L’assassinio di Olof Palme
Sinossi. La sera del 28 febbraio 1986, il primo ministro svedese Olof Palme si reca al cinema con la moglie. Sulla via del ritorno, alle 23:21, viene freddato da un colpo di pistola mentre l’omicida scompare percorrendo una scalinata nel centro di Stoccolma. Per trentaquattro anni si alternano piste che coinvolgono organizzazioni terroristiche, lupi solitari, sbandati e governi stranieri, fino ad arrivare a un nome che ancora oggi fa discutere la Svezia.
Autore: Enrico Varrecchione
Editore: Enrico Varrecchione (autoprod.)
Genere: True Crime
Pagine: 161
Anno di pubblicazione: 2025
Recensione
di
Daniele Cambiaso
John Kennedy, Aldo Moro… Chi non ha mai sentito parlare di questi misteri insoluti della Storia?
Sappiamo tutti quante ombre sussistano ancora oggi, a decenni di distanza, intorno alle morti di questi grandi statisti. E quali rilevanti conseguenze abbiano determinato, a livello politico e di immaginario collettivo. Anche di fronte a versioni ufficiali e sentenze giudiziarie permangono forti dubbi, la parola “complotto” aleggia e resta sospesa ogniqualvolta si evochino questi misteri. E il trascorrere del tempo, nonostante gli sforzi di studiosi e inquirenti, non sembra aver regalato svolte e chiarimenti definitivi, ma solo nuove incertezze.
Anche la Svezia ha avuto il suo “trauma nazionale”, la sua perdita dell’innocenza: l’uccisione di Olof Palme nella tarda serata del 28 febbraio 1986. Alle 23:21, per la precisione. Un killer solitario uccide con due colpi di pistola lo statista svedese e ne ferisce la moglie, mentre rientrano a piedi e senza scorta da una serata al cinema.
Un evento drammatico e dalle modalità sorprendenti, che ha impresso nella storia della nazione scandinava un’orma indelebile, giunta intatta fino a noi con quel carico di fascino sinistro, tipico dei casi famosi insoluti.
Uomo politico di indubbio carisma, Palme ha rappresentato nel panorama internazionale una figura molto controversa: nato da una ricca famiglia della borghesia più conservatrice, militò nella sinistra socialdemocratica e sviluppò idee che ancora oggi appartengono alla storia e al dibattito della sinistra europea.
Non mancarono contrasti anche forti. La sua spinta per la socializzazione dell’economia e per i fondi dei salariati, ad esempio, negli anni ’70/’80 gli alienò le simpatie di gran parte del mondo della grande imprenditoria svedese, che lo vide come un soggetto pericoloso per l’economia di mercato.
Fautore del “neutralismo attivo” e molto attento ai problemi del cosiddetto Terzo Mondo, nell’ambito della politica estera mantenne posizioni antisovietiche in relazione alla repressione della Primavera di Praga, ma fu molto critico anche nei confronti dell’imperialismo americano e, in particolare, della guerra nel Vietnam; aveva assunto posizioni molto dure nei confronti dell’Apartheid sudafricano ed era entrato in urto con il movimento Ustascia croato che mirava a disgregare la Repubblica Federale Jugoslava.
Veniva dipinto dai critici e dai detrattori come un politico sprezzante, fortemente narcisista e intollerante verso le opinioni altrui. Insomma, non gli mancavano avversari molto decisi, persino all’interno del suo stesso schieramento politico. Ma chi aveva interesse a eliminare non soltanto dalla scena politica, ma addirittura fisicamente, un politico di tale caratura? C’è stato un complotto o è stato il gesto di un pazzo isolato, preda delle proprie ossessioni?
Domande che ancora oggi, a decenni di distanza, restano senza risposta ed Enrico Varrecchione ha scelto di farsene carico. Giornalista e scrittore, molto versato soprattutto per l’ambito ucronico e sportivo, conosce bene la realtà svedese per aver studiato e lavorato nel Nord Europa: ha scelto di approfondire questa vicenda, dopo averla affrontata inizialmente in un podcast, per poterne sviluppare con maggior ampiezza le varie diramazioni, i misteri e le contraddizioni, che non sono poche.
Non è semplice riuscire a coniugare il rigore della documentazione con una narrazione accattivante, eppure Varrecchione riesce nell’impresa, grazie a una scrittura che si muove su un’ampia tastiera di registri. Alterna, ad esempio, monologhi di protagonisti e testimoni, strutturati come flussi di coscienza, riuscendo a restituire l’unicità di ogni voce con ottima abilità narrativa, oppure trascrive fedelmente brani di conversazioni telefoniche; alterna il linguaggio asettico dei verbali a uno stile agile e chiaro per favorire la ricostruzione storica di passaggi e situazioni cruciali. Il risultato è una polifonia incisiva, ben ritmata, che rapisce il lettore per farlo entrare nelle spire di un caso complesso e arduo da dipanare.
Nella parte iniziale, Varrecchione delinea con chiarezza il peso e l’importanza dell’uomo e del politico Olof Palme, anche per provare a circoscrivere il campo dei moventi, aspetto di per sé già complicato. Decisamente il “piatto forte”, servito con ricchezza di dettagli, arriva con l’analisi dell’omicidio e della gestione della scena del crimine. Emerge un quadro contraddittorio, caratterizzato da lacune ed errori investigativi, che hanno reso inefficaci una buona parte delle misure adottate.
Quello più macroscopico, indubbiamente, è il non aver diramato immediatamente l’emergenza nazionale, favorendo controlli a tappeto non solo a Stoccolma, ma anche alle frontiere e sul resto del territorio nazionale. Le piste seguite, nel tempo, sono state tante e vengono esplorate tutte: si è passati dalla teoria del delitto individuale di un “lupo solitario” (la pista di Stig Engström, su tutti, e di Christer Pettersson) alle ipotesi di complotto su scala più o meno ampia (pista del PKK curdo, pista sudafricana, pista svedese legata ai servizi deviati e all’eversione di matrice neofascista), senza che nessuna di queste sia stata dimostrata annullando ogni margine di dubbio.
La teoria del complotto locale, per inciso, è quella approfondita in modo particolare dallo scrittore e criminologo svedese Leif GW Persson, particolarmente critico nei confronti della gestione delle indagini, effettivamente molto incerta e, a tratti, quasi dilettantesca. Incompetenza o malafede?
Ogni lettore si formerà una propria idea… Tra le tante stranezze, le pagine di “23:21” registrano anche una misteriosa riunione in territorio italiano, avvenuta in Liguria nei primi anni Ottanta, che potrebbe contribuire a far luce su alcuni aspetti oscuri.
Non entreremo nei dettagli e nelle zone d’ombra esplorate dall’autore, compreso il confronto con il clamoroso regicidio di re Gustavo III del 1792, perché vanno lasciate scoprire e assaporare ai lettori, però è interessante annotare come il saggio di Enrico Varrecchione ancora una volta sancisca quanto un’indagine su un crimine reale vada concretamente a scontrarsi non solo con depistaggi e inquinamenti premeditati, ma anche con le variabili impazzite generate dal fattore umano.
Al punto da rendere particolarmente calzante, come chiosa ideale per il caso Palme e per molti altri casi analoghi, la riflessione sulla verità di Andrea Camilleri:
«La verità non consiste nel documentare i fatti, ma nel saper interpretare i sentimenti e le passioni che quei fatti hanno generato.»
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Enrico Varrecchione
è nato a Novi Ligure nel 1987. Laureato in Giornalismo presso la Örebro Universitet (Svezia), dove ha anche lavorato occupandosi di traduzioni e corrispondenza dalla Scandinavia, così come in Ungheria, Irlanda e Regno Unito. Mente di Willy Worka, piattaforma che aiuta a trovare lavoro all’estero. Scrive di calcio per il magazine Mondofutbol. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche Novionline e Il Novese in qualità di reporter sportivo. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo libro, Crvena Zvezda, a cui è seguito Yankee ‘46 (Edizioni Epoké) nell’autunno del 2016. I suoi romanzi sono spesso incentrati su elementi di contro-fattualità di carattere sportivo o politico. Il suo ultimo sforzo letterario, Ghiacciolo alla Pera (edito Amazon), va invece in una direzione diversa; è basato sulla propria esperienza come studente in Svezia e, passando per un argomento delicato come la violenza domestica, pone una critica al politically correct.