Intervista a Daria Lucca




A tu per tu con l’autore

 

 

Durante la tua carriera di giornalista hai coperto diversi fatti clamorosi di quella che Sergio Zavoli definì “La notte della Repubblica”. Quale inchiesta ti ha coinvolto maggiormente?

Quella sulla strage di Ustica, sicuramente. Nei primi anni dopo la caduta del Dc9 Itavia, i giornalisti dovettero lavorare da soli, senza il supporto della magistratura che all’inizio brillò per immobilismo. L’omertà tra i militari era totale e trovare le conferme comportava certi rischi, oltreché essere difficile. Quell’inchiesta mi ha in qualche modo plasmato. Credo, spero, di avere imparato che gli insabbiamenti esistono, sono utilizzati anche dai poteri istituzionali, ma non bisogna cadere nella trappola di vedere complotti a ogni angolo di strada. Per nascondere la verità ci deve essere sempre una forte e soprattutto precisa motivazione. Farla riemergere, la verità, è a volte quasi impossibile. Per scrivere il libro, “A un passo dalla guerra”, ci siamo dovuti mettere in tre, uno dei quali è un esperto di storia militare. E nonostante ciò, fu necessario ricorrere a una forma di scrittura più simile alla fiction che al saggio tradizionale, perché su molti fatti non eravamo in grado di indicare le fonti.  L’altro capitolo della storia buia italiana che mi ha coinvolto anche emotivamente è stata la stagione della guerra di mafia a Palermo, ormai così lontana negli anni che pochi la ricordano. I morti si raccoglievano giornalmente, soprattutto tra i mafiosi. Ma a lasciare il segno, nella coscienza nazionale, fu la serie di omicidi degli inquirenti culminata con l’eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ho ancora vivida nella memoria l’immagine del corteo funebre per il commissario Antonio Cassarà, l’arrivo dell’allora ministro dell’interno Oscar Scalfaro e la plateale protesta degli agenti di polizia, protesta da cui partì una sollevazione che – finalmente – obbligò il governo a stanziare altre forze in quel di Palermo. Era l’agosto 1985 e il dramma sai qual è? Che se tu chiedi oggi a un italiano o a un’italiana con meno di 30 anni di definirti Cosa Nostra molto probabilmente la confonde con le Brigate Rosse.

 

 

Durante le vostre scottanti indagini avete mai avuto sentore di qualche depistaggio? E chi pensate che fossero?

Negli anni in cui la magistratura non mosse un dito e i giornalisti erano gli unici a investigare, le profferte di false piste si susseguirono a ritmo intenso. Telefonavano sedicenti ex agenti dei servizi segreti pronti a vendere la loro merce, chiedevano incontri, mandavano lettere. Attento, perché questo è importante: il depistatore spesso non offre una versione completa del fatto, ma pezzi verosimili ma falsi che inducono in false direzioni. Ci fu, se ben ricordo, una sola fonte che propose la soluzione completa e si trattò di un presunto ex membro della Legione Straniera. Lo incontrò un gruppo di noi giornalisti, lui ci fornì la sua storia e alcuni la scrissero. Io no, non mi convinceva il fatto che non avesse un curriculum, diremmo ora, verificabile. Chi li mandava? Ah, saperlo, o meglio avere le prove circa i mandanti sarebbe già mezza soluzione del giallo. Persino i nuovi inquirenti – a un certo punto l’inchiesta passò nelle mani dell’ottimo giudice Rosario Priore – non avevano al tempo i mezzi che oggi permetterebbero di tracciare molti movimenti dei vari personaggi.

 

 

 

Molti tuoi colleghi hanno romanzato le loro esperienze nelle inchieste sui casi più eclatanti della storia italiana mentre il tuo primo romanzo ha una trama lontana dai clamori della cronaca ed è ambientato in luoghi suggestivi ma poco frequenti nei gialli come Lanuvio e i Colli Albani. Tu indaghi sull’ambiente sociale e morale dei luoghi del delitto come hanno fatto Fruttero & Lucentini nella “Donna della domenica”.

L’accostamento con la coppia del giallo italiano mi fa arrossire…il fatto è che, come cronista, non riesco neanche a immaginare di scrivere una storia totalmente sganciata dal mondo in cui vivo. E il mondo in cui vivo è italiano, è fatto di localismi, di poteri che si radicano nel territorio e poi magari si globalizzano, ma sempre origini locali hanno. Come avrai capito, i gialli della camera chiusa non fanno per me. Se devo impiegare il mio tempo a inventare storie, anziché raccontare la realtà, devono essere fortemente verosimili, ovvero narrare non tanto personaggi veri o fatti veri nel dettaglio, ma raccontare un ambiente vero, un contesto rintracciabile nella realtà, devono sempre rappresentare il chiaroscuro della vita. Più scuro che chiaro, più amaro che dolce, altrimenti mi annoio. Se voglio del dolce, vado in pasticceria, non mi infilo in un noir. I personaggi poi vengono da sé, e quindi non potrò mai scrivere di una poliziotta che si aggira in tacchi a spillo sui sampietrini di Roma o, al contrario, di un giudice che pare uscito da un libro stampato, passami l’espressione. Quando tacchi a spillo dovranno essere, caso mai li farò indossare a un ministro che se la tira da ripulitore della morale altrui. Hai presente il procuratore di “Billions”? Ecco, quello mi piace, drammaticamente parlando.

 

 

 

In “La mossa dell’impiccato” ho notato una certa evoluzione del carattere della vicequestrice Amanda Garrone, protagonista anche del primo romanzo “Distanza di sicurezza”. Dipende dal trasferimento da Lanuvio, dove era stata spedita per punizione, a Siena?

I personaggi non possono mai stare fermi: forse che noi restiamo uguali a noi stessi con il passare del tempo e degli avvenimenti? E’ naturale che, a Siena, riportata alle sue origini e cioè quelle di poliziotta investigatrice, Amanda subisca una trasformazione. Bisogna tenere poi conto che si muove in un territorio nuovo, con nuovi collaboratori. A proposito: non so ai lettori e alle lettrici, ma a me la squadra con cui lavora piace parecchio. Come avrai capito, non lascio passare occasione per mettere in primo piano figure femminili. Io sono vecchia, anche di età, e mi sono dovuta sorbire un’intera epoca in cui alle donne, nei noir e nei gialli, erano riservati ruoli deprimenti e secondari. Un’ultima notazione: ho scelto volutamente di spostare Amanda perché la carriera reale di uno sbirro non prevede una vita stanziale (stesso ruolo, stesso luogo) ma al contrario la copertura di ruoli diversi in differenti situazioni. Ma questo lo sa soltanto chi ha conosciuto personalmente tanti investigatori.

 

 

 

In questo romanzo viene toccato un tasto scottante della nostra storia recente come i fallimenti di diverse banche italiane ma tratti il tema da un punto decentrato per poi arrivare al bersaglio vero e proprio, il connubio sciagurato tra politica, economia, e poteri occulti. E’ stato facile per te trattare certe tematiche o hai dovuto superare delle autocensure, consapevoli o inconsapevoli?

La storia recente delle banche italiane è, per la gran parte dei cittadini, uno scandalo alla luce del sole. Quello che tu chiami connubio sciagurato e che descrivi come una specie di animale a tre corna ha in effetti una tale abilità di camuffamento da rendere quasi inverosimile la sua stessa esistenza. Se la censura consiste nelle pressioni che i tre poteri sono capaci di generare, una volta che si mettono in movimento, l’autocensura si manifesta talvolta con la forma della semplice incredulità con cui ognuno di noi accoglie certe notizie: non è possibile che davvero abbiano osato, ci diciamo, non può essere successo davvero! Ora, sebbene di scandali bancari vi sia traccia un po’ dappertutto, in Italia, dalla Puglia al Veneto, è innegabile che la Toscana di questi scandali è stata uno snodo centrale, decisivo. Perciò, come si può chiedere a chi scrive noir di non notare l’intreccio particolare che lì è avvenuto fra il potere politico, la finanza e la massoneria? Intreccio in cui, con gioiosa prepotenza, le mafie si sono sicuramente inserite.

 

 

 

So che stai scrivendo un nuovo libro. Sarà ancora con Amanda Garrone oppure ci sarà una novità? E poi vorrei sapere, vista la qualità dei tuoi gialli, se hai avuto qualche proposta per trasformarli in serie TV.

Ti svelo un segreto, sta per essere pubblicata una nuova avventura della Garrone. Ma ci sarà una novità, su questo hai ragione anche se altro non posso dirti salvo che, per cominciare, la nostra “sbirra” andrà a ficcare il naso in un luogo magico, ricco di suggestioni. Quanto a proposte per i diritti in versione cinema-tv, come vuoi ti risponda? Sono l’ultima arrivata e mi ritengo soddisfatta che un grande editore come Amazon abbia deciso di pubblicarmi. Stop. Però la domanda è birichina perché mi invoglia a spostarmi su quel terreno, che peraltro amo moltissimo, essendo una divoratrice di serie poliziesche televisive (anzi, di serie tv in genere). Ecco, diciamo per ora che sono andata a cercare ispirazione in case piuttosto altolocate. Una poliziotta che mi ha molto influenzata è stata la Sarah Linden di “The Killing”, così come la detective Robin Griffin di “Top of the Lake” interpretata dalla superlativa Elisabeth Moss. I miei must di donne moralmente ambigue restano l’avvocata Annalise Keating di “How to get away with murder” e la fantastica Patty Hewes di “Damages”…te le cito tutte con i titoli inglesi perché le seguo in originale, laddove i toni e le inflessioni delle protagoniste colorano i personaggi di sfumature irripetibili nelle traduzioni. Quanto ad altri progetti, chi non ne ha? Ne tengo un paio nel cassetto, perché ho bisogno di spostare il centro del mirino, di tanto in tanto. A proposito, tu sai sparare?

Daria Lucca

 


A cura di Salvatore Argiolas


 

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