Terza sfida per diventare i primi Thriller Ambassador Italiani






Villain: i grandi cattivi dei romanzi. Cosa li rende così temibili e affascinanti.

Scia di sangue – Karin Slaughter

Thriller Ambassador

TERZA SFIDA

 

 

 

La narrazione di un romanzo thriller prevede sempre una scelta iniziale: un punto di vista prevalente da cui raccontare l’intera storia, darle dei contorni ben delineati che non siano solo pratici ma anche psicologici. Così, lo scrittore adotta un personaggio e ci riferisce la storia passando attraverso i suoi occhi, i suoi stati d’animo, le sue reazioni emotive, conducendoci per mano fino alla conclusione della vicenda.

Però, leggendo possiamo avere l’impressione che non ci sia un pensiero prevalente, soprattutto quando la narrazione si svolge in terza persona o che (e questo è l’errore più comune) il pensiero prevalente, quello a cui chi scrive affida lo spessore emotivo del romanzo, sia sempre appartenente al protagonista buono, l’ispettore di polizia, il medico legale, il giornalista curioso, o in ogni caso colui a cui viene affidata la risoluzione del caso.

Non sempre è così e sicuramente non lo è nel caso di “Scia di sangue”, a mio parere il romanzo più bello della serie che ha come protagonista Will Trent.

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Zachary Quinto interpreta WILL TRENT nella serie ispirata al personaggio di Karin Slaughter

La storia si svolge su più piani paralleli, con vicende lasciate in sospeso e riprese in seguito e un finale che, oltre a tenere con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, risponde a interrogativi che sembravano inspiegabili, dando un volto a personaggi che la Slaughter ha saputo tratteggiare alla perfezione senza farci capire chi fossero, parlando dei loro trascorsi e dei loro stati d’animo ma senza concedere indizi sulla loro identità.

Karin Slaughter, con abilità stilistica e narrativa, apre il racconto presentandoci una giovane donna dal passato burrascoso, che ha dovuto abbandonare la figlia appena nata, che ha subito abusi e maltrattamenti, che è stata abbandonata in un orfanotrofio e ora, ormai adulta, è chiusa nella stanza di un edificio in costruzione, in piena notte. La donna ha paura, è gravemente ferita, e il suo pensiero è rivolto a quella figlia che non ha potuto amare e stringere al petto almeno una volta, mentre i passi dell’uomo che vuole ucciderla si avvicinano lentamente alla porta. La donna raccoglie un oggetto contundente e aspetta, ha paura ma sa che deve difendersi se non vuole soccombere e noi aspettiamo insieme a lei, con il fiato sospeso.

Ci troviamo a fare il tifo da subito per questa sconosciuta in pericolo, a provare empatia per i suoi trascorsi, per tutto il male che la vita le ha fatto e continua a farle e, quando quell’uomo riesce a raggiungerla, proviamo sollievo nel vederla trionfare, uscire correndo da quella stanza e dileguarsi nel buio di una periferia abbandonata.

Poco dopo, scopriremo che la donna in questione è in realtà la cattiva del romanzo, colei che terrà sulle spine il protagonista e che ha in progetto un piano criminale da fermare a tutti i costi.

L’astuzia di Karin Slaughter sta proprio nella scelta iniziale: il descriverci un personaggio cattivo non come carnefice ma come vittima, presentandoci il suo passato prima del suo presente, ciò che lo ha costretto a una vita dissoluta, all’abbandono di una figlia mai dimenticata, all’incapacità di amare con naturalezza, di regalare fiducia e nutrire speranze.

Così facendo, nonostante Will Trent continui a essere il protagonista del romanzo, è della donna a cui dà la caccia che ci preoccupiamo, non riuscendo a detestarla quanto dovremmo, sapendo che non si può odiare qualcuno quando la vita che ha avuto in sorte gli ha strappato l’incapacità di amare a cui aveva diritto. È il suo punto di vista quello prevalente, è di lei e del suo stato d’animo che ci preoccupiamo, arrivando a giustificare le sue azioni e a continuare a fare il tifo per la sua causa.

I cattivi dei romanzi hanno sempre affascinato, principalmente per quella morbosa curiosità che spinge a voler scoprire fin dove possa arrivare la cattiveria umana, a chiedersi se una persona dall’apparenza normale possa nascondere sentimenti e azioni terrificanti. Vogliamo togliere la maschera ai cattivi, nei romanzi così come nella realtà, per trovare conferma alla nostra speranza più grande: che dietro quella maschera si nasconda davvero un mostro, uno riconoscibile come tale a un primo sguardo, uno da cui ci saremmo comunque tenuti alla larga.

Purtroppo, sappiamo bene che spesso non è così e i romanzi thriller, che pescano dalla realtà più che dall’immaginazione, hanno sempre più spesso protagonisti terrificanti, perché dall’apparenza comune quando non affidabile, quel tipo di persona con cui lavoriamo ogni giorno, per cui proviamo stima e rispetto, che potremmo persino arrivare a sposare; i romanzi ci rivelano che la crudeltà non ha un volto, sa mimetizzarsi con una facilità sorprendente ed è capace di ingannare anche i più astuti.

In “Scia di sangue”, Karin Slaughter si spinge oltre: non solo il cattivo può avere il volto di una bellissima donna, una di quelle capaci di far innamorare chiunque, ma può essere compreso e giustificato, al punto di sperare che la faccia franca, che per quanto ciò che ha in mente non sia lodevole, ciò che lo ha spinto ad agire è inattaccabile.

Il male può avere le stesse ragioni valide che riconosciamo a una buona azione?

È questo che l’autrice spinge a chiederci e la risposta viene immediata: può averle, o almeno può aver seguito dei percorsi talmente dolorosi da impedirci di giudicare chi lo commette, di giurare che noi non avremmo fatto altrettanto.

Un cattivo affascina e incuriosisce perché può essere anche buono e può esserlo nella stessa misura, in una contraddizione che spiazza il cattivo quanto il lettore che ne legge la storia, che lo porta a condurre una vita sempre sul confine tra la crudeltà e il riscatto, tra quel male che si è trovato ad abbracciare per assenza di bene o, forse, che è arrivato a commettere proprio in difesa di quel bene che si è visto negare.

Il troppo amore può diventare odio, lo sappiamo, ma le due cose possono arrivare ad eccessi che le rendano confondibili?

Si può provare empatia per un personaggio crudele se ciò che lo spinge ad agire ha nell’amore le sue fondamenta?

Karin Slaughter ci lascia con questo interrogativo, liberandoci dal senso di colpa di provare simpatia per chi dovremmo detestare e forse consigliandoci di non essere mai frettolosi nel mettere un’etichetta a qualcuno perché la complessità dell’animo umano rende tutti potenziali vittime o carnefici.

Il cattivo ci piace, ci incuriosisce, ci attrae, perché sappiamo che rappresenta l’altra faccia della medaglia, ciò saremmo potuti essere in condizioni diverse e che purtroppo non si sceglie di esserlo o non esserlo ma è la vita, con i suoi percorsi a volte comandati, a indirizzarci su una strada con un unico senso di marcia.

 

Intervista a Karin Slaugter

 

Kate Ducci (Radix)

 

Kate Radix è autrice dei thriller “Le conseguenze” “Le apparenze” e “Le identità” e dell’antologia “La verità è una bugia”, una raccolta di quattro racconti di generi che spaziano dal thriller al fantastico.

 

 

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