Un mare viola scuro




Recensione di Francesca Mogavero


Autore: Ayanta Barilli

Traduzione: Francesca Cristoffanini e Ayanta Barilli

Editore: DeA Planeta

Pagine: 400

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2019

 

 

 

 

 

Sinossi. Un bisnonno, Belzebù, dal nome improbabile e inquietante. E un luogo, Colorno, così carico di segreti e di orrore da non potersi evocare. Parte da qui, dagli ostinati silenzi e dalle invenzioni di una famiglia di saltimbanchi, bugiardi, scrittori, amazzoni e diavoli, il viaggio di Ayanta alla scoperta della sua verità. Tre donne: Elvira, Angela, Caterina. Un secolo di Storia: la nostra. E poi Padova, Parma, Roma, Tellaro, Madrid. Per riannodare il filo contorto e spezzato della memoria, Ayanta si addentra nel labirinto ora spaventoso, ora traboccante di luce delle proprie radici, fruga nei vecchi cassetti, separa le favole dalla realtà, le leggende dalle bugie. Sveglia fantasmi a lungo sopiti, forza le stanze chiuse dei ricordi, traccia i frastagliati contorni di un dramma famigliare ma non domestico – anzi, universale – lungo tre generazioni. Perché sono le donne a custodire la memoria, lacune e omissioni comprese, delle generazioni passate e presenti. E sono sempre loro, le donne, a mettere le mani in quei cassetti, a trasformare i detriti in storie che pretendono di essere ascoltate. Storie così vive da riguardarci tutti. Finalista del Premio Planeta e grande successo di vendite in Spagna, Un mare viola scuro è l’esordio di una scrittrice di talento, capace di affrontare i temi fondamentali – l’amore, la condizione femminile, la perdita, la scrittura – attraverso una lingua di rara sensibilità.

 

 

 

Recensione

“Scrivi, scrivi, scrivi.”

Ayanta se lo sente ripetere da tutta la vita: il padre, eterno girovago e avventuriero, glielo scrive per lettera da quando ha imparato a leggere, ripetendo l’imperativo per tre volte, come un mantra o una formula magica; e non è un caso che la madre Caterina l’abbia soprannominata “Auretta”, come la prima stilografica con la cartuccia.

La scrittura è nel destino di Ayanta e nel suo sangue, perché ritorna nella storia della sua famiglia, sotto forme diverse ma sempre dirompente, com’è appunto nella sua natura: memorie autopubblicate mascherate da fiabe e mezze verità, poesie, appunti, copioni di spettacoli teatrali da condominio, lettere, cartelle cliniche.

“Scrivi, scrivi, scrivi” è un invito, un ordine scherzoso, ma soprattutto una necessità che Ayanta avverte sempre più impellente anno dopo anno: un bisogno profondo che nasce dalla curiosità, dalla volontà, e di nuovo dal bisogno, di sapere, ricostruire, conoscere, conoscersi e trovare un senso.

Da dove vengono la forza, il carattere spigoloso, il rapporto conflittuale con gli uomini, la fantasia senza confini che contraddistinguono il ramo femminile?

E perché un male vorace si ostina a tornare una generazione dopo l’altra, ponendo fine a esistenze epiche e grandiose?

Come insegna la psicogenealogia junghiana, drammi, esperienze traumatiche e non-detti possono trasmettersi e ripercuotersi sui discendenti, trascinandosi e riproponendosi come un peso, un tributo, un debito di cui un oscuro creditore chiede e pretende conto, spesso con gli interessi: per porre fine a questa reiterazione – che fa rima con maledizione – occorre prendere coscienza, risalire alla fonte, sciogliere il viluppo che ha ingarbugliato il meccanismo e confuso vite e sorti. Ayanta lo fa un passo alla volta, attraverso il potere della parola.

Parola detta, parola ascoltata, rielaborata, ragionata, ma soprattutto parola scritta, dagli altri ma soprattutto da lei stessa: il percorso è tortuoso, le emozioni si alternano, i dubbi corrono a briglia sciolta e le certezze si sbriciolano, perché quando si ha a che fare con le persone – specialmente quelle più care – nulla è semplice e lineare, e l’affetto filtra e copre gli occhi.

A mano a mano che esamina, ritorna in prima persona nei luoghi familiari (letteralmente) e rilegge, l’autrice acquista maggiore lucidità, obiettività, visione a lunga distanza, chiarezza: i nodi tornano al pettine e la chioma torna lucida e setosa, detti apparentemente innocui come “Bisognerà portarlo a Colorno” assumono significati profondi, le ombre vengono alla luce e mostrano il loro volto peggiore e più sincero.

Con uno stile emozionante, intimo e coinvolgente, Ayanta Barilli squarcia il velo della nostalgia, del lutto e dell’incomunicabilità, toglie alla verità i vestiti della festa e la mostra nella sua nudità fragile, imperfetta e per questo bellissima, fa a pugni con i ricordi e i fantasmi – anche i morti sbagliano, perché una volta erano vivi – accetta, accoglie, perdona, si perdona e si salva:“Senza rendermene conto, ho rotto l’incantesimo delle mie tre fate madrine, dei miei tre angeli caduti. E come? Scrivendo. Aveva ragione mio padre. Quando arriverò alla fine del viaggio, quando terminerò questo libro, mi sarò salvata. I demoni non troveranno più spazio al mio fianco”.

Elvira, funambola tra follia e rassegnata saggezza; Angela, formica e lupa, bugiarda e sempre veritiera; Caterina, eterea silfide distante, ma presente in ogni espressione del viso e alito di vento: tre donne, bisnonna, nonna e madre, tre sorgenti da cui Ayanta può trarre nutrimento, partire e allontanarsi per la propria strada, unica, personale e irripetibile, consapevole di non essere mai stata sola, che tutto è accaduto affinché lei si mettesse davanti a un foglio bianco e che, se si volterà indietro, ci saranno tre sorrisi amici pronti a sostenerla e a incitarla a continuare il viaggio.

 

A cura di

Francesca Mogavero

https://www.buendiabooks.it

 

 

Ayanta Barilli


Ayanta Barilli (Roma, 1969) è scrittrice e giornalista. Ha presentato e diretto svariati programmi tv e radiofonici di divulgazione culturale. Ha lavorato per esRadio, El Mundo e El Español. Questo è il suo primo romanzo.

 

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