Intervista a CLAUDIO VERGNANI






A tu per tu con l’autore

 

1) Benvenuto su ThrillerNord, Claudio. La prima domanda sorge spontanea, e credo di non essere la prima a rivolgertela. Claudio e Vergy sembrano quasi un unico personaggio “spaccato” a metà. Claudio più riflessivo, Vergy ironico e determinato… Quanto c’è di te in loro?

Claudio potrei essere io se le cose fossero andate in un modo diverso. Nel caso, sarei probabilmente una persona migliore. Difficile dirlo. Vergy è invece ispirato a un mio commilitone che conobbi in Libano, una vita fa. Ovviamente, ho dovuto apporre modifiche a entrambi i caratteri, ma la loro struttura personale e morale è quella che descrivo. Letterariamente possono non essere – o non essere completamente – una coppia funzionale. D’altra parte, per me il realismo è importante, tanto più perché scrivo opere di fantasia. Il modo in cui parlano, per esempio, è molto simile al parlato comune (siparietti a parte). E questo anche se so che il pubblico italiano ama di più i termini ricercati, quando non addirittura barocchi, e certi stilemi di cartapesta colorata.
In realtà, da appassionato di letteratura di genere, ci tenevo a provare a scrivere qualcosa con un personaggio del quale conoscevo bene il modo di pensare, senza eccessive caratteristiche “eroiche”, ma nemmeno uno sprovveduto, qualcuno che avesse maneggiato armi da fuoco in situazioni estreme, ma che non fosse un inverosimile Rambo. Qualcuno in grado di capire la differenza che corre tra un personaggio d’inchiostro e una persona reale ma catapultato in circostanze estreme.
Per esperienza di vita so come ci si sente a marciare per 50 km senza particolare allenamento, a passare la notte soli in un bosco (non è per niente romantico), com’è difficile ragionare lucidamente quando si è attanagliati dalla paura. Per questi e altri motivi, dunque, la scelta più facile era utilizzare un alter ego.

 

 

2) Parliamo dell’ambientazione. Nei tuoi romanzi l’atmosfera è cupa, dà un senso di claustrofobia, quasi che una volta entrati in città risulti impossibile uscirne. Ti sei ispirato a qualche città o luoghi in particolare?

Di solito descrivo ciò che conosco, oppure – come nel caso dei miei ultimi lavori – ciò che a mio parere sarà, in base ai segnali che colgo, o che credo di cogliere. Segnali, peraltro, che sono sotto gli occhi di tutti. Per ora non mi pare di essermi sbagliato nel prevedere certi sviluppi (più propriamente si potrebbe parlare di “involuzioni” e di degrado). Realtà come la Torre dei Giochi sono ormai attuali – intendo concretamente – e gente come il Bisbiglio è già là fuori, che aspetta solo il momento giusto per cominciare la sua cupa missione. Momento molto vicino, io credo.
Naturalmente l’ambientazione “nostrana” significa rinunciare in partenza alla stragrande maggioranza di lettori italiani (che per “evadere” preferiscono location meno conosciute e quindi più intriganti) ma, se si esce dal circolo vizioso dei soliti luoghi comuni narrativi tipicamente italici, allora si può proporre al lettore qualcosa di altrettanto allettante. Di fatto, nel nostro paese ci sono ottimi autori e autrici di genere, ma di certo – salvo un paio di eccezioni – non fanno certo parte del mainstream.

 

 

3) Una delle tante particolarità che ci regali sono i criminali mascherati. I Lupin, gli Harvey… Il Bisbiglio. Come nascono? Appartengono alla tua fantasia oppure trai spunto da figure preesistenti?

Non sono io che prendo spunto da figure preesistenti, ma loro. La vita si ispira spesso all’arte, a mio parere. Quindi certe figure che descrivo – come sta accadendo nella realtà – si rifanno a personaggi cinematografici e letterari. Più ai primi, direi, visto che oggi molte cose sono dimenticate. O sconosciute ai più. Siamo bombardati da immagini e video a un ritmo insostenibile. Ne siamo influenzati. La mente può distrarsi, il subcosciente mai. Nella mia zona è già apparso il primo rapinatore travestito da Batman. Altri lo seguiranno. E chi pensa che sia una barzelletta non deve fare altro che attendere. Un’attesa breve, credetemi.

 

 

4) Nel testo si incontrano parecchie citazioni, riferimenti letterari, aneddoti… Quanto tempo dedichi alla lettura e cosa preferisci leggere? In “A volte si muore” i titoli dei capitoli sono frasi di D’Annunzio: come mai questa scelta?

Prima di essere un autore sono un lettore. La lettura è una delle tante attività con la quale cerco di tenere in funzione il mio senso critico. Leggo da sempre e leggo praticamente tutto, senza pregiudizi. Alcune cose mi piacciono, altre meno, com’è naturale che sia. Ma di ogni cosa conservo il ricordo. Tale ricordo, a volte, viene rielaborato nei miei romanzi. Per la letteratura di genere, la mia operazione di attualizzazione viene fatta con il massimo rispetto, tanta cura e amore. Ma il senso della scrittura deve essere la rielaborazione e l’innovazione e non, come parrebbe, la riproposta continua di testi tutti simili.
In quanto a D’Annunzio, qualunque sia il giudizio che si voglia dare dell’uomo, era uno scrittore e un poeta visionario, colto e marziale. Unico, probabilmente, in un certo arco storico, a saper coniugare sensualità, innovazione, potenza evocativa e un certo afflato epico. I suo “Detti di Fiume” mi parevano adatti alla circostanza. Aulici ma non privi di un pizzico di ironia, a volerli leggere con occhio disincantato. E molto poco politically correct, oggi. Almeno in apparenza, visto che l’odierna correttezza politica è solo di facciata.
E poi, chi lo sa, può anche essere che, paradossalmente, qualcuno che legge il romanzo scopra anche qualche aspetto nuovo di D’Annunzio (non dico D’Annunzio stesso perché sarebbe preoccupante).

 

 

5) Domanda personale: chi è Claudio Vergnani?

Come avrebbe detto Montale “cerco di essere un uomo, e già è troppo”
Citazioni a parte, credo di essere un naufrago in una società che approvo sempre meno. Ma cerco di tenere il timone in attesa (o nella speranza) di scorgere prima o poi un approdo. In ogni caso una traversata che è valsa la pena di fare.

 

 

6) Puoi dirci qualcosa a proposito dei tuoi prossimi lavori? Hai già iniziato a scrivere una nuova opera?

Sì. Di solito, amando la letteratura di genere, cerco – come dicevo – di ricrearne le atmosfere utilizzando nuove soluzioni narrative. Ora sto provando un’operazione diversa, ma devo ancora capire se mi piace. Avrò modo di scoprirlo presto, suppongo.

 

 

7) Concludo con la domanda di rito: hai letto, di recente, autori di thriller nordici? Ne hai apprezzato uno in particolar modo?

– Sì, ne ho letti ma ammetto di non essere particolarmente informato sulle ultime uscite. Non riesco a liberarmi dalla fastidiosa impressione che si voglia spremere all’osso un filone di moda. D’altronde, anche qui sarà l’editore competente a fare la differenza. Se si limiterà a cavalcare l’onda i prodotti probabilmente tenderanno a confondersi gli uni con gli altri, se invece avrà il coraggio di scegliere in base al gusto allora la qualità non potrà che beneficiarne.

Ringraziandoti per averci concesso un po’ del tuo tempo ed essere stato con noi, ci salutiamo qui. Aspettiamo i tuoi prossimi lavori e di certo andremo a riprendere quelli precedenti.

A presto!

È stato un piacere 🙂 Grazie a voi per la gentilezza e grazie a chi avrà la pazienza di leggerci.

A cura di Olga Gnecchi

 

 

Di Claudio Vergnani su thrillernord:

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…

 

In una città consegnata all’anarchia, preda di grottesche e letali bande criminali, logorata da cambiamenti climatici e rassegnata a un futuro dove la speranza è il lusso di pochi, i due protagonisti – Claudio e Vergy – tirano a campare, cercando di resistere al logorio di una vita priva di senso e di sbocchi, grazie a una rigida routine giornaliera fatta di allenamento fisico, di strategie per procurarsi il cibo e di stratagemmi per sopravvivere agli artigli affilati di quella società che non offre alcuna protezione ai perdenti, agli abbandonati, ai reietti…