Storia della mia famiglia
divisa tra due popoli
Sinossi. Cosa vuol dire appartenere a una terra contesa? Come si racconta una storia di famiglia che attraversa confini, guerre, fughe, ritorni e desideri di pace? Con una scrittura limpida e partecipe, mai ideologica, Widad Tamimi intreccia memoria personale e riflessione civile, accompagnando il lettore nel cuore vivo del conflitto israelo-palestinese, senza semplificazioni né proclami. Tutto prende avvio da un’immagine semplice e disarmante: due bambini, uno palestinese e uno israeliano, seduti a disegnare la loro casa. Da lì si dipana un racconto fatto di frammenti d’infanzia, storie famigliari, testimonianze, sogni infranti e speranze tenaci. Ne emerge un memoir profondo e toccante, che parla di esilio, maternità, giustizia e riconciliazione, ma soprattutto dell’inesauribile desiderio umano di comprendere l’altro, anche quando sembra impossibile riuscire a farlo. Dal fiume al mare è un libro che prende posizione con dolcezza e determinazione: la voce di una donna, di una figlia e di una madre che cerca, attraverso le parole, di restituire dignità a una terra segnata da contraddizioni, ferite e bellezza. Una testimonianza letteraria necessaria per chi ama le storie vere che parlano alla coscienza e al cuore; per chi non si accontenta degli slogan; per chi crede che la letteratura possa ancora essere uno spazio di ascolto, verità e umanità. Dal cuore del conflitto israelo-palestinese, una storia di dolore, radici e speranza. Un memoir potente e profondamente umano, che dà voce a chi vive tra identità spezzate e confini mai pacificati.
Autore: Widad Tamimi
Editore: Feltrinelli
Genere: memoir
Pagine: 176
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Michela Bellini
Un punto di vista diverso, il punto di vista che non viene mai preso in considerazione, quello di chi non appartiene a una radice specifica, ma si trova ad essere, come questa scrittrice, discendente di realtà differenti e talora opposte, di chi come lei ha radici sia in Europa che in Israele e in Palestina e sente di appartenere in parte a ciascuno di questi mondi.
In questo racconto di vita vissuta, l’autrice ci porta con sé nei suoi luoghi e tra i suoi interrogativi, ci racconta di una famiglia di ebrei contrari al sionismo fin dai suoi albori e fieri sostenitori dei diritti umani senza distinzione di popoli e di una popolazione palestinese resistente e nel contempo capace di grande accoglienza.
Ci dice degli enormi danni fatti alle persone e specialmente ai bambini di Gaza, che non sono solo fisici ma anche psicologici, perché vivere nella paura costante di essere annientati genera un’ansia cui è stato dato un nome “disturbo da stress traumatico cronico”. Bambini che soffrono di depressione, ansia, fobie, bambini che hanno comportamenti autolesionistici.
Lei, che è cresciuta in Italia, figlia di un palestinese e di una madre tecnicamente non ebrea, visto che sua madre era americana, ma di origine ebraica per parte di padre, fa lunghe e importanti riflessioni sulle vicende dei due popoli nemici, scegliendo di non scegliere da che parte stare:
“…il nome Widad – “amore”, in arabo antico – ha segnato la mia vita più di qualunque scelta. Ogni volta che qualcuno me ne ha chiesto il significato, fin da bambina ho sentito un richiamo: verso le mie radici, le mie ferite, i miei due popoli, e verso l’intenzione dei miei genitori nello sceglierlo. Porto un nome che ogni giorno mi ricorda da dove vengo e a quale storia – a quali due storie – appartengo.”
Ed è in nome di questa doppia appartenenza che Tamimi pensa che:
“… Contrastare la disillusione è forse a sua volta una forma di resistenza, che lavora in vista delle generazioni a venire e si impegna a costruire strumenti che, se inadeguati oggi a proteggere i diritti di tutti, non lo siano almeno per le generazioni future. Resistere alla disumanizzazione in Israele e Palestina.”
Perché quando tu cominci a pensare che il tuo nemico non è un essere umano come te, lì hai già perso a tua volta una parte della tua umanità.
A questo proposito dice la scrittrice:
“…Ci vogliono anni, decenni, generazioni, per arrivare a negare l’umanità di un essere umano. Alla fine, sia chi subisce gli effetti di questa trasformazione sia chi la agisce finisce per disumanizzarsi. Per questo, oggi, il vero e più profondo significato della nostra resistenza è quello di resistere innanzitutto alla disumanizzazione, nostra e dell’altro, resistere al richiamo istintivo alla vendetta.”
Questo è un libro tutto da leggere, che apre prospettive diverse su questioni molto complesse e costituisce di per sé stesso un tentativo di pacificazione degli animi in nome di un’umanità che renda possibile un futuro per tutti.
Acquista su Amazon.it:
Widad Tamimi
è un’autrice di origini palestinesi ed ebraiche, cresciuta in Italia e da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani. Nata a Milano nel 1981, ha raccolto nella sua esperienza personale le contraddizioni e le ferite della Storia, che attraversano anche la sua scrittura. Ha preso parte al programma “Restoring Family Links” della Croce Rossa Slovena, operando nei campi di accoglienza per i rifugiati. Nel 2012 ha esordito con il romanzo Il caffè delle donne (Mondadori), una storia che intreccia memoria, radici e voci femminili in cerca di riscatto. Scrive racconti per “Delo”, il principale quotidiano sloveno.