BLOGTOUR “Il mestiere del buio”




‎ TAPPA 7

Il passato che ritorna:

il cold case come ossessione

e

chiave del presente.


Sinossi. A Milano tutto si compra e tutto si vende. La metropoli corre veloce: grattacieli, eventi, milioni di euro in movimento. Ma basta allontanarsi dalle rotaie dei tram del centro per scoprire un’altra realtà: quella dei magazzini abbandonati, dei serragli clandestini e delle persone che scompaiono senza lasciare traccia. Lorenzo Visconti, detto il Drago, esce dal Policlinico dopo cinque giorni di ricovero. Tre uomini mascherati lo hanno accoltellato sotto casa. È vivo per miracolo, ma deciso a scoprire chi vuole farlo fuori. Ex poliziotto espulso dalla Questura, investigatore senza licenza né padroni, vegetariano per scelta e allergico alle ingiustizie, il Drago attraversa la città in sella alla sua Ducati Monster seguendo un istinto che raramente sbaglia. Così quando Yichen, il giovane assistente di una clinica veterinaria, finisce in carcere con l’accusa di appartenere a un’organizzazione criminale internazionale, il Drago si convince che qualcuno stia cercando di incastrarlo. Quell’arresto, infatti, è soltanto l’inizio di una vicenda in cui si intrecciano traffici di animali esotici, denaro sporco, ricatti, sparizioni e segreti che qualcuno è disposto a proteggere a qualsiasi costo. E più il Drago si avvicina alla verità, più diventa evidente che dietro fatti solo in apparenza scollegati si nasconde un disegno più vasto. Dalla palestra Carnera ai ballatoi di via Gluck, da Chinatown e via Padova ai depositi intorno alla Stazione Centrale, Paolo Roversi costruisce un noir teso e contemporaneo, che si inserisce nella grande tradizione della Milano nera di Scerbanenco.


Autore: Paolo Roversi

Editore: Piemme

Pagine: 228

Pubblicazione: 2026

 A cura di

Sabrina De Bastiani


Un vecchio omicidio apparentemente marginale diventa la chiave per comprendere i crimini del presente e la sorte di Lara.

di Sabrina De Bastiani 

«Ieri notte ho pescato questo dal mucchio dei cold case di Lara. Dategli un’occhiata anche voi.»

Nessuno spazio per le illusioni, per le attese consolatorie. Il crimine è metodo, calcolo, conseguenza. E chi indaga deve imparare a guardarlo senza lasciarsi ingannare da ciò che vorrebbe fosse vero.

Nel  crimine, la speranza è il primo errore dei dilettanti.

Ma c’è un altro luogo in cui la speranza assume un significato completamente diverso.

Quello dei cold case.

Perché davanti a un omicidio irrisolto, a una scomparsa senza risposta, a un fascicolo che con gli anni finisce in fondo a un archivio, non abbandonare la ricerca non è un errore. È la prima cosa giusta da fare.

Cold case, indagini arenate su binari morti, misteri lasciati a marcire nei cassetti delle procure.

Un cold case è, prima ancora di essere un caso investigativo, una storia alla quale è stato tolto un finale. Il tempo può averne consumato le tracce, disperso i testimoni, reso più difficile distinguere ciò che conta da ciò che sembrava contare. Ma non cancella il delitto. E soprattutto non cancella la vittima.

È questo che rende i casi irrisolti così potenti anche narrativamente. Perché il passato non è mai davvero statico. Rimane lì, apparentemente silenzioso, finché qualcosa non torna a muoversi.

Ne Il mestiere del buio di Paolo Roversi, questo qualcosa ha un nome e un cognome. Quello della poliziotta Lara Serrano.

Una cinquantina di dossier su omicidi irrisolti su cui Lara Serrano lavorava nell’ombra perché non voleva che le vittime venissero dimenticate.

Lara ha fatto dei cold case una forma di ostinazione, torna sui fascicoli, riapre piste, cerca nei documenti ciò che altri hanno smesso di cercare,  non si limita a indagare, sceglie di ricordare. E ricordare significa anche restituire una forma di giustizia.

Poi accade qualcosa di terribile e Serrano diventa lei stessa un cold case. La  storia senza risposta che qualcuno deve continuare a cercare.

Quel qualcuno è Lorenzo Visconti, il Drago. Ex poliziotto,  investigatore fuori dagli schemi che non ha più una divisa né un’istituzione alle spalle, ma non ha mai smarrito il bisogno di arrivare alla verità. E ora deve fare per Lara ciò che Lara faceva per gli altri. Riportare alla luce le tracce, inseguire le domande rimaste aperte, sottrarre al silenzio ciò che il tempo rischia di cancellare.

Una persona viene uccisa, le indagini si fermano, gli anni passano, l’attenzione dell’opinione pubblica si sposta altrove. La vita continua. Ma per qualcuno quella storia non è mai finita. Per i familiari, certamente. E per chi decide di occuparsi di quei fascicoli, anche quando nessuno lo chiede più.

È la logica ostinata di un’indagine che non accetta la parola “fine”.

Sullo schermo c’è il dossier che ho dedicato alla scomparsa della poliziotta: appunti, ricerche, tentativi falliti. Due anni di domande senza risposta.

Roversi sceglie di raccontare anche i tentativi falliti. Perché un’indagine non è fatta soltanto di intuizioni brillanti e scoperte decisive. È fatta soprattutto di porte che non si aprono, piste che si interrompono, documenti da rileggere, testimonianze da ricontrollare, dettagli che sembrano insignificanti fino a quando non  li si guarda da un’altra angolazione.

Il passato non torna semplicemente per essere raccontato. Torna perché ha  qualcosa da dire al presente.

Quella vecchia storia si ricollega ai traffici di oggi. E a Lara.

Il tempo, anziché chiudere necessariamente una vicenda, può trasformarla. Un dettaglio che vent’anni prima non aveva trovato il suo posto può diventare decisivo quando viene accostato a un’informazione nuova. Un nome può riemergere. Una relazione apparentemente secondaria può rivelarsi fondamentale. Una vecchia informativa può assumere un significato completamente diverso. È quello che accade quando i fascicoli vengono riaperti e messi in comunicazione tra loro.

«(…) Io queste informazioni non le ho recuperate lì.»

«Dove allora?»

«Dal fascicolo del PM che aveva seguito il caso all’epoca: lì si incrociano le informative della polizia e i rapporti dei carabinieri.»

«Quindi?»

«(…) c’è un fatto nuovo.»

Risolvere  un cold case significa spesso tornare sui fatti senza dare per scontato che siano già stati compresi. Mettere insieme pezzi che erano stati raccolti separatamente. Leggere un documento alla luce di un altro. Tornare su una persona, su un luogo, su una circostanza.

È stato quello il momento in cui la palla di neve ha iniziato a rotolare per trasformarsi nella valanga di oggi.

La metafora della palla di neve restituisce bene questa dinamica. Un elemento apparentemente piccolo comincia a muoversi e, strada facendo, raccoglie altri elementi, altre connessioni, altre responsabilità. Fino a diventare qualcosa che non può più essere fermato.

Ed è proprio questo il fascino del cold case anche per chi legge, ossia  la sensazione che dietro una storia archiviata possa esserci ancora una verità capace di cambiare ciò che crediamo di sapere.

In questo senso, il lavoro di Lara assume un valore che va oltre la semplice professionalità investigativa. Lei non abbandona  perché non accetta che il tempo diventi una scusa per dimenticare. E forse è questa la vera ossessione dei casi irrisolti. Non solo sapere chi ha ucciso, quanto impedire che qualcuno possa essere cancellato due volte. Una volta dalla vita. La seconda dalla memoria.

«Bisogna sempre crederci»

La risposta alla domanda «Lara è ancora viva secondo te?» acquista di fatto  un significato che va oltre la sua sorte personale. È una frase che appartiene alla logica stessa del cold case. Credere non significa abbandonarsi ingenuamente alla speranza. Significa continuare a cercare finché esiste una possibilità, anche minima, di trovare una risposta. Ed è una distinzione fondamentale.

La speranza, nel crimine, può essere davvero l’errore del dilettante. Ma nell’indagine la perseveranza è tutt’altra cosa. È metodo. È memoria. È ostinazione. È il rifiuto di consegnare una vittima al silenzio.

Ed è per questo che il passato, quando torna, fa così paura.  Perché non torna mai da solo. Porta con sé ciò che non è stato risolto, ciò che qualcuno ha cercato di nascondere, ciò che sembrava dimenticato e invece aspettava soltanto chi avesse il coraggio di riaprire un fascicolo.

Milano dimentica in fretta. Specie quando il casino riguarda qualcun altro.

È un passaggio  amaro, quasi brutale. Eppure dice molto anche dei cold case. Perché dimenticare è facile quando una storia non ci riguarda, quando il nome di una vittima non appartiene alla nostra famiglia, quando il dolore degli altri rimane abbastanza lontano da non turbare le nostre giornate.

Milano dimentica. Le persone dimenticano. L’attenzione si sposta, il rumore di una notizia viene coperto da quello della successiva, e persino un omicidio può  diventare una storia di ieri.

Ma un cold case è proprio ciò che si oppone a questa dimenticanza.

È il passato che rifiuta di stare al suo posto. È una domanda che continua a esistere anche quando nessuno sembra più disposto ad ascoltarla. È un fascicolo che può restare chiuso per anni, ma che non smette per questo di contenere una vita, una morte, una responsabilità.

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Paolo Roversi



Paolo Roversi è un giallista, sceneggiatore, docente per la scuola Holden e autore di soggetti per teatro, cinema e serie Tv. Ha scritto per diverse case editrici molti romanzi, tradotti in otto paesi. Per Il Battello a Vapore ha pubblicato quattro avventure del giovane detective Ricky: Il mistero dell’Ombra dell’alba, Il segreto del Barone Rosso, Tutankhamon – La maledizione del Faraone bambino e Il codice segreto di Leonardo.