Un estraneo al mio fianco




A cura dell’autrice Kate Ducci

Abbiamo deciso di aprire la rubrica con “Un estraneo al mio fianco” di Ann Rule, perché tra tutte le storie basate su fatti realmente accaduti, questa è senz’altro la cronaca più fedele, terrificante e singolare che possa esistere.
Il motivo è semplice: Ann Rule non solo conosceva Ted Bundy, ma era la sua più cara amica, colei che lo frequentava da sempre, la sua confidente, che è stata al suo fianco fino agli ultimi momenti e che, per gran parte del procedimento giudiziario che lo ha visto accusato di un numero spaventoso di omicidi, ha creduto nella sua innocenza.

Theodore Robert Bundy


Un estraneo al mio fianco

 

Autore: Ann Rule

Traduttore: M. Togliani

Editore: TEA

Pagine: 555

Collana: I grandi

Data pubblicazione: 7 luglio 2016

 

 

 

 

Sinossi. Questa è la storia di un assassino spietato, affascinante e carismatico, che a un certo momento della sua esistenza ha iniziato a uccidere e ha continuato a farlo per diversi anni, senza lasciare la minima traccia e tenendo sotto pressione la polizia degli Stati Uniti. Questa è anche la storia di una donna intelligente che, per professione, ha scelto di raccontare il dramma di chi ha avuto un’unica colpa: incontrare sulla propria strada un assassino. È la storia di un killer e della donna che ha capito, all’improvviso, di conoscere quel killer, di essere stata sua amica per molti anni e di avere avuto, per tutto quel tempo, un estraneo al suo fianco.

 

 

True stories:
Theodore Robert Bundy (Burlington, 24 novembre 1946 – Starke, 24 gennaio 1989) è stato il più famoso serial killer statunitense. È stato riconosciuto quale autore di almeno 30-35 omicidi, accertati o confessati, ai danni di giovani donne, negli anni che vanno tra il 1974 e il 1978. Secondo gli investigatori che hanno seguito il suo caso fin dall’inizio, potrebbe avere colpito anche prima, già a partire dagli anni ’60, arrivando a uccidere più di cento giovani donne, molte delle quali non sono mai state ritrovate.

Ted Bundy è ricordato come un uomo affascinante, ammaliatore e simpatico, tratti che sfruttava per conquistare la fiducia delle sue vittime, per fargli abbassare le difese e non essere caute. Era solito attirare l’attenzione delle ragazze che prendeva di mira fingendo di essere momentaneamente disabile o in difficoltà, oppure impersonando una figura autoritaria (più volte ha utilizzato finte ingessature, così come distintivi falsi), per poi aggredirle in luoghi appartati.
È stato colui che ha introdotto nell’immaginario collettivo la figura del killer seriale non più inteso come mostro dall’aspetto inquietante, ma come persona comune, di successo, che non uccide per incapacità a relazionarsi ma per il semplice piacere di farlo.
Infatti, Ted Bundy ha segnato un punto di passaggio determinate in tutte le indagini di polizia e gli studi psicologici sulla mente dei più brutali assassini, dimostrando che per comportarsi da mostro non è necessario esserlo nei modi e nell’aspetto, introducendo per la prima volta termini come ‘sociopatico’, laddove si pensava che un omicida sistematico dovesse essere evidentemente pazzo e pericoloso. Ted Bundy ha insegnato che dietro la maschera di persone perfettamente inserite nella società che noi tutti portiamo, può celarsi chiunque: una persona infelice, insoddisfatta, sola, così come un pericoloso assassino.

 

Ted Bundy fu inizialmente incarcerato nello Utah nel 1975 per sequestro di persona con tentata aggressione, e successivamente fu sospettato di diversi altri omicidi irrisolti in molti altri stati americani. Di fronte alle accuse di omicidio in Colorado, progettò due fughe per poi compiere altre aggressioni, tra cui tre omicidi, finché non fu nuovamente catturato in Florida nel 1978. Ricevette tre condanne a morte in due processi separati per gli omicidi in Florida.

La sua biografa e conoscente personale Ann Rule lo ha descritto come “un sadico sociopatico che traeva piacere dal dolore altrui e dal senso di potere che provava verso le sue vittime, sia quando stavano per morire, che dopo”. Il procuratore Polly Nelson, uno dei membri che aveva il compito di difenderlo in tribunale, scrisse che “era la precisa definizione del male”.

 

 

Ann Rule incontrò per la prima volta Ted Bundy quando prestavano entrambi servizio presso un centralino adibito a ‘telefono amico’. Nelle ore notturne, ricevevano le chiamate di persone in difficoltà, spesso intenzionate a uccidersi, e Ted era abilissimo a dar loro una mano, mostrando un’empatia che Ann gli invidiava. Uomo brillante e dotato di ottime capacità oratorie, divenne presto il confidente dell’autrice, reduce da una separazione e rimasta sola con due figli da crescere.

Ann Rule stava seguendo un corso di psicologia criminale quando quella singolare amicizia (di cui conservava dopo anni numerose cartoline e lettere) ebbe inizio e uno sconosciuto serial killer stava terrorizzando gli Stati Uniti, sequestrando e uccidendo con le stesse modalità giovani ragazze dall’aspetto simile: magre, con i capelli lunghi e lisci, pettinati con la divisa in mezzo.

La polizia, che non aveva mai fatto i conti con un omicida seriale così come lo intendiamo adesso, brancolava nel buio, dava la caccia a qualcuno dall’aria sospetta, un emarginato, una persona problematica. Non riuscendo ad arrivare a niente, in collaborazione con i docenti universitari le cui lezioni erano seguite da Ann Rule, chiese agli studenti che seguivano il corso di psicologia criminale di tracciare un profilo del ricercato, per vedere se potesse saltar fuori un valido suggerimento.

Ann ne parlò con Ted, fornendogli un’immagine del killer che si discostava molto dalla realtà rappresentata dal bel ragazzo che le stava davanti. Fu Ted stesso a suggerirle che la polizia si stava sbagliando, a dirle che il ricercato in questione doveva essere un uomo affascinate e abile, per riuscire ad attirare donne giovani e carine e sfuggire alle ricerche degli investigatori. Così, Ann fu l’unica a tracciare un profilo reale, senza sapere che era stato lo stesso autore dei crimini a parlarle di se stesso.

Lo scoprì parecchi anni dopo, quando le prove a carico di Ted Bundy erano tali e schiaccianti da impedirle di negare l’evidenza: Ted, il suo caro Ted, l’amico, il confidente, lo studente brillante, il politico destinato a un grande successo, era un omicida sadico e distaccato, un uomo freddo e calcolatore, incapace di provare affetto e pietà, che traeva piacere nell’infliggere dolore e non poteva fare a meno di andare avanti nel suo folle progetto omicida.

Malgrado ciò, malgrado l’evidenza dei fatti, Ann Rule ci confessa che il solo momento in cui è riuscita a credere sul serio che Ted fosse l’uomo che la polizia stava cercando, è stato quando il suo migliore amico ha perso le staffe in aula, mettendosi a inveire contro il procuratore. In preda all’ira, con i lineamenti distorti dalla rabbia, Ann ha intravisto per la prima e unica volta l’uomo che quelle giovani donne ormai scomparse si erano trovate ad affrontare, colui che solo a loro si era mostrato per ciò che era.

 

Tuttavia, Ted Bundy non sarebbe mai stato catturato, se non fosse stato fermato per un controllo di routine da una pattuglia che trovò nella sua macchina arnesi da scasso, corde e manette.

All’epoca, la polizia sapeva già qualcosa di più sul suo conto. Il suo modus operandi era sempre lo stesso, anche se di volta in volta venivano inserite piccole e diverse astuzie (talvolta l’utilizzo di una finta ingessatura, altre volte una banale richiesta di aiuto per trasportare oggetti pesanti…), ma il suo aspetto sarebbe rimasto ignoto, se non fosse stato per Carol De Runch, l’unica ragazza che è riuscita a sfuggirgli e a descriverlo alle forze dell’ordine.

Così, il poliziotto che lo fermò quella sera, fu insospettito dalla presenza a tarda ora, in un quartiere residenziale, di un uomo bianco, di bel aspetto, alla guida di un maggiolino chiaro, di nome Ted. Tutti questi dettagli, nome compreso, erano stati forniti da Carol il giorno in cui era stata soccorsa e salvata da una macchina di passaggio.

Ann Rule si è chiesta ripetutamente cosa sarebbe successo, se quella volante della polizia non lo avesse fermato per caso; così come si è ripetutamente chiesta se si fosse mai trovata in pericolo in compagnia di Ted, se avesse mai rappresentato per lui una potenziale vittima, qualcuno a cui avesse desiderato fare del male.

 

 

Un thriller potente, forse il migliore che possiate leggere, perché non fa altro che attingere dalla realtà, riportata da una penna abilissima, la cui professione era quella di cronista di cronaca nera, a dimostrazione del fatto che spesso il caso riesce a sbalordire.

Ann Rule si è trovata per pura coincidenza a scrivere una storia pazzesca, la cui veridicità stentiamo a credere, divorando le pagine di un romanzo che non concede un momento di noia.

Credo di non esagerare dicendo che non potevamo avere romanziere migliore di lei per percorrere le orme del più pericoloso serial killer mai esistito. La ragione non sta solo nella sua posizione di osservatrice privilegiata, ma anche nello stile che Ann Rule sceglie. Ciò che sta scrivendo è un romanzo, ma il linguaggio usato è quello di una cronista che si attiene ai fatti, non li elabora, non li abbellisce o aggrava, non trae conclusioni che non potrebbe dimostrare. Laddove la polizia non è venuta a capo di tutti i dettagli dell’indagine, laddove Ted non ha fornito risposte ai mille interrogativi, Ann Rule non trae ispirazione, non immagina. Da ottima giornalista, lascia punti interrogativi; da persona comune, ammette di essere confusa e spaventata, ammette di stare ipotizzando e di fare fatica a immaginare il suo migliore amico mentre sta compiendo azioni che non riusciremmo ad attribuire nemmeno a uno sconosciuto.

A volte, mentre ci descrive con freddezza gli spostamenti di Ted, il suo pedinamento ai danni delle vittime, le ore successive al loro sequestro, Ann Rule si ferma a ricordare dove si trovasse lei in quel momento, cosa stesse facendo, spingendosi a chiedersi come sarebbero andate le cose, se a volte avesse agito diversamente. Per esempio, ci racconta che una notte in cui si trovava ricoverata in ospedale, Ted aveva telefonato a casa sua per parlarle. La madre della Rule rimase turbata da quel dialogo, descrisse alla figlia un uomo confuso e impaurito, che aveva urgente bisogno di comunicare con lei.

Quella notte, Ted aveva appena sequestrato e ucciso una delle sue innumerevoli vittime, lasciando ad Ann il senso di colpa di non essersi trovata a casa, non avergli parlato.

Ted voleva essere fermato, le richieste di aiuto, con il senno di poi, erano state tante, forti, come forte era il suo bisogno incontrollabile di andare avanti nel folle progetto omicida.

 

Ad Ann Rule va altresì riconosciuta una capacità straordinaria di raccontarci questa storia senza mancare di rispetto ai suoi protagonisti. Quando leggiamo un thriller, una storia spaventosa ispirata a fatti davvero accaduti (in questo caso parlare di ispirazione è riduttivo: la cronaca della Rule è fedele), tendiamo a dimenticare che dentro quelle pagine ci sono persone realmente esistite, che hanno perso la vita in modo drammatico, che non faranno mai ritorno a casa, che a volte lasceranno in chi è rimasto a piangerle il dubbio eterno di cosa possa essere davvero accaduto.

Ann Rule torna a ripeterci di non dimenticarlo. Ci racconta con una cronaca fredda e precisa gli avvenimenti, per poi passare a parlarci dei familiari delle vittime, delle numerose lettere che Ted Bundy riceveva da parte di giovani donne che si erano prese una cotta per lui mente si trovava in carcere, le stesse ragazze che scrivevano ad Ann, per ottenere particolari o suggerimenti sul loro amato.

A quelle giovani donne, la Rule rispondeva. Spiegava loro che realtà e fantasia sono due cose ben distinte, ricordando a loro, ma anche a chi legge il suo romanzo, che quell’uomo affascinante della cui storia vorremmo sapere ogni particolare, su cui sono stati fatti film e serie televisive, altro non era che uno spietato assassino, qualcuno che meritava il carcere e la dannazione eterna.

Dovremmo ricordarlo più spesso, perché anche se la storia in questione non ha eguali e ci regala il cronista più fedele che potremmo desiderare, spesso la paura che ci spinge ad avvicinarci ai casi di cronaca nera e a leggerne i dettagli, trasformandosi in curiosità, ci fa dimenticare che quei nomi, quei volti, non sono opera di fantasia, ma persone a cui è stato fatto del male, i figli, i fratelli, i genitori di qualcuno, e che meritano giustizia, così come rispetto.

 

Al tempo stesso, anche se provare empatia per una persona sadica e disturbata non è senz’altro facile, Ann Rule ci ricorda che a condizionare la vita di una persona, buona o cattiva che sia, sono spesso le difficoltà che si è trovata ad affrontare, le mancanze che ha dovuto accettare, le esperienze che avrebbe preferito non fare. Ted era figlio di una ragazza madre, in un periodo in cui esserlo non era una passeggiata, in una piccola cittadina da cui sua madre fuggì per non dover sopportare la vergogna. Gli fu fatto credere per anni che sua madre fosse sua sorella e che suo nonno fosse in realtà suo padre. Quando scoprì la verità, che nessuno si prese la briga di rivelargli, viveva già altrove, la sua vita era già stata segnata per sempre.

Ciò non giustifica quanto commesso da Ted Bundy (Ann Rule si guarda bene dal farlo), ma cerca di trovare una spiegazione, anche se solo parziale.

Una misura come la pena di morte, intervenuta a porre fine a una vita caratterizzata da crudeltà e sofferenza (inflitte e ricevute) non è senz’altro la soluzione, così come non sarà mai di alcun aiuto togliere di mezzo ciò che non comprendiamo. Quell’uomo tanto brillante quanto dannato poteva fornire a investigatori e psicologi materiale su cui formarsi, un mezzo per capire cosa possa scattare nella mente di una persona con il successo tra le mani, per spingerla a cedere ai più brutali istinti.

Ann Rule non era la sola a pensarla così. Il giorno della condanna di Ted Bundy, il giudice Edward Cowart entrò nell’aula di giustizia, si sedette, guardò attentamente davanti a sé, indugiando a lungo sullo sguardo dell’uomo che aveva di fronte. Poi, pronunciò queste parole:

 

«È stabilito che siate messo a morte per mezzo della corrente elettrica, che tale corrente sia passata attraverso il vostro corpo fino alla morte. Prendetevi cura di voi stesso.mVe lo dico sinceramente: prendetevi cura di voi stesso. È una tragedia per questa corte vedere una tale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale. Siete un giovane brillante. Avreste potuto essere un buon avvocato e avrei voluto vedervi in azione davanti a me, ma voi siete venuto nel modo sbagliato. Prendetevi cura di voi stesso. Non ho nessun malanimo contro di voi. Voglio che lo sappiate. Prendetevi cura di voi stesso.»

 

 

A cura di Kate Ducci (Radix)

Kate Ducci (Radix) è autrice dei thriller “Le conseguenze” “Le apparenze” e “Le identità” e dell’antologia “La verità è una bugia”, una raccolta di quattro racconti di generi che spaziano dal thriller al fantastico.



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