Il ghigno d’avorio




Ross Macdonald


Traduttore: Raffaella Vitangeli

Editore: TimeCrime

Genere: Noir

Pagine: 256

Anno edizione: 2025


Sinossi. Una donna dal volto severo, vestita con una stola di visone blu e ricoperta di diamanti, assume Lew Archer per rintracciare la sua ex cameriera perché sostiene che le abbia rubato i gioielli. Nonostante Archer si renda conto di essere vittima di raggiro, la sua curiosità – e il compenso – lo inducono ad accettare il caso. Rintraccia la cameriera in uno squallido motel di una cittadina degradata, ma la trova morta nella sua stanza, con la gola tagliata. Archer scava sempre più a fondo fino a imbattersi in una rete di inganni e intrighi, dominata da allibratori di Detroit, mogli scaltre e bellissime che fanno il triplo gioco e con al centro un giovane erede che sembra essere misteriosamente scomparso nel nulla. Un romanzo, scritto nello stile beffardo di Macdonald, che esplora gli abissi della natura umana al punto che le persone corrotte riescono a contaminare tutti coloro che sfiorano, a volte con risultati fatali.

 Recensione

di

Salvatore Argiolas


Nella storia dell’hard boiled, accanto ai nomi di Dashiell Hammett e di Raymond Chandler si staglia la figura di Ross Macdonald, l’unico dei tre grandi di questo sottogenere ad essere nato in California, l’ambiente elettivo della scuola americana dei duri.

Nato a Los Gatos, nella Contea di Santa Clara nel 1915 sotto il nome di Kenneth Millar, lo scrittore diede alle stampe alcuni gialli di successo come “Il tunnel”, “La città del diavolo” e “L’assassinio di mia moglie” con il suo vero nome ma nel 1949 decide di cambiare tono di scrittura e con il nome di John Macdonald pubblica “Bersaglio mobile”, primo libro con protagonista Lew Archer detective malinconico e donchisciottesco che si pone sulla strada già percorsa da Spade e Marlowe ma con delle sostanziali differenze.

Come disse lo stesso Macdonald in un’intervista: “Il mio detective è sempre presente ma “sommerso” nel romanzo, è un mezzo per raggiungere un fine e non un fine a se stesso. Io tendo a servirmi della formula poliziesca per scrivere dei romanzi sulla vita americana.”

Macdonald paga il suo tributo ad Hammett dando il nome di un personaggio de “Il falcone Maltese” e Lew Archer è un investigatore primato disilluso ma ligio alle regole, amaro ma non cinico che attraversa la California seguendo gli ingaggi di personaggi ambigui e spesso rappresentati in modo decisamente banale e rozzo, lontano dal glamour che il genere ci ha abituato.

“Archer agisce prevalentemente in California perché è lo stato in cui sono nato e perché possiede quel tipo di società libera e aperta in cui un uomo come Archer, non inquadrato in una determinata classe sociale, può dare il meglio di sé” disse in un’altra intervista l’autore.

Questo è l’incipit de “Il ghigno d’avorio”: “La trovai ad aspettarmi davanti alla porta del mio ufficio. Era una donna robusta e bassina, con un largo completo blu sopra un dolcevita dello stesso colore e una stola di visone azzurra che non riusciva a addolcire la sua sagoma tarchiata. Il viso, abbronzato e dai lineamenti marcati, aveva dei lineamenti mascolini, accentuati dal taglio corto dei suoi capelli scuri. Non era il genere di donna che mi sarei aspettato di incontrare alle otto di mattino, a meno che non fosse rimasta sveglia tutta la notte.”

La donna, che dice di chiamarsi Una Larkin, gli commissiona la ricerca di una ragazza di colore, Lucy Champion che le avrebbe rubato dei gioielli. Archer trova la donna quando è stata appena accoltellata a morte e del delitto è accusato il fidanzato, anch’egli di colore, che la stava aspettando fuori dal motel con il programma di sposarla al più presto.

Il caso si complica subito perché tra gli oggetti di Lucy viene trovato un ritaglio di giornale che riporta l’offerta di cinquemila dollari a chiunque sia in grado di fornire informazioni sulla scomparsa di Charles Singleton, giovane facoltoso di cui si sono perse le tracce.

“C’erano troppe vite intrecciate l’una con l’altra: quella di Singleton e della sua amante bionda, quella di Lucy e quella di Una. Il puzzle che stavo costruendo era troppo complesso per essere spiegato in termini di prove concrete.”

L’inchiesta andrà avanti tra false piste, colpi di scena a ripetizione sino al finale sorprendente e molto amaro e, al di là della trama, è notevole quello che filtra in quelli che sembrano momenti morti ma invece sono i le pennellate che danno vita, spessore e consistenza al quadro.

“La strada saliva su per le colline a terrazza come i gradini di un purgatorio costruito dall’uomo. Vetro e alluminio scintillavano con freddezza cinica nel chiaro di luna: palazzi in stile veneziano, lussuose ville francesi. Castelli spagnoli, giardini gotici, greci. Cinesi e parchi che non avevano niente da invidiare a Versailles. C’era molta vita vegetale, ma neanche un essere umano. Forse a quelle altitudini l’atmosfera era troppo rarefatta e costosa per il sistema respiratorio dei comuni mortali. Era un paradiso in terra, nel quale le piante erano generate dal denaro e gli esseri umani, a meno che non avessero soldi e proprietà, non contavano niente.”

Archer narra in prima persona per cui questi sono le sue riflessioni sul contesto in cui si trova ad agire e spesso sono considerazioni ancora valide anche se “Il ghigno d’avorio”, quarta avventura di Lew Archer, è del 1952.

“Stava calando la sera e il cortile era quasi vuoto. Un gruppo di donne si era raccolto intorno ad un lampione, che le avvolgeva nella luce di una sola lampada ad arco. Commentavano in tono concitato e moralista gli omicidi cui avevano assistito, dei quali avevano letto, sentito parlare o che avevano semplicemente immaginato.”

Anche se l’ipercritico, e forse geloso, collega Raymond Chandler parlò di “dialoghi piuttosto repellenti” a proposito dei romanzi di Ross Macdonald, altri critici furono molto più generosi e Anthony Boucher della “New York Book Review” scrisse che “Bersaglio mobile” era il “romanzo più umano e sconvolgente degli ultimi anni”.

Ecco un esempio del suo stile di scrittura tratto da “Costa dei barbari”, scritto nel 1956:

Posso chiedervi quale scopo avete nel fare queste indagini?”

“Sono state uccise quattro persone, tre delle quali negli ultimi giorni.”

Lui non mostrò nessuna sorpresa. “Erano vostri amici?”

“No. Ma erano membri della razza umana.”

“Dunque siete un altruista. Un eroe di Hollywood in abiti sportivi. Vi proponete di pulire le stalle di Augia con una mano sola?”

“Non sono così ambizioso. E la cosa non vi riguarda. Vi riguarda invece Isobel Graff. Se ha ucciso quattro persone o anche una sola, dev’essere rinchiusa dove non possa più nuocere. Siete d’accordo?”

Mi sono appuntato due esempi tratti proprio da “Il ghigno d’avorio” per smentire quanto detto dal creatore di Philip Marlowe e rendere il giusto merito ad uno dei più grandi giallisti americani:

“E’ dalla nostra parte signor Archer?

“Sono dalla parte della giustizia quando riesco a trovarla. Quando non la trovo tendo a schierarmi con gli emarginati.

“Mio figlio non è un emarginato” disse lei in un moto d’orgoglio.

“Temo che verrà trattato come se lo fosse. Potrebbero arrestarlo per questo omicidio. L’unico modo per evitarlo è scoprire il vero colpevole. E forse lei potrà aiutarmi.”

“Mi dà l’impressione di essere un brav’uomo.”

Glielo lasciai credere.”

“Il pittore crea oggetti a partire dagli eventi, il poeta usa gli eventi per forgiare parole. Che cosa fa un uomo d’azione signor Archer? Si limita a subirli?

“Credo sia ciò che è successo al suo amico Singleton”

Grazie a TimeCrime della casa editrice Fanucci torna disponibile uno dei migliori noir di Ross Macdonald, sinora tradotto in una vecchia edizione dei gialli Mondadori del 1954, mettendo in primo piano uno dei più empatici e umani investigatori privati dell’hard boiled americano, Lew Archer, sempre fedele al suo codice etico che prevede di far trionfare la giustizia e servire il cliente che lo convince, “costi quel che costi”.

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Ross Macdonald


(1915 – 1983) è lo pseudonimo dello scrittore americano-canadese di gialli Kenneth Millar. Durante gli studi universitari, scrisse il suo romanzo d’esordio, The Dark Tunnel, nel 1944, firmato con il suo vero nome. Il primo libro della serie di Lew Archer, Bersaglio mobile, seguì invece nel 1949 e sarebbe diventato poi il film Harper con Paul Newman (1966). All’inizio degli anni Cinquanta tornò in California, stabilendosi a Santa Barbara, luogo in cui sono ambientati la maggior parte dei suoi libri. La serie di grande successo di Lew Archer, inclusi i best seller The Goodbye Look, The Underground Man e Sleeping Beauty, si è conclusa con The Blue Hammer nel 1976.