Un segno invisibile e mio




UN SEGNO INVISIBILE E MIO (An invisible sign of my own)

(Recensione di Marina Morassut)


Autore: Aimee Bender

Editore: BEAT

Traduttore: M. Testa e D. Abeni

Pagine: 236

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2011

 

 

 

SINOSSI:
Mona, vent’anni, insegna matematica alle elementari, ha come portafortuna un’ascia affilata e rifugge dalle storie d’amore mangiucchiando sapone; il signor Jones, il suo vicino di casa, porta ogni giorno il proprio umore appeso al collo sotto forma di un numeretto di cera; Lisa, la sua alunna preferita, è affascinata dai tubi delle flebo e dall’ospedale dipinto di blu; il signor Grey, suo padre, è un ex atleta il cui destino potrebbe essere segnato dal numero del pettorale da maratoneta.

 

RECENSIONE:

Ci si deve riflettere un po’ su questa strana storia, prima di decidere che ci è piaciuta e che si vuole assolutamente leggere anche il romanzo più recente di quest’autrice, dal bellissimo e poetico titolo: “L’inconfondibile tristezza della torta al limone”, edito nel 2011 da Minimum Fax.

Motivazione per cui si arriva a leggere questo romanzo dal complicato titolo “Un segno invisibile e mio”, se non si conosce già l’autrice, è il forte impatto della copertina, dovuto soprattutto all’incongruità di una ragazza che nasconde dietro la schiena un’ascia, considerando che si capisce immediatamente dalla sinossi che questo non è un thriller, sebbene una parte della vicenda legata proprio all’ascia crei pathos ed un’aspettativa ansiosa ed allucinata, che l’autrice cavalca alla grande.

Osservata da una certa prospettiva, l’ascia richiama alla mente il numero 7 e la giovane protagonista Mona Grey, al compimento del suo ventesimo compleanno, attirata dai numeri e dalla matematica, capisce che finalmente dopo tanto tempo, finalmente!, ha trovato il solo regalo di compleanno che potrebbe desiderare.  Ora, non è semplice per un autore decidere di incentrare un romanzo sull’aritmetica e soprattutto su una protagonista patologicamente problematica e che in più è anche insegnante di matematica alle elementari. Una giovane donna per cui i numeri e la loro precisione sono una certezza che l’aiutano a difendersi dall’instabilità del mondo.

In realtà quello che chiede l’autrice Aimee Bender è un atto di fiducia, dato che introduce i lettori in una storia spiazzante, triste e colorata ad un tempo, ma che presuppone che i lettori, già sfogliando la prima pagina, accettino di abbandonare l’incredulità e si fidino ad entrare in questo labirintico gioco di specchi, tutto giocato in una cittadina, dove gli attori, Mona, i genitori, il vicino di casa, l’insegnante di scienze, i bambini della seconda elementare, creino tutti insieme una storia allucinata e surreale, propedeutica ai passi che l’autrice vuole condurci a fare.

Dicevamo di questa giovane donna, che a vent’anni si ritrova ad insegnare matematica alle elementari, nonostante le sue molte ossessioni ed i tic, tipo tamburellare con un determinato ritmo su oggetti di legno, come un rituale scaramantico ed al contempo calmante, ossessivo.  Ma non è sempre stata così fragile Mona: quando era bambina, prima che il padre si ammalasse di una misteriosa malattia che lo rende grigio, opaco e non-vivo, a lei piaceva appassionatamente la matematica ed eccelleva nella corsa, tanto da vincere qualsiasi gara scolastica. Un po’ come il suo papà, fintantoché era all’Università. E poi cos’è successo? Forse la vita ha preso il sopravvento sui sogni?

Mona si affeziona alla classe della seconda elementare, dove ci sono bambini che esiterei a non definire particolari: alcuni cui piacciono le malattie, o quantomeno se ne fanno scudo come una coperta, alcuni cui piacciono i numeri degli indirizzi, altri che come lei hanno paura del mondo e che hanno dentro di sé sentimenti che a volte emergono come degli uragani: rabbia e dolcezza, cattiveria e atti di tenero cameratismo.

Colpisce anche il vicino di casa di Mona, suo insegnante di matematica ai tempi della scuola, solitaria e triste figura, che per comunicare il suo stato emotivo al mondo, o forse solo a se stesso con la segreta speranza che prima o poi qualcuno si accorgesse di questo suo bisogno, soleva appendersi al collo collanine da lui stesso create, con un numerino di cera ad indicare il suo umore.

Non stupisce che anche quest’uomo sia un amante del rigore della matematica: tutto deve essere preciso ed avere un determinato ritmo. I numeri sono gli amici. E le parole?, con la loro confusione e la possibilità di molteplici significati, cosa sono, un nemico?

Una storia paradossale, che a causa dei numeri e dell’adorata ascia di Mona rischia di tramutarsi in angosciosa tragedia.

Ma qualcosa finalmente sta per cambiare, anche grazie all’insegnante di scienze che nonostante il suo carico personale di problemi, capisce che ciò di cui Mona ha bisogno, ciò di cui tutti noi abbiamo bisogno per non mangiare più il sapone è qualcuno che ci impedisca di fuggire ancora, qualcuno che ci aiuti ad affrontare qualsiasi paura e che ci faccia comprendere che l’attenzione, le parole e l’amicizia non sono un pericolo, ma un percorso di vita per tutti.

Un modo inconsueto di parlare della morte dei sogni, della paura di vivere e del terrore di morire, della consapevolezza che non possiamo sempre essere al centro dell’altrui attenzione, delle ossessioni di un mondo che ci vorrebbe sempre stereotipati cloni di perfezione e che non tollera unicità: una favola surreale, visionaria e commovente che ci fa comprendere che dietro ciascuno di noi si nascondono solitudini, fragilità e paure che attendono solo una mano amica per esplorare molteplici possibilità di redenzione.

Un romanzo irrazionale che ci parla della razionalità delle relazioni umane, un romanzo che ci chiama a sé perché troppo spiazzante per poterlo incorniciare in così poche parole. Un romanzo per capire che l’empatia non è una malattia, ma un bisogno primario dell’uomo.

 

 

Aimee Bender


Scrittrice statunitense, nata in California nel 1969, figlia di uno psichiatra e di una ballerina coreografa.I suoi racconti sono stati pubblicati su prestigiose riviste letterarie come Paris Review e Granta. Ha esordito nel 1998 con una raccolta di grande successo negli Stati Uniti, The Girl in the Flammable Skirt, in Italia Grida il mio nome. Ha scritto anche un romanzo Un Segno Invisibile e Mio, che ha ricevuto consensi unanimi dalla critica americana (il Los Angeles Times lo ha incluso fra i migliori libri del 2000)
Nel marzo 2002 ha debuttato sulle scene una pièce tratta da quattro racconti della sua prima raccolta (l’autrice non ne ha curato né l’adattamento né la regia, anche se il teatro è da sempre una delle sue passioni: è, fra l’altro, la materia che ha studiato nei primi anni di college, prima di dedicarsi alla letteratura e alla scrittura). Aimee Bender vive a Los Angeles, dove insegna scrittura creativa alla South California University e continua a scrivere short stories (il suo racconto incluso nell’antologia Burned Children of America è stato pubblicato nel 2001 dalla «Paris Review»). Nel 2006 ha pubblicato Creature ostinate.
Nel 2011 esce per minimum fax L’inconfondibile tristezza della torta al limone.

A cura di Marina Morassut

libroperamico.blogspot.it



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