Vivere e morire
al casinò di Sanremo

Sinossi. Tonino, un vecchio pussettista ovvero un baro della roulette cerca l’aiuto di Orso Tosco. La richiesta è strana: fare luce su un caso di quasi cinquant’anni prima, l’omicidio di Francesco Russello, ristoratore prestasoldi che nel suo locale di Sanremo accoglieva a tarda notte i croupier e le altre figure, dentro o fuori la legalità, orbitanti intorno al casinò. C’è di mezzo un tesoro, assicura Tonino… Orso prova a sottrarsi (“Sono nato nel 1982”) ma l’altro insiste e, da bravo pussettista, spinge la fiche vincente, chiedendo: “vuoi tradire la memoria di quel grand’uomo di tuo padre?” perché il padre di Orso era un croupier del casinò di Sanremo, conosceva Tonino, conosceva tutti i personaggi e tutte le storie. e dunque il figlio, pure giallista, non potrà che indagare.
Autore: Orso Tosco
Editore: Ubagu Press
Genere: Thriller
Pagine: 150 p., Brossura
Anno edizione: 2025
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
Ogni battito del cuore vale doppio quando ci si trova vicini a qualcosa di sbagliato e irrimediabile.
La partita di Controbuio, ed è manifesto fin dalle prime pagine, si gioca su un terreno che non è solo quello del noir, pur di quello declinato nella maniera del tutto originale e caratteristica, propria del talento pirotecnico di Orso Tosco.
Ma vira decisamente verso un impianto fantastico, visionario, carico di tensioni tra ragione e follia, vischioso di densità emotiva, quella che l’autore riesce a concentrare in poche battute, in uno spazio notturno, in un silenzio carico di attesa.
Perché Tosco non teme l’assurdo. Al contrario, lo abbraccia come argine necessario contro una realtà che appare sempre più piegata a giochi di potere, di interessi, a scarti di fortuna.
Una maga, nell’anno del Signore 2025, una maga. Ma si può? Dal mio punto di vista, non solo si può, si deve. Gli aspetti più assurdi dell’esistenza sono i più interessanti e i più innocui, e io mi sento obbligato a procedere in quella direzione perché, a ben guardare, la grandissima, cristallina ragionevolezza che governa il mondo ci sta o non ci sta portando verso l’apocalisse?
Il cuore della vicenda è un cold case, un rapimento finito nel peggiore dei modi e l’omicidio di un cambiavalute ritenuto scomodo, attorno al quale ruotano personaggi ruvidi, vividi e genuini, osservandoci riflessi in una vetrina mi dico che siamo i degni rappresentanti di questo pezzo di mondo: impresentabili e irregolari, malconci e assurdamente, stupidamente tenaci, che sembrano scampati alle cronache dell’ombra e appaiono oltremodo risoluti a fare luce su quel vecchio caso mai del tutto chiarito, guidati dalla pulsione di ritrovare del presunto oro nascosto dalla vittima, Russello, uomo di svariate frequntazioni e svariate esperienze.
«Russello aveva un ristorante a Sanremo, un ristorante che teneva aperto fino a tardi
frequentato da molti croupier»
Ma la parte più forte del romanzo non è una caccia a un tesoro materiale, che pure è motore della vicenda, bensì il tesoro lasciato nei corpi, nelle ferite, nelle ambizioni tradite. L’avida ingordigia, come scrive Tosco, “è il male di questa epoca, il peccato che non verrà perdonato.”
Ed è proprio questa colpa che innerva ogni dialogo e ogni scelta.
Ma… Il problema di quelli pronti a tutto è che spesso sono dei buoni a nulla. E questo porterà a una carambola di situazioni paradossali e realistiche, paradosso nel paradosso, laddove eventi esterni, la notte, la pioggia, la luce salta senza tornare. Le braci delle sigarette rubano la scena al volti e ai mobili della stanza. La strada è talmente buia e piena d’acqua che finisce per assomigliare a un fiume notturno, e i palazzoni che la circondano, resi irriconoscibili dalla pioggia, sembrano così la gola di un canyon, costringeranno a un’unità di luogo, un ristorante notturno, che eppure racchiude il mondo, i suoi segreti, i suoi ricatti.
È in questa oscurità che Tosco ambienta e mette in scena il suo teatro umano.
Un teatro nel quale si ricuciono memoria storica e microstorie oscure, senza retorica, con l’appoggio della cronaca, del vissuto e l’intensità della poesia sotterranea.
Un teatro nel quale si costruisce il sospetto e lo si rovescia.
«Ma cos’è che non ti torna?» gli chiedo.
«Di cosa?»
«Della confessione del presunto assassino».
«Non mi torna una beata minchia. A me come a chiunque abbia un po’ di cervello. Primo, Russello non era il tipo da farsi ammazzare per un debito di centottantamila lire, e secondo, non si sarebbe mai fatto scannare da un tossico magro come un grissino. No no, con buona probabilità Russello è stato ucciso perché chi c’era dietro al rapimento lo riteneva troppo debole per reggere la galera. Insomma, un potenziale chiacchierone, un infame in potenza, e quindi un pericolo».
Ipotesi smontate come un illusionista distrugge le sue stesse carte, lasciano storditi dal rovesciamento dei ruoli, vittima e carnefice, che si confondono come doppio riflesso in uno specchio incrinato.
Quello stesso specchio che sa farsi portale del tempo, attraverso il quale Tosco ci riporta alle tensioni dell’Italia post ‘68, in biblico tra le contraddizioni del progresso e le paure di una società che si autopercepiva sospesa.
«Gli anni Settanta vengono sempre ricordati per il terrorismo politico, le stragi impunite e gli scioperi, oppure, a voler essere un po’ meno drammatici, per le conquiste nel campo dei diritti civili come aborto e divorzio,» sentenzia Gianni Carré dopo aver bevuto un amaro alla goccia. «Ma per i ricchi italiani il vero incubo era un altro. Erano i sequestri di persona. In quel periodo era un fatto più che normale che il padre di una famiglia benestante istruisse i propri figli a non parcheggiare davanti a casa qualora avessero avuto la sensazione di essere seguiti.»
Per arrivare a una Sanremo che, in queste pagine, non è la città dei fiori, ma una città che si consuma.
Sanremo si è divertita nel Dopoguerra, ha danzato per decenni, si è illusa di guidare la banda e ha creduto che la musica sarebbe risuonata per sempre. E quando si è accorta, troppo tardi, che invece la musica era finita, e che sulla pista da ballo non restavano altro che vecchi e giovani malavitosi butterati, palme malate, neon e lungomari malinconici, allora Sanremo si è chiusa in una tristezza impenetrabile. Ha deciso di farsi vivere, di farsi usare come un’amante abituata a ben altro stile (…) da degni eredi di quella turpe piccola media borghesia che ha cementato ogni angolo di costa, uccidendo uno dei paesaggi più belli del Mediterraneo.
George La Nuit, il bar per nottambuli, è tratteggiato come un palco decaduto
Ai tempi d’oro era frequentato da giocatori, croupier, ricchi sfaccendati e malavitosi amanti del bel vivere. Col passare del tempo i completi eleganti dei suoi camerieri si sono sbiaditi, le imbottiture delle sedie si sono assottigliate, le cromature del bancone sono diventate opache, e i giocatori hanno smesso di celebrare le vittorie offrendo da bere, o semplicemente hanno smesso di farlo lì.
È un doloroso canto notturno, una lamentazione dolce e feroce, ed è qui, nella resa di un mondo che perde la sua festa, che Tosco mostra più chiaramente cosa significhi essere al fianco dei perdenti.
Invecchiare fa schifo a tutti, ma per alcune categorie umane fa più schifo ancora: sicuramente per gli attori, le attrici, le modelle e gli sportivi, certo, ma i criminali non hanno meno difficoltà. Il loro è un mercato estremamente competitivo, in costante evoluzione, con giovani sempre più freschi che vogliono dimostrare di essere i più forti, i più svegli, i più cattivi. E così i vecchi non possono permettersi di invecchiare, non platealmente, almeno. Possono provare a sfruttare la fama, se ne hanno una, possono provare a camuffare i movimenti rallentati facendoli sembrare stile, mancanza di stress, vero potere, ma non possono farsi prendere per il culo.
Uno sguardo impietoso, senza alcuna indulgenza, su un tipo di mondo in cui la giovinezza è merce e il tramonto non è permesso.
Il mondo del gioco d’azzardo, dei casinò, di un potere intrecciato a una normalità che nasconde strategie sottili.
Il potere è spesso assurdo, ingiusto e crudele, e che per questo bisogna conoscerlo, bisogna sapere come funziona, e non ci si deve fare scrupoli a fregarlo, se necessario. Crescendo, immagino abbia finito col decidere che è quasi sempre necessario. E che il mondo del gioco d’azzardo è il mondo più vicino a quello che per antonomasia cerca di fregare il potere a tempo pieno, quello della malavita. Con una differenza non da poco, però: il mondo delle Case da gioco, seppur vicinissimo a quello della malavita, è legale.
Un mondo dove l’unica forma di verità concessa ai veri giocatori è la disperazione.
«Ancora credi alla fortuna, Professore?» chiede Pietra. «Alla tua età e con la vita che hai avuto?» «Lo so,» ammette ‘O Professore, «faccio ridere. Ma se smetto di credere alla fortuna, come faccio a giocare? E se non gioco, me lo dite come faccio a vivere?»
Uno degli assi mitici del libro è racchiuso nel titolo, nella definizione di controbuio: Il buio è la puntata piazzata dal giocatore che si trova alla sinistra di chi dà le carte, una puntata di puro azzardo, un rilancio che va giocato senza sapere cosa si ha in mano. C’è soltanto un giocatore al tavolo in grado di arrogarsi un rischio maggiore, ed è colui che si trova alla sinistra di chi ha piazzato il buio. Quel giocatore è l’unico che può rilanciare, sempre alla cieca, l’unico che possa giocare il controbuio.
Chi nasce e vive alla sinistra del buio ha il controbuio nel proprio destino.
È un’immagine potente, che restituisce al titolo il suo senso filosofico, quello di un crocevia etico in cui chi osa rilanciare l’azzardo della vita si carica il fardello del proprio destino.
Tosco non pretende di fare chiarezza assoluta, di arrivare a una risposta univoca, del resto, non si raggiunge mai la verità da queste parti. Ci si gira attorno, come squali con una preda, e poi si cambia direzione, attratti da altre prede o in fuga da predatori più pericolosi, ma offre uno spaccato feroce e lucidissimo del labirinto di Sanremo, di palme che s’inginocchiano, di luci malate, della Pigna con i suoi vicoli stretti e le sue storie dimenticate, essa stessa personaggio.
E infine, la posta in gioco, non c’è permaloso più irremovibile del truffatore che viene accusato dell’unica truffa che non ha mai tentato, che è l’epitome del tema: chi è davvero truffatore, chi è vittima, chi è solo ingannato e chi ci rimette per sempre.
Tutto questo, condensato in una notte, in fretta, senza tregua, con dialoghi che accelerano, personaggi uniti come fili invisibili, silenzi che dicono più di urla. Controbuio è un canto di resistenza, una riscrittura del tramonto, un’applicazione dell’alchimia del racconto.
A me piacciono gli aneddoti. Tutto quello che sta ai margini della narrazione ufficiale, gli aspetti più assurdi, curiosi, poco credibili e spesso poco edificanti.
E allo stesso tempo un colpo al cuore. Una voce che pare uscita da un dolore antico, un testamento rituale affidato al silenzio.
«Se sei ancora viva quando leggi questo, chiudi gli occhi, io sono dietro le palpebre che divento buio».
Ma Controbuio è anche un libro figlio di un’eredità personale, Tosco non lo nasconde.
«Ognuno, nel bene o nel male, ha la famiglia che non si merita. Mio padre, come tutti i padri, anche quelli amatissimi, mi ha regalato i suoi buoni traumi.»
Dietro la voce dei suoi personaggi si intuisce quella del padre, uomo complesso, “non il tipo che si lascia raccontare in due parole”.
È forse da lì che nasce questa scrittura, da un’educazione sentimentale a un vissuto, dal bisogno di raccontare ciò che resta dopo una perdita, dal dovere di dare forma a un’eredità che non consola, ma spiega.
Chi nasce alla sinistra del buio, sembrano dire queste pagine, non può che giocare il controbuio della vita: rischiare, e continuare a raccontare.
E tutto ciò rende Controbuio un’esperienza di visione. Una partita all’ultimo rilancio.
E una dichiarazione d’amore, lucida, disperata, necessaria, alla vita stessa.
Acquista su Amazon.it:
Orso Tosco
è scrittore, poeta e sceneggiatore. Per minimum fax ha pubblicato il romanzo Aspettando i Naufraghi (2018) e, insieme a Cosimo Argentina, Dall’inferno. Due reportage letterari (2021). Per Interno Poesia è uscita la sua raccolta Figure amate (2019).
Per Rizzoli ha dato vita a una serie gialla, Le indagini del commissario Bova.