Giuliano Pasini
Sinossi. Una baracca oscura, oltre un ponte. Una figura minacciosa avvolta nell’ombra e un bambino addormentato sotto una coperta rossa. È così che Elena Dal Pozzo vede il figlio Mattia, scomparso da quasi un anno, durante una seduta di ipnoterapia che dovrebbe servire a farle rivivere un momento orrendo per accettarne l’esistenza senza ricorrere al torpore farmacologico in cui si rifugia sempre più spesso. Un tempo è stata una giornalista di valore e prospettiva, era brava. Quando è arrivato Mattia, però, ha dovuto occuparsi della famiglia. Adesso lavora per una piccola emittente locale, ascolta in loop Comfortably Numb dei Pink Floyd per anestetizzare il dolore e tutte le sere cerca di farsi del male. Finché il suo mondo crolla di nuovo. Una telefonata inattesa: una conferenza stampa urgente in questura sembra preludere a qualcosa di grave. Nonostante lo stato alterato, è costretta a muoversi. Viene annunciata la scomparsa di un altro bambino. Nell’anniversario della sparizione di suo figlio. Nello stesso punto. Il passato è pronto a trascinarla di nuovo nell’abisso. Anche perché a guidare le indagini è sempre Santo Mixielutzi, noto in questura come “Sfinge”. Un uomo dallo sguardo cupo e dalle poche parole, che sembra non cedere nemmeno davanti al dolore. Un vero professionista che nasconde però un segreto, sepolto sull’isola dove è nato. Giuliano Pasini, maestro del genere, torna con un grande thriller che scava nella psiche dei personaggi coniugando pathos e rigore di trama. Una vorticosa discesa agli inferi. Un page-turner impossibile da posare.
“Scrivere è un atto strano, talvolta però ti permette di fare pace con te stesso. (Giuliano Pasini – Ringraziamenti)
Autore: Giuliano Pasini
Editore: Piemme
Genere: Thriller
Pagine: 368 p., R
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Loredana Cescutti
“Sente la testa annebbiarsi. Ce la sta facendo. Si sta annientando. Non prova più dolore, dentro. Quello del corpo ha cancellato quello dell’anima.”
È una scrittura ipnotica quella di Pasini, che VUOLE trascinare il lettore letteralmente nel dolore.
L’intenzione appare come una volontà di “costringerci” a guardare dove mai vorremmo girare lo sguardo, ove mai vorremmo osservare.
L’autore intende farci rendere conto del male, del dolore più profondo, più inimmaginabile che si possa affrontare.
La scrittura decolla da subito assieme a tutta la rabbia, il rancore, la voglia di annullare, di comparire.
“… non ha bisogno di chiedersi dove andare, c’è un buco nero che l’attrae nelle sue notti di distruzione.”
E credetemi, da quel buco nero vi sentirete attratti anche voi, grazie alla scrittura maledettamente nera di Giuliano Pasini, che padroneggia l’inchiostro e sa dosarlo sulle pagine, lasciandovi con quella perenne sensazione di attrazione e disagio, nei confronti di parole che vi si appiccicheranno addosso con la stessa consistenza di qualcosa di vischioso che non vorrà più lasciarvi andare.
“… nello specchio non vede più nulla che ricordi qualcosa di diverso da quello che è: una donna disperata che finge di essere altro da sé.”
I personaggi riecheggiano nella nostra mente anche a libro chiuso, come una voce che non riesce a perdere di volume e parole, come fosse una risonanza che non vuole andarsene.
“Non sa in che abisso gli toccherà guardare, questa volta. Ha già visto quelli che sono negli occhi dei rapitori e in quelli dei rapiti. E il suo abisso personale lo ha sempre con sé. Ci guarda dentro di continuo…”
Voci cariche di mille parole da dire, che temono l’estinzione ma, allo stesso modo, sono consapevoli di ciò che sia meglio fare per non essere dimenticate.
“A me piace il silenzio. E più conosco la gente, più amo la solitudine.”
Pasini ha scritto un romanzo che fa male e che nel finale, lascerà ferite difficili da rimarginare.
Oltre a un silenzio assordante.
“C’è qualcosa, in quella donna, che lo ha toccato nel profondo. Conosce il dolore, come lui. Se uno potesse fare una radiografia delle loro anime, vedrebbe che sono molto simili. Che i bordi slabbrati delle loro ferite combaciano… Sa bene che sopravvivere, a volte, è peggio che morire perché quando perdi tutto, la vita non conta più niente. E l’unico modo per non sprofondare nell’abisso è andarsene. Solo che per andarsene ci sono tanti modi.”
La contaminazione di dolore e sofferenze dei personaggi è spaventosamente e realisticamente innegabile.
È una contaminazione che però, ha un’ambivalenza di valore, poiché spaventa ma anche irretisce il lettore e, finisce per stravolgere ogni sua certezza.
La zona del fiume viene esplorata a colori e in bianco e nero, con le sfumature invernali di una nebbia piovosa in piena atmosfera del nord-est d’Italia, che se possibile, riuscirà a rendere ancora più cupa e claustrofobica l’intera storia.
Le tematiche legate alla maternità, vengono affrontate da Pasini con delicatezza, ma senza fare sconti, attraverso gli stessi protagonisti, che ad un certo punto dovranno fare i conti con sé stessi e la realtà dell’intera storia.
Sono rimasta colpita da Sfinge e dai suoi silenzi, carichi di un significato e di un passato che lo hanno portato al freddo e piovoso nord, pur non riuscendo a dimenticare fatti sanguinari della sua terra e nonostante tutto, la sua capacità rimasta intatta nel non tradire le sue convinzioni più profonde.
In ogni caso.
E anche questa volta, oltre a una malinconia devastante, alla fine, ciò che gli resterà si ridurrà ad un quadro naturale, uno spettacolo irripetibile e non potrà fare altro che fermarsi “…ad ascoltare tutto il silenzio che resta.”
Vi lascio, consigliandovi caldamente di leggere questo romanzo, che fa male ma è di un’intensità esplosiva.
Per quanto mi riguarda, da subito, mi riprometto di proseguire, però, anche la serie con Roberta Serra di cui ho letto lo scorso anno “Venti corpi nella neve” (di cui potete trovare la recensione nel sito) che mi ha letteralmente conquistata.
“Mai rinnegare le proprie radici. Oliver Sacks dice che se perdiamo la nostra memoria, perdiamo la nostra anima.”
Buona lettura!
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Giuliano Pasini
è nato a Zocca, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, “Venti corpi nella neve” (dal 2023 Piemme), diventa subito un caso editoriale. Seguiranno “Io sono lo straniero” e “Il fiume ti porta via” (entrambi inizialmente Mondadori), tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. “È così che si muore” ne segna il ritorno a Case Rosse dieci anni dopo il primo romanzo (Piemme 2024), seguirà L’estate dei morti (Piemme 2024). Il silenzio che resta (Piemme 2026) non fa parte delle serie di Roberto Serra.