratta degli esseri umani? Oppure il bistrot dove Nestor, a momenti… eh, no, questo lo dovete leggere.

Tracciare strade e itinerari con Google Maps (ah, la tecnologia. Sento già sbuffare Nestor, quello 2.0) è divertente e aiuta a farsi un’idea dell’azione, ma presto ho smesso e ho preferito sedermi e lasciarmi narrare la città da chi in quel momento la stava percorrendo in lungo e in largo, senza risparmiarsi, in nome della giustizia. E davvero il detective non si risparmia… giriamo con lui almeno tre arrondissement, usciamo da Parigi per un caso collaterale, e poi ci immergiamo letteralmente alla Gare du Nord.

E parlo proprio di immergersi, sì. Non so quanti turisti e viaggiatori abbiano avuto la fortuna di dare un’occhiata a certe zone della stazione… che non hanno molto a che fare con i treni.

Dopo aver chiuso il libro, devo dire che mi sono sentita arricchita. Non solo di una bella storia ben congegnata e credibile, ma anche della conoscenza di una città straordinaria che non ho ancora visto di persona, ma che sento già un po’ mia.

 

A cura di Loredana Gasparri

https://www.delfurorediaverlibri.it

 

 

Jerome Leroy


Nato nel 1964, è autore di romanzi – principalmente noir –, poesie, libri per ragazzi e sceneggiatore per il cinema. Ha vinto diversi premi, fra cui il Prix des Lecteurs Quais du Polar/20 Minutes e il Prix Michel Lebrun. Léo Malet è il suo profeta.

 

 

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