TRA LE PAGINE DI UN FILM : IT- IL CLUB DEI PERDENTI





(di Isabella Saffaye)


Chi legge il libro e chi guarda il film “ascolta” due storie diverse?

Isabella cerca di rispondere a questa domanda per noi.
IT – IL CLUB DEI PERDENTI

(“IT”, Stephen King, 1986, pubblicato in Italia da  Sperling & Kupfer nel 1987 )

(“IT-Il club dei perdenti”, di Andrès Muschietti, con Bill Skarsgård, Finn Wolfhard, Jaeden Lieberher, Nicholas Hamilton, Owen Teague, Sophia Lillis, Jackson Robert Scott, Megan Charpentier, Steven Williams, Chosen Jacobs, Wyatt Oleff, Jeremy Ray Taylor, Jack Grazer, Jake Sim, Logan Thompson, sceneggiatura di Chase Palmer, Cary Fukunaga, Gary Dauberman, distribuzione Warner Bros. Pictures  , durata 135 min, USA 19 ottobre 2017)

 

Il romanzo narra il periodo dell’infanzia vissuta dai protagonisti, in un’America immersa nel clima “di passaggio” degli anni ’50.
I protagonisti si vedono costretti a convivere con problematiche tipiche di questa particolare fase della vita, con alle spalle situazioni familiari diversificate e problematiche, che ne accentuano i disagi e li rendono bersaglio dei bulli, anch’essi vittime inconsapevoli dell’indifferenza e della violenza che striscia latente nella cittadina.

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DAL LIBRO AL FILM

 

 

 

 

Il film inizia come il libro, con l’incontro tra Georgie e IT durante la pioggia torrenziale, che cela Derry sotto una fumosa cappa di indifferenza.
La pellicola riesce a descrivere l’atmosfera di tensione quasi continua del libro, fatta di paura palpabile e attesa del male che vive e si nutre nelle profondità delle fogne della città.
Muschietti è riuscito a cogliere l’essenza del romanzo, rendendogli onore, ma al tempo stesso creando un’opera originale.
L’opera di King è tra le sue più lunghe e complesse: condensare più di 1.200 pagine non è sicuramente un’impresa facile.
È comunque lecito, nonostante l’apprezzamento del lavoro svolto da Muschietti e dal suo team, chiedersi quali siano le principali discrepanze tra il film e il libro scritto da King.

La prima differenza è il periodo in cui sono ambientati: nel libro, il Club dei Perdenti si scontra per la prima volta contro IT nell’estate 1958, mentre nel film il tutto avviene nel 1988. Questo salto in avanti, inoltre, collocherebbe il secondo capitolo cinematografico nel 2015, mentre nell’opera letteraria i Perdenti si ritrovavano insieme a Pennywise nel 1985.

La seconda differenza sta nella caratteristica più iconica di IT: quella di prendere la forma delle più profonde paure delle sue vittime. Nel romanzo le incarnazioni sono molteplici. Forme che però appaiono solo di sfuggita nel film.

La terza differenza è il ruolo chiave di Mike, che ha subìto il cambiamento più radicale rispetto a quello stabilito dall’autore. Nel romanzo è Mike che si occupa di rintracciare la presenza di IT nel passato della città, è lui il custode della memoria storica di Derry. Nel film il suo ruolo è preso da Ben.

La quarta differenza, sta nella totale assenza delle “Voci” di Richie. L’assenza delle sue imitazioni si percepisce, nonostante la bravura dell’attore. I fan avranno anche sentito la mancanza del costante “Beep-Beep Richie!”, frase che nel film viene pronunciata solo una volta da Pennywise nella casa di Neibolt Street.

La quinta differenza sta nel peso che viene dato a Silver, l’enorme bicicletta di Bill.

La sesta differenza sta nella vicenda di Patrick Hockstetter. Nel film viene ucciso nelle fogne poco dopo l’inizio. Nel romanzo la sua storia viene molto approfondita. Patrick è un giovane psicopatico destinato ad un futuro da serial killer. La sua morte è forse tra le più memorabili dell’intero romanzo.

La settima differenza sta nel destino di Henry Bowers. Nel romanzo Henry ed il resto del suo gruppo, inseguono i Perdenti nelle fogne, lui sopravvive, anche se mentalmente danneggiato. Nel film, Henry viene spinto da Mike in un pozzo e il volo attraverso il condotto sotterraneo, non fa presagire nulla di buono.

L’ottava divergenza sta nella rappresentazione degli adulti nella vicenda. Nel film gli adulti non si rendono conto di quanto stia accadendo intorno a loro, vengono rappresentati come distanti e appartenenti ad una dimensione diversa. Anche nel libro gli adulti vengono messi in secondo piano, ma la loro funzione è molto più importante rispetto a quella del film, hanno un ruolo fondamentale nel dare forma al carattere dei figli.

Nona differenza: la spiegazione dell’arrivo sulla terra di IT racchiusa nel libro, nella narrazione della “prova del fumo”. Nel romanzo viene citata un’altra creatura, antica quanto IT ma benevola, la Tartaruga, che nel film viene “citata” due volte.

La decima differenza è l’esclusione della scena di sesso nelle fogne. Muschietti ha dichiarato che per lui questa scena non era necessaria ai fini della trama.

 

I PROTAGONISTI

 

La pellicola ha come protagonisti Bill Skarsgård nel ruolo di IT e Jaeden Lieberher nei panni di Bill Denbrough.

Bill “tartaglia” è l’eroe buono; incarna la positività e il coraggio fortificati dall’amore fraterno e dall’innocenza; è la leva che spinge gli altri a credere in se stessi e a sconfiggere le proprie paure.

Al suo fianco ci sono Ben (Jeremy Ray Taylor), ragazzino emarginato per il suo aspetto fisico che custodisce però un coraggio inaspettato, Richie (Finn Wolfhard), sveglio e dall’ironia caustica, Stan (Wyatt Oleff) dall’animo incerto e titubante, Mike (Chosen Jacobs), custode della memoria di Derry, l’ipocondriaco Eddie (Jack Dylan Grazer) e l’unica ragazza della banda, Beverly (Sophia Lillis), alle prese con una femminilità in fiore e un padre ambiguo e violento.

Le loro vite si intrecciano inesorabilmente quando la sorte (o qualcosa di più…) li conduce a un clown maligno chiamato Pennywise .

Proprio nei panni del clown ballerino, c’è l’attore svedese Bill Skarsgård. Completamente diverso dalla precedente e grandiosa interpretazione di Tim Curry, questo pagliaccio assassino è veramente ben riuscito.

Un corpo magro e dinoccolato, il nuovo IT sembra un adolescente un po’ pazzoide. Ciuffi di capelli spettinati e rossi incorniciano occhi furbeschi, bocca lunga e sottile, definita da un sorriso ambiguo, da bambino canaglia, con incisivi enormi e sporgenti da roditore. Il corpo è magro, le gambe lunghe e molleggianti sovrastate da una testa grande a uovo, da macrocefalo, incassata in spalle larghe unite a braccia spropositatamente lunghe. Il tutto fasciato in un abito bianco, impolverato e consunto, come se qualcuno l’avesse cosparso di gesso bianco o polvere, che lo fa sembrare alto e inquietante. Abito che è eccessivamente stretto, come se contenesse la sua reale forma, irrequieta e prigioniera, costretta all’interno.

A chi mettesse a confronto la performance di Bill Skarsgård con quella di Tim Curry, posso dire che i due sono inquietanti in modi antitetici.

Tim Curry è stato un mostro terrificante dal punto di vista psicologico, forse anche a causa delle diverse e meno moderne tecniche cinematografiche ed effetti speciali; il terrore che emanava dal suo pagliaccio assassino era più un “Vedo e non vedo”, un “immagino”. Ogni sua comparsa, nelle scene della mini serie degli anni ’90, è assolutamente meno esplicita, meno svelata e più breve, e lascia ampio margine all’immaginazione.

 Skarsgård, invece, è qualcosa di più “ferino”, in lui si manifesta chiaramente la fame, l’appetito della bestia che aspetta. Le sue necessità diventano fisiche; deve nutrirsi, e per farlo deve far paura, deve terrorizzare le sue vittime.

Nel film, specie nella scena iniziale con Georgie, si percepiscono, sia visivamente che sonoramente, dei suoni gutturali, come di chi sta tenendo a bada un’ipersalivazione da fame che fa venire la pelle d’oca.

 

L’APPROCCIO ALLA STORIA

Grazie a un cast notevole e agli effetti speciali, prima non utilizzabili, si sente lo spirito del romanzo.
Quell’eterea sensazione di ansia opprimente, che permeava quasi come una cappa di smog la città e i suoi abitanti, si manifesta grazie alla bravura degli attori e alla colonna sonora, nonché al sapiente gioco dei “sospesi”.

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A chi afferma che la pellicola ripari su una serie di banali spaventi meccanici, rispondo che ho amato il libro e la miniserie, apprezzandola come il frutto di quell’epoca, e ritengo non si possa criticare un film tratto da un romanzo solo perché non perfettamente rispecchiante il libro.
È pur sempre un film, con tempi e modi cinematografici; la nostra mente è sottoposta a input visivi e sonori che sottostanno a limiti molto più stringenti rispetto a quelli della lettura di un romanzo, ove la mente è totalmente libera di creare.
Probabilmente si può criticare la scelta di aver omesso passaggi o caratterizzazioni salienti, ma non a discapito del risultato finale.
Il film è pur sempre l’opera di un regista, quindi di un artista, che come tale deve metterci del suo.
Nel caso in cui lo spettatore si chieda per quale motivo gli sceneggiatori non abbiano seguito lo stesso meccanismo dell’opera scritta, mi pare ovvio trovare spiegazione nell’accettazione dello spirito creativo di Muschietti.
Alcune critiche sono state fatte anche all’ inadeguata trattazione del tema dell’amicizia e all’eccessiva semplificazione della storia che per alcuni ha completamente stravolto la trama.

Personalmente sono uscita dal cinema con la convinzione di aver aggiunto un tassello in più al puzzle delle mie paure.

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