TRA LE PAGINE DI UN FILM: ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS







(di Federica Gaspari)


Chi legge il libro e chi guarda il film “ascolta” due storie diverse?

Federica cerca di rispondere a questa domanda per noi.
ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS

(“Assassinio sull’Orient Express” Agatha Christie, pubblicato in Italia da Mondadori)

(id. di Sidney Lumet con Albert Finney, Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Jacqueline Bisset, Michael York, Jean-Pierre Cassel, Sean Connery; id. di Kenneth Branagh con Kenneth Branagh, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Josh Gad, Derek Jacobi, Michelle Pfeiffer)

Un’ambientazione iconica e accattivante, un simbolo di un’epoca lontana e di un genere senza tempo. Serve un indizio per capire di cosa si tratta? Dal 1883 al 2009 ha attraversato sferragliando l’Europa, creando un affascinante ponte tra occidente e oriente e ispirando avventure entrate nell’immaginario comune. Celebri autori hanno contribuito, con le loro storie, ad alimentare il mito che aleggia intorno a questa creatura su rotaie. Personaggi altrettanto famosi hanno alloggiato nelle cabine del lussuoso scompartimento di prima classe dell’Orient Express, convoglio ferroviario che collegava Istanbul a Parigi. Questo treno, però, deve buona parte della sua grande fama ad uno dei gialli più amati di sempre nato dalla penna della regina indiscussa del genere: Agatha Christie!

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Leggenda narra che l’autrice britannica all’alba degli anni Trenta abbia scritto Assassinio sull’Orient Express durante un soggiorno a Istanbul, città che diede ispirazione e nuova linfa vitale alla produzione letteraria della Christie, dopo anni di delusioni sia sul piano personale che professionale. Il romanzo che viene considerato quasi unanimemente un capolavoro, nasce da una semplice ma geniale intuizione: che dinamiche si instaurano tra un gruppo di sconosciuti costretti a condividere pochi vagoni per alcuni giorni? Come possono intrecciarsi dodici differenti vite?

DAL LIBRO AL FILM

 

 

 

Infallibile spirito d’osservazione, ordine meticoloso e una buona dose di cellule grigie: sono questi i tre capisaldi del successo di Hercule Poirot come investigatore. La sua fama supera i confini del Belgio, suo paese natale, e del Regno Unito, terra in cui si è distinto per le sue abilità. Proprio queste ultime, infatti, torneranno utili durante il lungo viaggio da Istanbul in direzione Londra; un ritorno che dovrebbe essere rilassante ma che si trasformerà in un nuovo caso dai meccanismi singolari quanto spettacolari. Un brutale omicidio, infatti, ha luogo a bordo delle carrozze del sofisticato treno. Ogni viaggiatore, dal più al meno eccentrico, è sospettato. Il colpevole, anche a causa di un’inaspettata bufera di neve che forza il treno a una sosta, ha le ore contate!

Quanto è sottile il confine tra giusto e sbagliato, tra giustizia e vendetta? Sono questi i fulcri su cui si imperniano i due più noti adattamenti cinematografici del libro della Christie (sono stati realizzati anche altri due film per la televisione). Due registi molto diversi tra loro hanno accettato la sfida di portare sul grande schermo questo ammirevole intreccio di intrighi e riflessioni della stessa autrice: Sidney Lumet nel 1974 e Kenneth Branagh nel 2017.

Sin dalle prime inquadrature si distinguono i due differenti approcci alla fonte della storia, seppure entrambe le pellicole rimangano sempre fedeli all’originale. Il primo film, infatti, entra subito nel vivo della narrazione, con l’introduzione del protagonista e degli altri personaggi poi sospettati. Lumet, avvalendosi della curata sceneggiatura di Paul Dehn, mantiene intatta la canonica struttura di enigma a camera chiusa, giocando con gli spazi claustrofobici dei vagoni e le strette cabine.

Branagh, invece, pone sin dall’apertura l’attenzione sulla carismatica figura di Poirot: le sue piccole fissazioni – mai troppo sopra le righe – e soprattutto la sua filosofia basata sulla ferma convinzione che ogni evento sia governato e sia giudicabile tramite opposti, estremi privi di sfumature intermedie. Poirot fonda il suo ragionamento su un ordine razionale in cui il caos e i compromessi morali non trovano spazio. La narrazione, inoltre, predilige il susseguirsi graduale di flashback che instaurano un ritmo più adatto al pubblico recente.

La filosofia del Poirot ‘moderno’ si riflette anche nei gesti più semplici e istintivi del personaggio, ben evidenziati dall’ottima interpretazione di Branagh stesso. L’attore e regista porta in scena un detective acuto e pungente, caratterizzato da un’inedita sfumatura dinamica: il baffuto belga, infatti, non si sottrae a confronti conditi anche da un pizzico di action ed emotività. Molto diversa è, invece, l’interpretazione del ’74 di Albert Finney, che fonda interamente la sua versione dell’iconico investigatore sul potere tagliente delle sue parole e l’abilità nel tessere articolati discorsi.

 
 
Il grande pregio del primo adattamento è senza dubbio l’interpretazione corale dell’intera vicenda. Il cast vanta, infatti, nomi stellari in ruoli ben aderenti alle figure descritte tra le pagine di Agatha Christie: da Lauren Bacall a Sean Connery, passando per Vanessa Redgrave e Ingrid Bergman, premiata con un Oscar per la sua performance. Non tutti brillano ugualmente, ma insieme creano una perfetta alchimia in scena che rafforza le dinamiche e gli intrecci del mistero.

Anche la nuova pellicola si avvale di attori dai nomi di tutto rispetto. Tuttavia, molti di questi rimangono fin troppo in secondo piano, offuscati dalla forte presenza scenica di due attrici: Michelle Pfeiffer e la sorpresa Daisy Ridley. Le due interpreti, ogni volta che sono in scena, catalizzano l’attenzione trovando un ammirevole equilibrio precario tra ambiguità e sicurezza. Convincente anche Johnny Depp con una performance controllata ma adeguata alla situazione.

 Entrambi gli adattamenti, infine, sono caratterizzati da location ricercate e ricostruzioni raffinate. Il film del 1974, inoltre, sceglie di concentrarsi sui dettagli degli interni e dei costumi mentre il lungometraggio più recente gioca abilmente sui contrasti, distaccandosi, talvolta, dalla struttura ‘chiusa’ canonica ma destreggiandosi abilmente con volteggianti piani sequenza e prospettive insolite e curiose.

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Un grande classico della letteratura e due altrettanto valide pellicole eleganti e intriganti, segnate da una palpabile atmosfera nostalgica. Ogni adattamento ha i suoi difetti e i suoi punti di forza oltre che diversi ritmi e toni nel raccontare l’avventura senza tempo.Il consiglio? Leggere questo leggendario giallo e gustare entrambe le versioni apprezzandone le peculiarità!

di Federica Gaspari