I delitti di Marble Hall




Anthony Horowitz


Sinossi. Ancora una volta Horowitz ci regala un giallo nel giallo avvincente e arguto, che dialoga con la migliore tradizione del mystery classico e ne rinnova le regole con ironia, intelligenza e una costruzione perfetta.

«Uno scrittore assolutamente meraviglioso.» – Richard Osman

Dopo la morte di Alan Conway, autore dei celebri gialli con protagonista l’investigatore Atticus Pünd, la storica editor Susan Ryeland è convinta di aver chiuso con il mondo dei libri. Ma quando le viene affidato “L’ultimo caso di Atticus Pünd”, firmato dal giovane Eliot Crace, ecco che le si presenta una nuova, inaspettata opportunità. L’autore è il nipote di una famosissima scrittrice di storie per bambini serenamente passata a miglior vita nella sua villa, circondata da amici e parenti. Questa, almeno, è la versione ufficiale. Perché Eliot sembra insinuare un dubbio: e se la nonna fosse stata avvelenata? Fin dalle prime pagine del manoscritto Susan si accorge che il romanzo è stato costruito come una mappa, infarcito di indizi, anagrammi e corrispondenze che rimandano ai torbidi segreti della famiglia Crace e che puntano dritti all’identità di un possibile assassino. Ambientata nella Costa Azzurra degli anni Cinquanta, la vicenda ruota attorno all’omicidio della contessa Margaret Chalfont, avvelenata durante un innocente tè pomeridiano: un crimine che cela rivalità familiari e biechi interessi economici, dominati dal peso di un’eredità contesa. Quando Eliot rimane vittima di un incidente quanto mai sospetto e Susan diventa la principale indiziata, il confine tra finzione e realtà si incrina del tutto. Decifrare il romanzo sarà allora l’unico modo per dimostrare la sua innocenza e riportare a galla una verità sepolta da vent’anni.


Autore: Anthony Horowitz

Traduttore: Francesca Campisi

Editore: Rizzoli

Collana: Nero Rizzoli

Anno edizione: 2026

Pagine: 528 p., Brossura

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


«Non c’era nulla che non andasse a Marble Hall. Era un luogo incantevole, un paradiso in miniatura nel cuore della più amena campagna inglese. Qualsiasi bambino avrebbe sognato di crescere in una casa come la nostra.»

È proprio da qui che comincia il gioco di Anthony Horowitz, perché “I delitti di Marble Hall” non è un giallo che parte dal delitto. 

Parte dalla menzogna.

Dalla bugia più elegante, quella che si traveste da certezza. 

Marble Hall è il classico eden inglese, prati disciplinati, memorie ordinate, una famiglia che sembra uscita da un ritratto vittoriano, eppure già in quella perfezione si avverte una crepa ed è così Horowitz non congegna un mistero, costruisce una trappola delle sue, con la perizia e il talento  di chi conosce le regole del genere e si diverte a decostruirle una a una. 

Chi legge Horowitz sa di non essere solo lettore/ spettatore. Diventa  complice, bersaglio, a tratti persino vittima. Perché ogni indizio è doppio, ogni verità è provvisoria, ogni voce racconta più di quanto dovrebbe, o meno di quanto occorrerebbe.

Il cuore del romanzo pulsa attorno a una figura assente e ingombrante, una madre, una scrittrice, una memoria collettiva manipolata con cura. 

… si metta bene in testa una cosa: non è accaduto nulla di strano a Marble Hall. Ognuno conserva un ricordo molto diverso di mia madre, ma era una brillante autrice e narratrice di storie, deceduta di infarto all’età di ottantatré anni. Una morte naturale, avvenuta in circostanze ben lontane da qualsiasi barlume di sospetto. Fine della storia.

Fine della storia, una frase apparentemente definitiva che non rassicura, ma diventa un avvertimento. 

Qualcosa è accaduto. 

Solo che nessuno è disposto a dirlo davvero.

“I delitti di Marble Hall” vede Horowitz giocare magistralmente su più livelli narrativi, incastrando storie dentro storie, libri dentro libri, come scatole cinesi che non contengono mai quello che promettono. 

E sorprendono incessantemente.

L’ultimo caso di Pünd -o qualunque altro titolo avesse scelto alla fine – non era affatto un giallo d’intrattenimento che riportava sulla scena un detective molto apprezzato. Era un calderone gorgogliante… Emanava esalazioni tossiche.

Il riferimento ad Alan Conway e al suo detective Atticus Pünd non è un semplice omaggio è un dispositivo di innesco letale. Un meta-giallo che è  lente deformante, che costringe a interrogarsi su ciò che si sta leggendo. Perché non  basta seguire la trama, occorre sospettare di lei,  la scrittura come confessione, il romanzo come prova.

Resto convinta che il nome dell’assassino si nasconda tra le pagine del libro che lui stava scrivendo. L’ha confessato a me e l’ha annunciato al ricevimento. Dovrebbe leggerlo.

Non è  suggestione ma chiave. Qui il delitto non è solo un fatto. È un testo da decifrare, leggendo tra le righe.

In questo meccanismo perfetto, Horowitz, autore di sagacia  esponenziale, affonda il coltello anche in un’altra verità, in modo meno diretto,  ma decisamente tagliente. Il bisogno tutto  umano di riscrivere il passato. 

«Mentivamo tutti a proposito di Miriam, ciascuno di noi. (…) Eppure dovevamo stare attenti che la verità non venisse mai a galla. A qualsiasi evento pubblico, se qualcuno chiedeva di lei, potevamo rispondere di tutto, tranne dire la verità.»

Non per malizia, ma per sopravvivenza, …non ci avevo mai riflettuto,ma in fondo delitto e castigo vanno a braccetto. Sono entrambi disumanizzanti, seppure in maniera diversa, Marble Hall diventa così un teatro della memoria, dove ogni personaggio recita la propria versione dei fatti, e la verità,quella vera, resta sempre fuori scena.

Ecco cosa rende il giallo un genere unico nel panorama della narrativa d’evasione. Per quanto sia brillante l’intreccio, la sua efficacia dipende dall’ultimo capitolo. Solo arrivando alla fine si capisce se è valsa la pena leggere il libro.

Ed è qui che Horowitz si gioca tutto, senza rete. Perché il finale non è solo una soluzione,  è un giudizio. Sul libro, sui personaggi, sul lettore.

«Allora guidami dentro la mente di Alan Conway. Aiutami a capire che cosa cercare.»

E funziona perché sorprende senza barare, perché rimette ordine nel caos senza semplificarlo, perché obbliga a tornare indietro con lo sguardo e riconoscere che gli indizi c’erano sempre stati, raffinati, velenosi, costruiti con  precisione e rigore classici e con consapevolezza modernissima. 

«… Altri omicidi in vista?»

«Nel romanzo o nella vita reale?»

Se c’è un rischio, da  scegliere senza esitazione, è quello di tornare tra le pagine di Anthony Horowitz, pronti a ritrovarsi, ancora una volta, non vittime di un delitto, ma sicuramente del fascino sottile e implacabile della sua scrittura.

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Anthony Horowitz


è uno degli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito. Noto soprattutto per la serie bestseller di Alex Rider, è anche sceneggiatore per la televisione, e ha prodotto, tra le altre, la prima stagione dell’Ispettore Barnaby. Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti in campo letterario. Nel 2023 esce per Rizzoli, Detective in cerca d’autore, primo titolo del detective Daniel Hawthorne.