è Elisabeth
Sinossi. Tutto ha inizio con un uomo di successo, ancora sano e di mente lucida, che si getta dalla finestra. Ha pianificato ogni dettaglio: l’affitto dell’appartamento a un piano alto, la lettera che dà conto di una premeditazione lunga cinquant’anni, le chiavi di un’auto con cinque libri e una fototessera nel portabagagli. La foto di una donna anziana, lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. La foto di Betsy, sua madre. La narratrice non ha mai conosciuto Betsy, morta prim’ancora che lei nascesse. Della sua bisnonna sa soltanto quel poco che si dice nella loro rispettabile famiglia cattolica. Era sempre lontana, ma qualche volta d’estate tornava. Chiedeva sempre di suo marito André. Diceva cose buffe, nuotava in modo scomposto. Ha avuto sei figli. Ogni tanto gridava. Si arrabbiava da morire. Era triste. Era malata. L’hanno lobotomizzata. È un fantasma. Ma a un tratto ricostruire la storia di Betsy diventa cruciale, una questione di sopravvivenza, l’unica arma per combattere il terrore di una follia atavica. Nessuno dei parenti parla volentieri: Betsy è un buco nero che, a più di trent’anni dalla sua morte, risucchia ancora ricordi, parole, vite. È un’autentica indagine a prendere corpo in queste pagine, con testimoni, referti medici, documenti privati e pubblici, una ricerca che procede con ostinazione e coraggio verso la sconvolgente verità finale. Romanzo famigliare, atto di resistenza, gesto di riparazione, tributo alla memoria, grido di rabbia, inchiesta sociale, manifesto femminista, storia della malattia mentale, true crime: Adèle Yon ha scritto tutto questo in un solo libro, che è un’autentica rivoluzione.
Autore: Adèle Yon
Traduzione: Sonia Folin
Editore: Neri Pozza
Pagine: 384
Genere: biografia, memoir
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Francesca Mogavero
Il passato ci viene sempre a cercare. Nel sangue, nella testa, in mezzo agli album di fotografie.
Il passato che abbiamo conosciuto, vissuto, quello che ci hanno raccontato, con le sue omissioni più o meno volute, le sue inevitabili indorature, e il passato ignoto, spezzettato, sepolto. Lobotomizzato. Nella speranza di cambiarlo o almeno dimenticarlo. Guarirlo anche contro la sua volontà.
In ogni caso, il passato si ripresenta, chiama, pulsa. Perché vuole avvisare, essere risolto, fare soltanto sapere che c’è stato.
Ecco, questo ero io. Sono vissuto.
Rispondere all’eco lontana, allora, diventa necessario, anche solo per farla smettere: è il dovere di chi fa ricerca, o scrive e non può ignorare una storia che un giorno, magari, sublimerà in universale e sarà letta e condivisa; ma è anche sopravvivenza, l’egoistica, umana spinta a salvarsi, a non ripetere, a risolvere, risolversi, per ripartire. O a trovare un alibi.
Non sono io, è la mia trama familiare.
La missione, il senso di giustizia, l’amore spesso arriva dopo, ma si mette subito in pari, fino a surclassare e travolgere qualsiasi altra ragione.
Ricostruire per restituire, per scambiare un abbraccio che attraversi il tempo e le generazioni.
Adèle sceglie uomini sbagliati, ha scoppi di rabbia senza una causa precisa, sente forte, è troppo.
Adèle ha paura di essere pazza come altre donne della sua famiglia che, sempre attorno alla stessa età, come scoprirà, hanno dovuto fare i conti con gli abissi della propria mente.
A turbare un equilibrio già di cristallo è la morte di un prozio, una caduta libera e violentissima ma preparata con meticolosa, estrema lucidità, forse da anni, forse da sempre.
Un particolare: nel bagagliaio dell’auto parcheggiata là dove previsto, affinché i parenti la ritrovino, l’uomo ha lasciato una mappa precisa, precisa come le sue ultime volontà, viene rinvenuta una vecchia fototessera.
La madre di lui, Jean-Luis. Betsy. Elisabeth. Una figura enigmatica, di cui si tende a non parlare. Un posto vuoto a tavola che nessuno occupa, ma su cui non ci si interroga più di tanto. Perché è sempre stato così, si è sempre fatto così.
Da qui inizia una ricerca a più fili, attraverso archivi ufficiali, che in teoria non mentono, e memoria familiare, più diretta ma anche più sensibile agli anni e alle emozioni.
Il risultato è un ibrido, uno zibaldone di ricordi e cartelle cliniche, dati, riflessioni personali, appunti di viaggio, indagini, ipotesi, ricostruzioni, figure.
Tra le righe, nelle voci, nelle cancellature, Elisabeth rinasce: appare ora giovane ora invecchiata prima del tempo, bellissima e spaventosa, coerente, libera, delirante, immobilizzata dalle camicie di forza, dai veleni spacciati per farmaci, dall’indifferenza. Un meraviglioso intero in frantumi, ciascuno da maneggiare con cura. Da riportare alla luce e allo sguardo.
Adèle Yon, qui al suo esordio, non mette filtri o, meglio, c’è quello della letteratura, che nei buoni libri non manca mai, ma le penne altrettanto buone sanno nasconderlo ad arte, non fa sconti e non ci rende le cose facili: anche chi legge, a propria volta, deve recuperare i pezzi, accostarli, notare le contraddizioni, le smussature, le semplificazioni, i vuoti, e provare a riempire, a cucire, a individuare un filo rosso. Sentendo ogni ferita, ogni scarica di elettroshock, ogni colpo alla tempia, ogni morso della fame di affetto, di ascolto, di comprensione.
Il mio vero nome è Elisabeth non si legge: si usa, si vive. È un metodo da applicare e far proprio, un manuale. È un’esperienza dolorosa e totalizzante, la denuncia di un mondo maschile che manipola, zittisce, rinchiude, l’autopsia di una famiglia dall’esito drammatico, ma in fondo già scritto.
A noi non resta che afferrare il bisturi che l’autrice ci porge e, dopo, tentare di ricomporre una forma. Contemplandola nella sua nudità più cruda e abbacinante.
Acquista su Amazon.it:
Adèle Yon
nata a Parigi nel 1994, con una laurea all’Ècole Normale in studi cinematografici, è ricercatrice, scrittrice, chef. Il mio vero nome è Elisabeth è il suo esordio letterario, che ha suscitato il clamore della critica e conquistato il grande pubblico.