Delitti allo specchio




Paolo Pinna Parpaglia


Sinossi.

Un nuovo caso per l’investigatore Depin.

«Si tratta di corna o di sangue?», domanda Depin.
«Di sangue, Depin, di molto sangue», risponde Boschi.
In effetti, alla residenza Fairy, un’incantevole ed esclusiva residenza sanitaria che in pochi possono permettersi, sono già tre i morti ammazzati da mano sconosciuta. Meglio non coinvolgere la polizia, pensa il direttore Ernesto Boschi; meglio risolvere in casa il problema affidandosi a un investigatore privato di prima categoria e far tornare tutto alla consueta normalità. Chiamato al proprio dovere, Antony Depin abbandona la sua Assemini per volare molto, molto lontano e capire cosa stia succedendo in quel posto fatato, dove improvvisamente qualcuno ha cominciato a uccidere i pazienti. Si fingerà un ospite della struttura e aspetterà con gli occhi aperti che arrivi il suo turno. Ma gli basta poco per capire che alla residenza Fairy chiunque potrebbe essere vittima o carnefice. Dovrà solo restare vivo abbastanza a lungo per mettere insieme tutti i pezzi del mosaico, trovare il killer e archiviare il caso.

Un autore da oltre 100.000 copie

Una residenza sanitaria di lusso dove gli ospiti sono vittime di un killer.
Antony Depin
è chiamato a investigare e cercare di fermare lo spietato omicida.

«Con Antony Depin l’autore si inserisce nel solco di quella crime fiction americana che trova nella commedia
e nel grottesco la sua cifra:
da Stuart Kaminsky a Jonathan Lethem.»
L’Unione Sarda

Editore: Newton Compton 

Genere: Mistery, hard boiled

Pagine: 264

Anno edizione: 2025

 Recensione

di

Claudio Pinna


Chissà perché non avevo mai letto Paolo Pinna Parpaglia. Chissà.

Il suo detective Antony Depin è un vero spasso. Sopra le righe come un Marlowe che gioca a fare il verso a Marlowe, violento, ma solo nei pensieri, sciupa femmine come si conviene a un protagonista dell’hard-boiled, vestito come se fosse davvero un detective della Chicago del 1953.

Ha delle manie e degli atteggiamenti che non lo rendono poi così lontano dai personaggi che popolano il mondo in cui si trova a indagare in questa ultima avventura, ovvero quello che in passato si chiamava manicomio.

Depin, il cui nome fa in qualche modo il verso a Dupin, veste con una perenne camicia bianca, che sarà malridotta a fine indagine, un abito gessato e un Borsalino. In fondina, rigorosamente ascellare, una Beretta calibro 9 cromata. Usa termini come “il ferro” per riferirsi alla pistola e “baby” o “zucchero” per riferirsi alle donne.

E questo è un bene, in un mondo dove il politically correct rischia di fare più danni di quelli che cerca di emendare. E quindi: parolacce, parole sconvenienti, mancanza di tatto e frasi che oggi sarebbero facilmente considerate sessiste sono ammesse e, anzi, vanno considerate salvifiche.

Il gioco riesce a Pinna Parpaglia grazie proprio questo suo essere sopra le righe, e infine all’utilizzo di un registro talmente duro, démodé, superato, che fa ricadere il tutto nella forma della comicità: Depin è un pagliaccio, un giullare di corte, al quale è permessa qualsiasi cosa proprio in virtù delle risate e del divertimento che riesce a suscitare nel lettore. La risata anestetizza e neutralizza il politically correct, il perbenismo, il diversamente magro usato invece del ciccione, il matto invece del persona con disturbi psichiatrici, e così via.

A parte tutto questo, il giallo raccontato in questo har- boiled fuori tempo massimo, è un bel misto tra Cinque bambole per la luna di agosto, film di Mario Bava degli anni Settanta, Dieci piccoli indiani, Invito a cena con delitto, e un romanzo a caso di Raymond Chandler.

La scrittura è agile, il libro si lascia leggere con facilità e ci si affeziona ai personaggi e all’ambiente, così irreale e fuori dal mondo, da poter essere ovunque e da nessuna parte insieme.

Verso i tre quarti di lettura, se si sta attenti, si riesce a capire chi sia il colpevole, anche se Pinna Parpaglia è bravo a seminare red herring. Gli stratagemmi cari al giallo classico ci sono tutti, così come quelli cari al mondo dello spaghetti thriller cinematografico: c’è il veleno, c’è il coltello, c’è lo slasher, c’è il serial killer. C’è perfino Ernest Hemingway con tanto di scorta di torcibudella.

Era da tanto che non mi divertivo così tanto con un bel romanzo di evasione, senza la pretesa di insegnare qualcosa, di essere per forza innovativo, senza per forza dover abbindolare il lettore con la narrazione in prima persona focalizzata, ma usando il caro vecchio narratore onnisciente, quello che da sempre ha fatto la fortuna del giallo e che oggi sembra non andare più bene a nessuno.

E la cosa è ancora più notevole, se si pensa che la regola dell’hard-boiled chandleriano è la prima persona al passato. Insomma, grande personalità per Pinna Parpaglia, che immagino si sarà divertito da pazzi a scrivere un romanzo così e usare una trovata in sé banale, e per questo imprevedibile, per il plot giallo. Viene voglia di leggere anche gli altri, e sicuramente lo farò.

Come unica nota stonata a margine, alcune piccole sbavature che sarebbero state facilmente risolvibili con l’ausilio un buon editor, e questa pecca non va a ledere la penna dell’autore, ma la qualità della casa editrice: Pinna Parpaglia merita di meglio della Newton Compton, che ha il merito di far arrivare per pochi spiccioli autori e libri storicizzati, ma al contempo ha il demerito di non rendere pienamente giustizia ai propri autori. Ed è un peccato.

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Paolo Pinna Parpaglia


È nato nel 1974. Laureato in Giurisprudenza, svolge la professione forense dal 2005. Vive a Cagliari. La Newton Compton ha pubblicato Quasi colpevole, Quasi innocente, Vendetta privata, Inviato a giudizio, Chi ha ucciso Desiré Bellanova?, Il quarto testimone, La morte si chiama Madame, Il mistero di Tavolara e Delitti allo specchio.

(Fonte: Amazon.it)