I morti




‎ non mi sono mai piaciuti


Sinossi. Sembra addormentato l’uomo seduto a terra contro un ippocastano del viale, circondato da un marasma di foglie e rami spezzati dal nubifragio della notte precedente. Ma non dorme, è stato ucciso altrove, con ferocia, e spostato lì dove la pioggia ha lavato via ogni indizio. Agli agenti basta poco per riconoscere in quel corpo Riccardo Mazza, noto storico dell’arte e curatore di una mostra su trenta capolavori ritrovati inaugurata in pompa magna appena poche ore prima. A occuparsi del caso è il commissario Amedeo Alessandri, che di una vittima celebre come quella farebbe volentieri a meno. Come avrebbe fatto a meno di partecipare all’inaugurazione dove ha stretto la mano proprio all’uomo che ora giace, composto e senza vita, di fronte a lui. Lui che da vent’anni non ha più aperto un libro d’arte, non ha più guardato un dipinto, un catalogo; vent’anni trascorsi dalla morte di un altro stimato storico dell’arte, suo padre. Ma in quest’indagine ci sono altri elementi a turbare il commissario: il medico legale gli ha fatto sapere che il cadavere è istoriato con la parola falso, tatuata ovunque centinaia di volte, ossessivamente, con l’unica eccezione della testa e delle mani. E poi, nell’appartamento della vittima, vuoto come la cella di un monaco, viene rinvenuto un reperto che lo riguarda, destinato a far sanguinare vecchie ferite di un passato che non passa. In questo giallo, dove l’arte è scenografia e prim’attrice, Giuseppe Fusari racconta attraverso un indimenticabile protagonista i vizi di un piccolo mondo che giudica, nasconde, intrallazza, talvolta uccide. Così il desiderio di giustizia spinge il commissario Alessandri nelle zone cieche dell’animo umano per trasformarsi in qualcosa di più intimo e sconvolgente: la ricerca di sé.


Autore: Giuseppe Fusari

Editore: Neri Pozza Editore

Genere: Giallo

Pagine: 434

Anno di pubblicazione: 2026

 Recensione

di

Gabriele Loddo


Riccardo Mazza è un personaggio schivo e solitario. Vive recluso nel proprio appartamento e se esce lo fa di rado o malvolentieri, spesso obbligato dalla presenza della donna delle pulizie nel suo rassettare il poco che ha lasciato fuori posto. 

Non ama vantarsi dei successi ottenuti anche se ne avrebbe motivo: ha scovato, in giro per mezza Italia, 30 opere d’arte da tempo ritenute perse. Sebbene insolito, il suo è un record: nessun altro storico è mai riuscito a eguagliarlo, nel presente o nel passato.

Sono quadri antichi, ognuno valutato con cifre da capogiro a sei zeri. Li ha rinvenuti sotto strati di polvere, sotto cataste di vecchi cimeli accumulati in mansarde e cantine. I proprietari ne ignoravano il valore artistico ed economico.

Grazie ai rinvenimenti, Mazza viene indicato in Italia come il maggiore esperto del suo campo. La notte scorsa qualcuno lo ha ucciso. 

Amedeo Alessandri è il commissario incaricato a seguire le indagini del caso. Delle definizioni con cui, conoscenti e colleghi, hanno descritto il professionista appena morto, quella che più l’ha colpito è: “un finissimo storico d’arte”. La descrizione è la medesima con cui, in passato, veniva indicato suo padre, Roberto Alessandri, pure lui studioso e professore con cattedra in Storia dell’arte.

Al commissario Amedeo “i morti non sono mai piaciuti”, forse proprio perché nell’adolescenza ha dovuto guardare il corpo inanime del padre: immerso nella vasca da bagno di casa, polsi lacerati, manteneva un’espressione del viso triste e rammaricata. 

Sono quei tratti scolpiti nei volti dei cadaveri che ad Amedeo non piacciono: continuano a comunicare sensazioni e stati emotivi. Però, deve procedere con le indagini, sebbene qualcuno voglia chiuderle in fretta. Son troppe le analogie con la vita del padre e, pian piano, anche con la sua morte. Troppe le combinazioni che vengono a galla con le prove. Andare avanti può voler dire chiudere i conti col passato, come non ha potuto fare in adolescenza per via della giovane età.

Con “I morti non mi sono mai piaciuti”, Giuseppe Fusari vince la settima edizione del “Premio Neri Pozza”.

Il romanzo, narrato in prima persona attraverso la voce di Amedeo Alessandri, sviluppa i temi classici del romanzo giallo seguendo due “filoni” caratteristici: il viaggio introspettivo nelle intimità del commissario e la linea più tipicamente poliziesca delle indagini. Le due visioni procedono parallele, a volte si sfiorano, altre si intrecciano e, nel finale, si fondono per dare vita al colpo di scena inaspettato. 

Ciononostante, ho trovato il testo fresco e innovativo: il plot, semplice e lineare, viene arricchito da uno stile del tutto originale e accompagnato da argomentazioni di fondo trattate in modo esaustivo (i temi della storia dell’arte, di fantasia o reali, sono introdotti da citazioni e rappresentazioni precise, puntuali, e permettono di capire quanto l’autore le padroneggi).

L’esposizione è spesso sincopata, fatta di frasi brevi, tre, due, spesso di un’unica parola, circostanza che ai puristi della lingua italiana potrebbe far storcere il naso, ma che risulta, nel testo in questione, una scelta azzeccata, correttamente studiata per creare climax e far percepire l’ansia del protagonista pur mantenendo la giusta distanza: il lettore non prova le emozioni di Amedeo, ma empatizza con le sue sofferenze, le incertezze, le sue scelte. 

È la struttura scelta dall’autore a permetterlo: sono flashback, sono le trasposizioni temporali delle sequenze a creare curiosità e coinvolgimento (spesso il “dopo” viene anticipato e il “prima” riportato alla fine degli avvenimenti a chiarimento dell’accaduto). Le frasi brevi sono colpi rapidi di pennello, tratteggi puntiformi simili ai tocchi su tela marcati dal pittore impressionista.

Ed è così che lo sviluppo del romanzo diviene simile alla produzione di un quadro: l’autore tratteggia la bozza, si dedica allo sfondo, al soggetto principale, agli elementi di contorno, per poi tornare ai primi e ricompiere il giro e aggiungere particolari, rifinire, perfezionare l’opera prima di arrivare al risultato finale.

In definitiva, per me, Giuseppe Fusari con il suo “I morti non mi sono mai piaciuti” ci ha regalato qualcosa di finalmente diverso, un lavoro che diverge dai canoni soliti e pre impostati dal mainstream e dalle scuole di scrittura, ma che, in assoluto, merita di essere letto e presente nelle librerie degli amanti del giallo.

Il nuovo, inizialmente, può creare disorientamento, ma col passare del tempo viene riconosciuto e apprezzato. Io già mi auguro di ritrovare il commissario Alessandri in una nuova avventura futura.

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Giuseppe Fusari


accademico dell’Ateneo di Brescia, insegna Storia dell’Arte presso l’UniBrescia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato direttore del Museo Diocesano di Brescia e ha collaborato con prestigiose istituzioni culturali italiane e straniere. Al suo attivo ha la cura di diverse mostre che spaziano dal Rinascimento all’arte contemporanea e la pubblicazione di saggi e articoli di argomento storico e storico-artistico. Si dedica anche all’incisione e alla scrittura creativa. “I morti non mi sono mai piaciuti” è il suo primo romanzo, vincitore della settima edizione del Premio Neri Pozza.