Adriano Giotti
Sinossi. Un adolescente scomparso. Il silenzio del bosco come unico testimone. E nell’ombra una figura che non dovrebbe esistere…
«Anna Non Dimentica nasce dal mio profondo interesse per l’adolescenza, la paura di crescere e la mia ricerca sui meccanismi narrativi dei creepypasta.»
Adriano Giotti per Il Libraio
«Giotti, regista e sceneggiatore, firma un esordio maturo grazie a una storia coinvolgente e ben orchestrata.»
Severino Colombo, La Lettura
Anna non esiste. Anna è una di quelle leggende del terrore che corrono sul web e che di volta in volta assumono la forma di una fotografia, un video, un post sui social o un racconto. E il racconto di Anna è semplice: Anna era una bambina ed è stata rapita dieci anni fa. Il suo rapitore è convinto di averle cancellato la memoria, di averla soggiogata a tal punto da lasciarle usare il computer e accedere a Internet, tanto nessuno le crederà. E infatti, nonostante Anna chieda aiuto ai tanti adolescenti che conosce in chat, nessuno le crede. Perché Anna non esiste. E nessuno la salverà.Eppure… All’improvviso, nella provincia dell’Aquila, ai piedi di montagne un tempo piene di neve e turisti e ora pervase di impianti sciistici in disuso e villaggi turistici abbandonati, un adolescente svanisce nel nulla.A indagare sulla scomparsa del quattordicenne Pietro Marcelli è l’ispettrice Veronica Sgheis. Sposata e con un figlio coetaneo di Pietro, Veronica capisce presto che le spiegazioni più semplici e immediate non portano da nessuna parte… Ma può davvero seguire la pista di una leggenda su Internet? Quando la situazione precipiterà, sarà costretta a violare tutte le regole e a mettere da parte il proprio scetticismo. Perché le leggende nascondono la verità. Perché Anna esiste, e non dimentica.
Autore: Adriano Giotti
Editore: Longanesi
Collana: La Gaja scienza
Anno edizione: 2026
Pagine: 400 p., Rilegato
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
«Sono leggende, Francè. Sono leggende proprio perché non sono reali. Sennò sarebbero fatti di cronaca.»
Anna non dimentica di Adriano Giotti, per i tipi di Longanesi, è un thriller che non gioca con la paura.
La costruisce millimetro dopo millimetro e, come la muffa sotto la carta da parati, quando ci si accorge che c’è, è troppo tardi per sfuggirle.
Il punto focale di questo thriller folgorante non è stabilire se i mostri esistano, ma provare a capire perché si ha bisogno di crederci.
«Credeva che qualcuno di quei mostri fosse reale, che esistesse davvero. C’è già troppa angoscia nel mondo, non crede? Che bisogno c’è di inventarsi quelle cose?»
La risposta è spietata, tanto quanto vera.
Perché qualsiasi leggenda è più sopportabile dell’angoscia reale.
Il romanzo affonda le mani in quella zona grigia dove il trauma si traveste da racconto e il racconto diventa rifugio.
O trappola.
Nulla di folkloristico, l’oscurità non è un effetto scenico, ma un habitat mentale.
Si chiese dove fosse Pietro, vivo o morto, là fuori da qualche parte in quell’oscurità che da sempre proteggeva i mostri. Perché era quella stessa oscurità a generarli.
Giotti sa muoversi nel linguaggio del presente, digitale, mediato, desensorializzato, senza risultare didascalico. Quando maneggia creepy, viralità, condivisione, non sta spiegando il web. Ha capito il meccanismo e lo usa come materia narrativa per tramite di una scrittura che non è barocca e non cerca l’effetto speciale, ma si declina nella sottrazione.
Frasi pulite, ritmo misurato, dialoghi che affondano nel quotidiano, capaci di ingenerare una tensione che non molla, senza bisogno di spettacolarizzare l’orrore.
Che, al contrario, viene normalizzato, inserito dentro riflessioni lucide, che portano a ragionare mentre si sta provando disagio.
L’ambiguità psicologica la fa da padrona.
I personaggi non sono mai semplicemente vittime o carnefici. Sono persone sotto pressione. E sotto pressione, lo sappiamo, chiunque può incrinarsi. Spezzarsi.
Con l’esperienza aveva imparato a non lasciarsi sorprendere dai misteriosi meccanismi dell’animo umano. Chiunque, sotto pressione, poteva compiere qualsiasi azione.
Giotti è lucidissimo e tagliente nello smontare il mito contemporaneo dei creepy, le storie condivise come pane digitale, le paure a domicilio.
«Creepypasta deriva da copypaste, ovvero copia e incolla. È proprio la condivisione che li rende virali, e l’aggiunta ogni volta di piccoli tasselli di nuove informazioni, fino a quando si satura e scoppia. Come una bolla. Ma allo stesso tempo, ci sono stati casi in cui sia i forum che i blog erano direzionati da chi creava i video.»
Una società che non vuole più uscire di casa pretende il brivido consegnato al citofono. E quando il pericolo diventa domestico, ci si convince di poterlo gestire.
I creepy sono l’equivalente delle favole attorno al fuoco.
Il modo che i ragazzini di oggi hanno di entrare nella casa infestata del paese senza correre il rischio di farsi veramente del male.»
«Sono quindi l’equivalente delle prove di coraggio?»
«In un certo senso sì. Viviamo in un’epoca desensorializzata, la maggior parte delle relazioni sociali avvengono a distanza, senza riguardare davvero i corpi. Siamo abituati a ricevere qualsiasi cosa a domicilio. Sia gli oggetti che il cibo. Anche le droghe. Nessuno esce più di casa se non vi è costretto. E anche il lavoro, la principale forma di costrizione della società odierna, avviene sempre di più da remoto.»
«Cosa c’è di più futuristico delle nuove generazioni? Loro sono già abituati alla virtualità, nascono con gli smartphone in mano, apprendono subito a interagire con una finestra aperta su un mondo che non hanno davvero davanti. Ma per loro è reale lo stesso.
Ecco perché, una volta cresciuti, anche il pericolo vogliono averlo direttamente a casa. Reale e a domicilio. Questa, per me, è la funzione dei creepy.»
Ed ecco il vero orrore. Non il sequestro. Non l’ombra. Non la leggenda. L’abitudine.
Ma quale modo migliore per nascondere qualcosa se non abituarsi a vederla ogni giorno? Fino a non farci più caso.
Perché in questo romanzo non si racconta solo di sparizioni o manipolazioni, di oscura dipendenza affettiva, quel legame che si crea quando non si hanno più alternative, che confonde protezione e possesso.
Il sequestratore diventa l’unica risorsa affettiva del sequestrato. Non solo l’unica possibilità di sopravvivenza.
Ma anche di reazioni.
… di fronte al pericolo, l’essere umano o fugge o combatte. Di fronte a un trauma, la coscienza, fa lo stesso.
E a volte la coscienza combatte mentendo.
A se stessa.
Anna non dimentica non si appoggia ai consueti meccanismi del thriller, ma lavora su un terreno più scivoloso. La paura condivisa, la viralità, il trauma che si moltiplica online. Non è l’ennesima variazione sul crimine perfetto. È un romanzo che interroga il modo in cui oggi costruiamo e consumiamo l’angoscia.
È un’apnea di tensione costante, sottocutanea, inquieta perché non offre consolazioni, lasciando con quella sensazione sgradevole che il male non sia un’anomalia, ma una possibilità strutturale dell’essere umano.
Romanzo ottimamente congegnato?
Senza dubbio. Non permette al lettore di essere spettatore passivo, lo chiama in causa. Costringe a riflettere su quanto si sia disposti a guardare e quanto si preferisca condividere.
Romanzo profondamente contemporaneo? Assolutamente.
Ma non perché parli di smartphone o di creepy.
È contemporaneo perché intercetta la solitudine mediata, l’assuefazione all’orrore, legge il presente e lo mette sotto una luce che non perdona.
Un thriller che non corre dietro alla paura.
La studia.
E poi la lascia libera.
E su tutto questo e per tutto questo c’è Anna.
Che non dimentica.
Non perché sia forte.
Ma perché ricordare è l’unica forma di resistenza.
Alla vita si sopravvive, si ripeté come un mantra.
Si sopravvive. Non sempre si guarisce.
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Adriano Giotti
è un regista e sceneggiatore italiano. Con i suoi lavori ha vinto numerosi premi in Italia e all’estero, ed è stato candidato ai David di Donatello con il cortometraggio Mostri. Anna non dimentica è il suo primo romanzo, pubblicato da Longanesi nel 2026.