Fabio Rodda
Sinossi. Tra università, portici e osterie, Bologna sembra una promessa di felicità: colta, accogliente, giovane. Ma ogni città ha un’ombra, e quella emiliana è più fitta delle illusioni che la proteggono. Quando un’anziana benestante viene trovata massacrata nel suo appartamento con pochi segni di colluttazione, e un ragazzo di origine straniera, Mihai, precipita da un ponteggio in periferia, la cronaca segue binari prevedibili: un figlio in fuga da una clinica psichiatrica, un incidente sul lavoro. Tutto troppo semplice. Non per il sovrintendente capo Antonio Petrella, funzionario disilluso con un passato nella Genova del G8, e nemmeno per Vera Rotari, abbastanza italiana da sentirsi a casa e abbastanza moldava per essere una perfetta interprete. Le loro indagini proseguono parallele: lui scavando nelle zone d’ombra dei salotti che contano; lei seguendo le tracce di Mihai, dai cantieri in periferia alle bische romagnole. Ma le due piste sono destinate a incrociarsi, come in passato, quando Vera era una ragazzina con un permesso da rinnovare e Antonio il primo poliziotto che l’aveva aiutata. Sotto un cielo plumbeo, l’indagine si trasforma in qualcosa di più: un passaggio di frontiera, tra ciò che si è stati e ciò che si diventa. Fabio Rodda costruisce un noir che va oltre l’indagine e mostra con vivo realismo i chiaroscuri di una città contemporanea e dei suoi protagonisti, sospesi in un presente che vuole superare il passato ma rischia di frantumarsi prima che sia domani.
Autore: Fabio Rodda
Editore: Salani Editore
Genere: Giallo
Pagine: 350
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Francesca Mogavero
“Bologna non c’è più,
se l’hanno presa loro,
È un cumulo di noia
che spendi e paghi caro…”
cantano i Gang, e non hanno tutti i torti.
Nella Bologna di Fabio Rodda forse non c’è tempo per annoiarsi, ma il cambio di rotta è evidente: mentre il centro si veste per i turisti e appiattisce i menù, ma vuoi mettere due nidi di tagliatelle qualunque con un piatto da osteria cucinato come dio comanda?, la gentrificazione galoppa e sposta la periferia ogni giorno qualche metro più in là, mentre gli affitti lievitano e i condomini, allontanati gli inquilini storici, si popolano di presenze intermittenti, matricole fuori tempo (e fuori corso) massimo e seguaci dei weekend lunghi, dei ponti, delle vacanze culturali o pseudo-tali.
Sbiadiscono i ricordi di Umberto Eco e di Paz e i locali storici, ma storici davvero, irriducibili, resistenti, alzano le serrande (e le riabbassano in fretta) per pochi, fortunatissimi eletti. Non necessariamente dalla fedina immacolata.
Qualcuno accetta l’andazzo, magari ne approfitta se ha coltello (o la proprietà edilizia) dalla parte del manico, qualcun altro si barcamena come può, scuote il capo e va avanti nonostante tutto; e poi ci sono gli ultimi della fila, che restano al loro posto, ma in una coda sempre più lunga, in cui i confini si assottigliano e per pochi spicci si fanno i salti mortali.
Metaforicamente o giù da un ponteggio, senza testimoni, senza giustizia. Infine, c’è chi prende le distanze, dalla situazione e dalla cittadinanza, perfino da un’identità messa insieme negli anni e ora più simile a un’etichetta senza più colla.
“Bologna è una carogna
che non ti vuole vivo…”
prosegue la canzone e, di nuovo, non sbaglia.
Un sabato mattina come un altro si tinge due volte di nero: il sovrintendente capo Antonio Petrella è chiamato sul luogo di un delitto, una donna della “Bologna bene” massacrata in quella che ha tutta l’aria di essere una camera chiusa, nella migliore tradizione gialla ben calata nella realtà e Vera Rotari assiste al funerale di un vecchio amico, perduto in più di un senso.
Due vittime, due modalità, due contesti opposti, eppure lo stesso finale farabutto e categorico: presto o tardi, benestante o in bolletta, per cupidigia, per fatalità o qualcos’altro, si muore. Ed è inevitabile che le due piste si incrocino, così come le strade di Toni e Veruska scorrono parallele, vicine, ormai da anni.
Da qui, una doppia indagine conduce i due, accompagnati da una galleria di personaggi originali e credibilissimi, tra bische e cantieri, panzane da bar troppo grosse per essere pura invenzione, pinte di birra, ricordi che pulsano sotto le braci, riportati alla luce da una canzone galeotta, e lampi che arrivano improvvisi, mettendo a nudo la notte e la verità più schietta e crudele.
Ne Il respiro del faggio, e nella penna del suo autore, c’è molto: c’è un meccanismo che funziona, c’è quasi un ventennio di fatti, di insabbiamenti, di non detti con cui fare i conti, c’è lo sradicamento di chi non sa più dove sia casa, se nel sangue o nel futuro, ci sono due investigatori che nelle proprie unicità trovano armonia e un unico sguardo che va al di là delle apparenze facili e scontate.
Al di sopra di tutto, c’è una città sì “nera, cattiva e decadente”, come recita la fascetta, ma amata e ancora capace di sorprendere, di regalare albe e tramonti che mozzano il respiro, scorci autentici e sapori inalterati.
Capace, chi lo sa, perfino di risorgere. Anche questo, la musica folk rock così come la buona letteratura di genere, lo mette in conto. E noi, leggendo e ascoltando, ci crediamo eccome.
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Fabio Rodda
Fabio Rodda (1977) ha studiato Filosofia a Bologna, dove per anni è stato socio dell’Orsa, storica osteria del centro. Collabora con varie case editrici, come lettor e ghostwriter. Questo è il suo primo romanzo.