IL GIALLO CLASSICO: COME IN UNO SPECCHIO




Helen McCLoy


Sinossi. Perché la giovane e mite Faustina Crayle viene allontanata di colpo, e senza apparenti ragioni, dalla scuola per ragazze dove insegna? Come mai la preside, la signora Lightfoot, si rifiuta ostinatamente di motivare la sua decisione? E qual è la ragione per cui il corpo docente, le studentesse, persino gli inservienti sono pronti a giurare che Faustina “appare in luoghi dove non potrebbe essere”? Su richiesta della fidanzata, collega e amica di Faustina, il dottor Basil Willing accetta di fare luce su quella strana storia. Willing, un medico psichiatra che per le sue competenze scientifiche collabora spesso con il procuratore distrettuale di Manhattan, conosce bene questo fenomeno: è il cosiddetto “doppelgänger“, il doppio di una persona che si materializza e vive una sua vita autonoma. Ma ovviamente siamo nel campo dell’irrazionale, del soprannaturale, tanto più che, secondo una leggenda popolare, l’apparizione del doppio è foriera di morte e di sventura. Eppure, contro ogni logica, la leggenda pare avverarsi quando si verificano alcune morti inspiegabili. La soluzione, nella migliore tradizione del genere, sarà però del tutto logica: niente spiriti o fantasmi, solo un astuto (uomo o donna che sia) assassino. (Fonte: Amazon.it)


Autore: Helen McCLoy

Editore: Polillo Editore

Traduzione: Marilena Caselli

Genere: Giallo classico

Pagine: 249

Anno di pubblicazione: 2006

 Recensione

di

Claudio Pinna


Nel mondo del giallo, del giallo classico intendo, esistono scrittori che vengono identificati con il genere stesso, come i vari Christie, Carr, Doyle, e altri che hanno contribuito a generare quella massa, in costante e inarrestabile ascesa, che gonfia il genere, a volte – ammettiamolo pure – inutilmente. Ci sono poi scrittori che sono delle meteore: a volte bruciano così in fretta da non lasciare traccia, a volte lasciano una scia nel cielo così intensa, che tutti sono costretti ad ammirarla e a raccontarla. Tra questi nomi, il primo che mi viene in mente è Geoffrey Holiday Hall. Il secondo è necessariamente Helen McCloy, e il suo romanzo appartiene a questo secondo tipo di meteore.

Quello che voglio dire è che pur non essendo un titolo che cambierà per sempre il genere, è comunque considerato dai più un titolo molto importante e, secondo alcuni, addirittura un capolavoro.

Per quel che mi riguarda, si tratta certamente di un romanzo memorabile, di forte atmosfera, con personaggi che rientrano nella tradizione del giallo classico, ovvero marionette da far muovere sul palcoscenico, ma questa volta con un tocco di profondità psicologica in più, anche se non abbastanza da presentare un’evoluzione profonda (o approfondita) dei personaggi stessi. Ma diciamolo francamente: non è questo il fine del giallo classico, non è questo il punto d’interesse del mystery, né per chi lo scrive, né per chi lo legge.

L’idea sfruttata dalla McCloy è quella di attingere al folklore anglosassone, che tuttavia ha le proprie radici nel mondo classico, e di pescare l’elemento del doppelgänger, ovvero del doppione, dell’eidolon secondo il mito greco, o del Ka secondo quello egizio. Il doppio di un essere umano ancora in vita, che si manifesta in modo ubiquitario, e che appare essere sostanzialmente una sorta di emanazione psichica di quell’individuo, veniva associato alla morte imminente dell’individuo che malauguratamente vedesse il se stesso duplicato, ma in generale era presagio di sventura. Col tempo, questa idea ha portato a generare quella degli spettri.

In questo senso, l’elemento soprannaturale, il gioco di prestigio, il mistero insolvibile, rimandano direttamente al più grande scrittore di questo sottogenere del mystery, ovvero a quel John Dickson Carr citato in precedenza. Tuttavia, qui il meccanismo, del tutto terreno, che spiegherà il mistero, appartiene innegabilmente al giallo classico whodunit, al giallo puzzle.

Ma cos’ha allora questo giallo di così particolare, per essere annoverato tra i migliori mai scritti?

Sicuramente, il modo in cui la McCloy crea la tensione, e la mantiene alta, nell’arco di tutta la narrazione è l’elemento che colpisce di più, e la promessa di un delitto, sempre nell’aria, arriva in un momento del tutto inatteso, decisamente tardi per i canoni del genere, e in parte in un modo che lascia dei dubbi al lettore che non si tratti di un vero e proprio delitto, ma di un caso, di un incidente.

Perché a dominare le menti di tutti, lettore compreso, è l’elemento del doppio, lo spettro che si aggira per la scuola dove i fatti si svolgono. E il fatto che la McCloy inserisca parti francamente didascaliche, come quella sulla Medea di Euripide, o sull’origine del significato del doppio, o che si lasci andare all’approfondimento di tematiche importanti, ma non ai fini della trama, come il divorzio, il libertinaggio, l’emancipazione femminile, e ad alcune speculazioni di tipo psicologico, parapsicologico e psichiatrico (non va dimenticato che il protagonista, Basil Willing, è un medico psichiatra), non riduce il gusto di questa lettura, ma ne fa parte, proprio perché sono elementi che contribuiscono a creare l’atmosfera, a rinforzare il mito, a dare suspense alla storia raccontata.

Devo ammettere che, anche se regge (e regge bene) arrivare al finale e vedere smontate tutte queste fascinazioni e suggestioni parapsicologiche è quasi un peccato, perché per lunga parte della lettura l’elemento gotico e soprannaturale appare più interessante di quello meramente giallo. Ma, nonostante questa sensazione, va riconosciuto alla McCloy di aver scritto con gran classe il finale del romanzo, proprio per il modo, per l’atmosfera con cui la scena viene raccontata, che mantiene inalterato il gusto gotico e in parte soprannaturale che ha caratterizzato l’intera narrazione.

Prendo in prestito quanto riportato da Wikipedia per continuare nel ragionamento sul testo: La storia è liberamente ispirata a quella di Emilie Sagée, la cui vicenda viene citata nel romanzo stesso: la Sagée fu un caso famoso di doppelgänger dei primi del 1800, dal quale evidentemente la McCloy trae spunto, pur giocando a carte scoperte con il lettore, a costo di rivelargli il cuore della vicenda. Dicendo questo non voglio minimamente sminuire l’opera della McCloy, ma solo mettere in evidenza come, tante volte, le buone storie, quelle che davvero si ricordano, vengano ispirate da fatti storici o curiosi, che poi gli scrittori rielaborano per poter veicolare al lettore, possibilmente confezionato nel pacchetto di un bel romanzo giallo come questo, alcuni elementi di cui interessa loro parlare, come in questo caso i temi sociali e psicologici toccati dall’autrice.

Per quanto riguarda lo stile, devo ammettere che l’eccessiva aggettivazione e un certo modo di descrivere ambienti e personaggi presta un po’ il fianco al passare del tempo, e soprattutto concede qualche spazio di troppo a un punto di vista smaccatamente femminile: fate caso a quante volte compare la menzione del colore di quello che la McCloy descrive, anche solo nelle primissime pagine. Stesso discorso si può fare circa alcuni elementi descritti con un gusto prettamente femminile. Non che ci sia niente di male, ovvio, ma forse in un romanzo così teso avrei preferito che l’elemento femminile fosse stato riservato ai dialoghi e ai modi di fare dei personaggi, e non alla voce narrante, ma qui è puramente il mio gusto di lettore a parlare. Alcuni potranno poi forse trovare irritante il modo erudito con cui la McCloy fa sfoggio di conoscenza quasi enciclopedica di tematiche varie e disomogenee tra loro, ma come detto prima, questo elemento per me fa parte del fascino di questa narrazione e non ne costituisce un limite, laddove questo stesso espediente, tecnicamente catalogato come infodumping, sia generalmente (e giustamente) esecrato e criticato.

Prima di concludere questa mia recensione, vorrei esprimere un  rammarico: questo libro sarebbe stato un ottimo spunto per uno di quei film alla Dario Argento, ovvero quel genere cinematografico volgarmente definito spaghetti thriller (per fare il verso allo spaghetti western) e più propriamente chiamato giallo all’italiana, che affonda le proprie radici proprio nel giallo letterario, sfruttandolo come base per creare film a volte dalle trame sconclusionate o scontate, ma certamente ricchissimo di atmosfera, sperimentazione tecnica, e soprattutto di tensione.

Ecco: un libro così, fosse finito in mano a un Sergio Martino o a un Lucio Fulci, per non dire a un Mario Bava, avrebbe probabilmente dato vita a una pellicola interessante, se non a un capolavoro del genere cinematografico in cui eravamo i migliori al mondo, e che oggi è stato in parte rivalutato grazie agli elogi di Quentin Tarantino: perché come al solito sono gli altri che devono ricordarci quanto eravamo grandi. Noi, i nostri maestri, li dimentichiamo in fretta.

Mi perdonerete se non ho parlato della trama, in questa mia lunga recensione, ma confido che vi sia bastata la sinossi più in alto. Se amate il giallo classico, e se amate le atmosfere, se siete in cerca di un anello di congiunzione tra i romanzi della golden age e quelli della modernità, soprattutto riguardo ai temi trattati all’interno della narrazione gialla, credo che troverete questo “Come in uno specchio” un romanzo decisamente valido e, forse, per alcuni di voi, un capolavoro dimenticato un po’ da tutti.

Per ripercorrerne la storia editoriale italiana, è bene ricordare che la prima edizione fu con il titolo (molto efficace) di “La donna dai due corpi” edito per I Gialli del Secolo Casini nel 1952, e successivamente come “La morte ha il mio volto”, nella collana I Gialli Classici Aurora, nel 1961. Da allora bisognerà attendere il 1998, quando la Mondadori lo ripubblicherà con il titolo “Lo specchio del male” nella collana I classici del Giallo, e soprattutto la Polillo editore, fonte inesauribile di piccoli e grandi capolavori dimenticati dell’epoca d’oro del giallo classico anglosassone, alla cui edizione questa mia recensione fa riferimento, pur tenendo conto che la traduttrice è la stessa per entrambe le edizioni, ovvero Mondadori e Polillo.

Prima di chiudere questa mia lunga, forse vale la pena aggiungere che il titolo è una citazione della prima lettera di San Paolo ai Corinzi: ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa. Ecco, io trovo che il titolo originale, “Through a glass, Darkly”, con quel Darkly messo dopo la virgola, regali quel tanto di ambiguità e di mistero che forse manca all’italiano. E forse  avrei lasciato il titolo originale, molto più efficace, evocativo, misterioso.

Insomma, se amate il giallo classico e siete alla ricerca di un romanzo che vi sorprenda, che forse non avete nemmeno mai sentito nominare, e che vi costringerà a leggere di nascosto, anche quando non potreste, questo è un buon titolo per voi.

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Helen McCloy


(New York,6 giugno 1904 – Boston, 1 dicembre 1994) è stata una giornalista, scrittrice e critica d’arte statunitense. La McCloy fu corrispondente dall’Europa per numerosi quotidiani e riviste statunitensi. È da molti considerata la più grande scrittrice statunitense di gialli. Fu la prima donna a essere eletta presidente dei Mystery Writers of America e vinse un Edgar Award per la sua attività di critico nel 1990 e nel 1980 vinse il premio Nero Wolfe con Burn this. Pubblicò il suo primo giallo, Dance of Death, nel 1938. È del 1950, invece, quello che è ritenuto il suo capolavoro, Through a Glass, Darkly (Come in uno specchio, noto in Italia anche con il titoloLo specchio del male), un rompicapo soprannaturale nella tradizione di John Dickson Carr. In esso, come in altri dodici romanzi e alcuni racconti, appare il personaggio del dottor Basil Willing. McCloy fu a lungo sposata con lo scrittore di gialli Brett Halliday. Morì all’età di novant’anni aBoston , dove aveva fondato nel 1971 una succursale dei Mystery Writers of America.(Fonte:Wikipedia.it)