Braccata




Marina Di Guardo


Sinossi. Marina Di Guardo torna in libreria con un suspance tesissimo che unisce una storia ricca di colpi di scena a una riflessione senza filtri sulla società contemporanea.

«Scese le scale a passi lievi, felpati. In cortile, si avvicinò al corpo ormai senza vita della donna. La contemplò in silenzio, come a darle un ultimo addio, poi sgattaiolò dall’uscita secondaria, la stessa che aveva imboccato all’arrivo.»

Acque cristalline, tramonti infiniti, scorci unici: in Sicilia, Angela ha trovato una serenità che le mancava da tempo. Purtroppo, la vacanza che è riuscita a ritagliarsi insieme all’amica di sempre, Beatrice, è agli sgoccioli: la Fashion Week incombe, e per lei, senior fashion buyer di un importante studio milanese, significa il ritorno obbligato ai ritmi frenetici della città. Ma alla vigilia della partenza, tutto precipita: Beatrice, uscita nel pomeriggio per una commissione, non fa ritorno in albergo. Angela, allarmata, la cerca invano per le strade e i locali di Ortigia, ma alla fine è costretta a sporgere denuncia. Due giorni dopo, il maresciallo dei carabinieri Alfonso Vitanza la chiama spiegandole che il cadavere di una donna sui trent’anni è stato ritrovato fra le rovine di una tonnara in disuso. Angela prega di sbagliarsi, e invece si tratta proprio di Beatrice: il corpo è straziato da numerose coltellate. Annientata, torna a Milano insieme al fidanzato Alberto, volato a Siracusa in suo soccorso. È solo l’inizio di un terribile tunnel: il sangue intorno a lei non ha finito di scorrere, e presto Angela si ritrova addosso una spaventosa accusa, braccata dai cronisti, imputata in un processo mediatico che ha già pronunciato la sua sentenza.


Autore: Marina Di Guardo

Editore: Mondadori

Collana: Omnibus

Anno edizione: 2025

Pagine: 312 p., Rilegato

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


La vide cadere come una bambola di pezza, in un volo breve e inconsapevole.

Il thriller, quando funziona davvero,  comincia solo apparentemente  con un delitto. 

In realtà comincia  con una fiducia che vacilla.

‘Braccata’, il nuovo romanzo di Marina Di Guardo,  nasce proprio lì, nel punto esatto in cui ciò che dovrebbe proteggere smette di essere sicuro e da quelle crepe fa filtrare una tensione sottile, persistente, inquietante.

Angela, la protagonista, è una donna che osserva, riflette, si interroga. Non  un’eroina da copertina, ma una persona attraversata dai dubbi, capace di mettersi in discussione.

La scrittura riflette questa tensione interiore fin dalla prime righe.

Aveva scritto il primo capitolo, ce ne sarebbero stati altri. Tanta strada da percorrere prima di arrivare alla fine di un’impresa appena iniziata.

Una  frase che vale sia per la storia sia per il percorso emotivo di Angela, costretta a fare i conti con un caso di omicidio che diventa immediatamente qualcosa di più grande di lei.

L’uccisione di una giovane donna, infatti , non è solo la tragica perdita di un’amica, non è solo un fatto di cronaca, ma un potentissimo detonatore. 

L’omicidio di Beatrice Recchi era già diventato un caso e Angela si chiese quale fosse la discriminante per cui un delitto veniva analizzato e indagato dalla stampa più di un altro.

E qui  ‘Braccata’, oltre al thrill,  mostra  un volto che non fa sconti, nella  riflessione sulla selezione del dolore, su quali vittime meritino attenzione e quali no. Nulla è lasciato al caso, nemmeno il modo in cui l’opinione pubblica costruisce colpevoli e innocenti prima ancora che lo faccia la giustizia.

Uno dei temi centrali del romanzo, di fatto,  è la pressione mediatica, restituita tel quel

«Come ti dicevo ieri, si è messa in moto la macchina del fango. La gente è alla ricerca di un colpevole su cui rovesciare le proprie frustrazioni per potersi sentire persone migliori. I mass media conoscono bene il meccanismo e gongolano all’idea di raccontare particolari pruriginosi che faranno vendere giornali e ottenere ascolti record.»

Qui Di Guardo affonda il coltello, parlando apertamente di spettacolarizzazione del male, di un sistema che si nutre di dolore altrui e lo trasforma in intrattenimento.

 ‘Braccata’ sa essere anche una storia di resistenza e ricostruzione. Angela attraversa uno sconvolgimento totale, ma non si perde definitivamente. 

 nello  tsunami che l’aveva investita aveva perso tutto, ma stava ritrovando se stessa.

È una rinascita faticosa, non trionfale, resa credibile proprio perché imperfetta. E sullo sfondo resta quella verità che salva. 

le persone che ci vogliono bene restano accanto.

E accanto ad Angela, in primis,  c’è il maresciallo Alfonso Vitanza, figura misurata, concreta, lontana dagli stereotipi dell’ infallibile. 

Il loro rapporto si costruisce sul rispetto, sulla cautela, sulla consapevolezza che la verità non è mai immediata. 

In un mondo che urla e giudica, Vitanza rappresenta la necessità del tempo, dell’ascolto, della verifica.

Di Guardo tratta i sentimenti con misura, senza romanticismi facili. Affetti, legami, paure, sensi di colpa, bisogno di essere visti o amati,  tutto è raccontato in modo sobrio, quasi trattenuto. Ed è questo  che li rende credibili. 

I personaggi non dichiarano quello che provano, lo lasciano filtrare attraverso gesti minimi, pensieri spezzati, reazioni che arrivano in ritardo. 

Come nella vita vera.

L’ambientazione è un contrappunto narrativo potentissimo. Siracusa e Ortigia, con la loro luce antica, il ritmo più umano, la memoria che affiora dalle pietre, rappresentano un’illusione di equilibrio, quasi un’idea di appartenenza. Milano, al contrario, è movimento continuo, esposizione, rumore

La folla che invadeva le strade le comunico il solito senso di straniamento, di solitudine che provava ogni volta che si recava da quelle parti. Viveva a Milano ormai da quindici anni, ma non si era ancora abituata alla città, ai suoi riti, alla sua frenesia. (…) 

una città che osserva ma che  accoglie con diffidenza, che può amplificare  la solitudine e rende tutto più fragile. 

il senso di alienazione, di smarrimento si era acuito, facendole dubitare, a volte, di voler continuare a vivere lì. Accadeva soprattutto quando usciva per strada, ascoltava i discorsi delle persone che camminavano vicino a lei, osservava i volti, spesso smagati e tristi, di tanti ragazzi. Tutti sembravano alla ricerca di qualcosa che non riuscivano mai a ottenere.

Nel passaggio dall’una all’altra, “Braccata” mette in scena uno spaesamento profondo, geografico ed emotivo insieme.

Portare il delitto a Ortigia, nella suggestiva cornice della tonnara, significa caricare la storia di una forza simbolica potentissima. È un luogo di bellezza e di memoria, legato a un lavoro antico, collettivo, regolato da gesti ripetuti nel tempo. Inserire lì il crimine vuol dire spezzare un’armonia, profanare uno spazio che per tradizione dovrebbe essere ordine e ritualità. Il contrasto tra la luce del mare, la pietra, il silenzio carico di storia e l’irruzione della violenza rende il male ancora più disturbante,  esposto, come una ferita che deturpa ciò che sembrava intatto.

La scrittura di Marina Di Guardo è diretta, sorvegliata, senza inutili orpelli. Non cerca l’effetto speciale e non ammicca al lettore,  va dritta al punto, con una lingua che privilegia la chiarezza e la tenuta emotiva della scena. È una scrittura che non alza la voce, ma proprio per questo riesce a essere incisiva.

Di Guardo lavora molto sull’interiorità, accompagna  il pensiero dei personaggi, ne segue le esitazioni, le contraddizioni, i piccoli scarti emotivi. C’è un’attenzione costante alla dimensione psicologica, soprattutto femminile, raccontata senza idealizzazioni attraverso protagoniste  mai “forti” per posa narrativa, ma che  lo diventano semmai attraversando il dubbio, la paura, il senso di inadeguatezza.

Un altro tratto notevole  è l’equilibrio tra narrazione e riflessione. Nei suoi romanzi l’azione non è mai fine a se stessa,  ogni evento apre una domanda, ogni snodo della trama ha una ricaduta morale o sociale. Il ritmo resta costantemente teso, ma offre  spazio allo sguardo critico sul presente,sui media, sul giudizio collettivo, sulle dinamiche di potere e di esposizione pubblica del dolore.

 Di Guardo ha una scrittura “onesta”, nel senso più alto del termine. 

Ossia non  manipola le emozioni, non forza la commozione, non amplifica o semplifica il male. E proprio per questo le sue storie  risultano solide e  capaci  di restare nella memoria.

Alterna  con intelligenza momenti di avanzamento dell’indagine a momenti  che  servono a caricare l’atmosfera. Le digressioni interiori, le osservazioni sul contesto sociale, i silenzi dei personaggi non spezzano il ritmo, al contrario lo modulano. 

La suspense nasce spesso da ciò che non viene detto subito. Informazioni centellinate, dettagli che sembrano marginali e invece tornano più avanti, scene che si chiudono un attimo prima della rivelazione. L’autrice sa quando fermarsi, e questa è una delle sue armi migliori. Non c’è fretta di arrivare alla soluzione, perché il cuore del romanzo non è solo scoprire chi è stato, ma capire come e perché il male abbia trovato spazio.

Fiducia, si diceva all’inizio. 

Di Guardo, in questo romanzo più ancora che nei precedenti, compie una scelta netta. Quella di spostare  il thriller dal territorio esterno del pericolo a quello, molto più instabile, dalla fiducia, appunto.

Il male non arriva da lontano, non è un’irruzione improvvisa. Può nascere  dentro il cerchio delle relazioni, nei non detti, nelle aspettative tradite.

In ‘Braccata’ amicizia, famiglia, legami affettivi non sono rifugi sicuri per definizione. Sono spazi esposti, fragili, talvolta ambigui. Possono proteggere, ma anche mettere in pericolo. È una visione lucida e scomoda, perché tocca il cuore del nostro sistema valoriale. Cio’ che dovrebbe salvarci è anche ciò che potrebbe  farci più male.

Di Guardo non demolisce questi valori, al contrario, ma li sottopone a stress. Li mette alla prova. Mostra come la fiducia, quando è cieca o data per scontata, diventi una vulnerabilità. E come le relazioni, se non fondate sulla verità e sulla responsabilità, possano trasformarsi in terreno fertile per il sospetto, la manipolazione, persino la violenza.

Il thriller, così, cambia funzione: non serve solo a scoprire un colpevole, ma a interrogare il lettore su dove finisca la protezione e dove inizi  il rischio. 

Chi scegliamo di tenere vicino? Di chi ci fidiamo davvero? E quanto siamo disposti a vedere, pur di non incrinare un legame?

Con ‘Braccata’, Marina Di Guardo firma uno strepitoso thriller. 

Morale e investigativo. 

Un romanzo che inquieta perché non punta il dito verso l’ignoto, ma verso ciò che conosciamo meglio. 

E ci ricorda, senza sconti, che il pericolo più grande spesso non è fuori dal cerchio.

E’ già dentro.

Oppure finge di esserlo?

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Marina Di Guardo


è nata a Novara ma ha origini siciliane. Vive tra Cremona e Milano. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato come vicedirettrice dello showroom di Blumarine. Ha esordito nella narrativa con il romanzo L’inganno della seduzione (Nulla Die, 2012), poi seguito da Non mi spezzi le ali (Nulla Die, 2014). Il passaggio definitivo al thriller risale al 2015, quando pubblica nella collana digitale ZoomFiltri di Feltrinelli, curata da Sergio Altieri, Bambole gemelle e Frozen Bodies (Delos Books, 2016). Con Mondadori ha pubblicato Com’è giusto che sia (2017), opzionato per una serie televisiva, La memoria dei corpi (2019), tradotto in diversi paesi, Nella buona e nella cattiva sorte (2020), Dress code rosso sangue (2022), Quello che ti nascondevo (2023).