Il dono di saper vivere




Recensione di Francesco Morra


Autore: Tommaso Pincio

Editore: Einaudi

Genere: Narrativa

Pagine: 195

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

 

 

 

 

Sinossi.

Esiste un dono del saper vivere, uno speciale talento nello stare al mondo, senza il quale ogni altra qualità finisce per risultare inutile? E che cosa puoi fare se scopri che non hai quel dono?

Con queste domande, che prima o poi chiunque si pone nel corso dell’esistenza, ho fatto i conti per anni, lavorando in un luogo che somigliava alla fortezza del Deserto dei Tartari, una galleria d’arte situata nella stessa strada in cui Michelangelo Merisi, meglio noto come Caravaggio, uccise e si avviò a una fine rovinosa. “Ci ho fatto i conti perseguitato dal fantasma di un uomo che al genio artistico univa una spiccata propensione a cacciarsi nei guai, tanto da spingere un insigne studioso ad affermare che, seppure incredibilmente dotato, Caravaggio non disponeva del dono di saper vivere. Ci ho fatto i conti per anni, finché un giorno ho pensato che fosse il caso di risolvere la partita scrivendo un romanzo, ignaro, o almeno non abbastanza consapevole, che il raccontare può rivelarsi una maledizione.” Nella cella della prigione in cui è rinchiuso, un uomo narra la sua storia. E dal fondo della propria disfatta si domanda che cosa significhi saper vivere, se davvero esista qualcuno con un simile talento. Un talento che mancava persino a Caravaggio, l’artista da cui l’uomo è ossessionato. È questo l’innesco del nuovo libro di Tommaso Pincio, tra i piú originali scrittori italiani della sua generazione. Un vertiginoso gioco di specchi che sorprende il lettore, lo spiazza, non lo fa mai sentire al sicuro. Non è un romanzo su Caravaggio, ma forse è il piú appassionato, inedito ritratto che del pittore sia mai stato realizzato. Non è un’opera di fiction, e neppure un testo autobiografico. È il tentativo struggente di confessare che impresa fallimentare, antieroica, sia vivere, per ciascuno di noi.

 

 

Recensione

Un detenuto in una sorta di soliloquio si interroga sul dono di saper vivere e di come l’artista per eccellenza, il pittore Caravaggio, sua ossessione, ne sia stato definito privo.

La prima parte del romanzo di Tommaso Pincio, regala riflessioni e sensazioni da cui emerge la malinconia, e dipinge il protagonista come arreso al fluire degli eventi della propria esistenza, che descrive come appartata e stagnante.

È tutto qui?

L’autore ci sorprende, dialoga con il lettore e interrompe il libro e ne fa altro, una sua meditazione sullo scrivere e l’affrontare la vita.

Ci fornisce sue note autobiografiche e confessa timori, desideri e paure. Fiction e non fiction si intersecano e “Il dono di saper vivere” diventa una sorta di opera d’arte, diversa, una miscellanea, tra appunti di diario, riflessioni e ricerche storiografiche.

Tommaso Pincio è il miglior alleato di chi cerca nella letteratura ciò che non sia piatto e sistematico. Queste pagine sorprendono; in esse, l’autore ci porta nel suo Io senza edulcorarlo. Leggere è approfondire. Il dono di saper vivere forse non lo possiede nessuno e bisogna solo accettare di essere attori all’interno di un piano imperscrutabile e lasciarsi fluire nel tempo, sbagliando e cadendo.

Nessuno deve avere ricette. Sicuramente vi è relativismo in queste parole e, direi, pragmatismo. Il fornire domande e tenui riflessioni più che risposte sprona noi lettori ad andare oltre. L’autore romano ci incatena e libera, lo fa attraverso dei sassi che lancia nei vari capitoli che affondano nelle nostre coscienze di lettori.

Saremo Caravaggio che dipinge innovando le tecniche dei suoi tempi con il suo genio originale e incompreso.

Incarneremo “gli odiati muri” del carcere che ascoltano le confessioni del detenuto imprigionato, a detta sua, da innocente.

Vagheremo per la città eterna e ci interrogheremo sul quando proseguirà il canonico libro che, sì, Pincio poi riprende a raccontare.

E poi, no: lui interrompe una frase e ci dice: questo libro come l’avevo concepito lo accantono. E si spinge nel raccontarci le sue giornate e come alcune cose della prima parte gli appartengono. Badate bene anche questa sua asserzione di verità è sub iudice, siamo in un romanzo, tutto è letteratura.

Uno spaesamento studiato, una confessione letteraria; sono elucubrazione di precarietà che rafforzano, a parer mio, cosa sia la vita: nulla di certo e di inquadrabile. L’anarchia dell’hic et nunc impera in ogni capitolo e riesce ad essere assorbita e metabolizzata.

“Non è forse questo che deve fare un libro: non avere pietà di chi legge?”

 

A cura di Francesco Morra

www.youtube.com/user/Vetriera

 

Tommaso Pincio


Tommaso Pincio: Nome d’arte dello scrittore italiano Marco Colapietro (n. Roma 1963). Il suo nome d’arte è l’italianizzazione del nome dello scrittore statunitense Th. Pynchon. Dopo aver frequentato l’Accademia di belle arti di Roma, ha lavorato come fumettista fino all’esordio come scrittore con il romanzo M del 1999, ispirato al film Blade Runner. Nei suoi scritti visionari P. rivisita il luoghi comuni letterari e i miti popolari in chiave spesso ironica, enfatizzando le contraddizioni e le criticità della cultura postmoderna, che nello stesso tempo cerca di indagare. Dopo Lo spazio sfinito (2000), con il romanzo Un amore dell’altro mondo (2002), storia traslata del leader dei Nirvana, ha acquistato una certa notorietà. Hanno fatto seguito tra gli altri: La ragazza che non era lei (2005), Gli alieni (2006), sulla credenza sempre più diffusa ai nostri tempi dell’esistenza degli extraterrestri, Cinacittà (2010), sulla presenza dominante della comunità cinese, Pulp Roma (2012), Panorama (2015) e Il dono di saper vivere (2018). Attualmente collabora con la rivista Rolling Stone, Il Manifesto e la Repubblica.