A tu per tu con l’autore
Ciao Eleonora, ti ringrazio, anche a nome di ThrillerNord per aver ritagliato qualche minuto del tuo tempo per rispondere alla mie domande su “I giorni del Corvo”.
Anche se “I giorni del Corvo” segue una traccia collegata al tuo thriller “Piani inclinati”, ha tutti i crismi della spy story. Come mai questo viraggio narrativo?
Più che un viraggio, lo considero un ampliamento. In Piani inclinati alcuni temi erano già presenti in filigrana, come quello della manipolazione, ma restavano legati soprattutto alla dimensione personale e sociale. Con I giorni del Corvo ho voluto spostare lo sguardo su una scala più ampia, dove entrano in gioco i precari equilibri dei rapporti tra stati e la percezione che i destini individuali siano travolti da forze più grandi, anche se non sempre ne abbiamo chiara percezione. La spy-story è stata la cornice ideale per raccontare la tensione tra i cittadini e i meccanismi globali del potere. Inoltre, è un modo per tornare a un filone letterario che amo molto, quello della grande tradizione del noir geopolitico, da John le Carré in avanti.
Linda De Falco, la protagonista sia di “Piani inclinati” sia de “Il giorni del Corvo” è un personaggio “forte”, dalle molteplici sfumature. Quanto ci hai lavorato sopra? Può ancora svilupparsi o ha raggiunto la sua stabilità?
Non credo sia possibile per nessuno raggiungere una vera stabilità e forse non sarebbe positivo. Siamo esseri mutevoli e il cambiamento è il motore della nostro agire. L’evoluzione di Linda è stata un processo graduale che ho maturato nel tempo: è andata avanti per fratture, cadute e risalite, e ne “I giorni del Corvo” Paolo Fabbri l’ha costretta a mettere in discussione due aspetti fondamentali della sua vita.
Il primo riguarda la dedizione alla cosiddetta “ragione di Stato”, cui si è votata anche a costo di sacrifici personali enormi. Non che non vedesse le ombre del sistema, ma ha voluto mantenersi fedele, con disciplina e lealtà, perché era il suo orizzonte di senso. Dopo Paolo però, la ragione di Stato è diventata un’idea labile e tutte le sue prospettive sono cambiate.
Il secondo aspetto è il suo mondo interiore. Se finora continuava a raccontare a sé stessa di potersi bastare, Paolo le ha fatto capire che nessuno è un’isola, e che persino una donna come lei può trovare sollievo, se non una vera felicità, nella presenza di qualcuno che ama.
In “Piani inclinati” c’erano due protagonisti Daniele Fois e Linda De Falco che metaforicamente rappresentavano la Sardegna ed il continente che, dopo un iniziale scontro, anche culturale, riescono a trovare un modo di comunicare e di collaborare. Daniele è presente anche ne “I giorni del Corvo”, anche se in un ruolo di supporto. Quanto ti sei divertita a far interagire all’inizio queste persone che hanno una visione del mondo tanto differente?
È stato stimolante, perché mi ha costretta a guardare la mia terra da più prospettive. Da sarda, porto dentro un modo di percepire i rapporti umani e sociali che è frutto della storia, della cultura e persino delle ferite che ci hanno plasmato come popolo. Far dialogare Daniele e Linda significava mettere a confronto due mondi: da un lato la Sardegna con le sue specificità, dall’altro lo sguardo esterno, quello di chi non appartiene a quest’isola e la osserva con occhi diversi, a volte colmi di fascino e rispetto, altre di pregiudizi o semplificazioni. Nel loro iniziale scontro e nella successiva collaborazione ho riversato proprio questo: la tensione ma anche la ricchezza che nasce sempre dall’incontro tra visioni e mondi differenti.
In “Piani inclinati” mostri quanto non possa essere univoca la visione della Sardegna, che è contraddittoria, perché citando Walt Whitman, “è vasta, contiene moltitudini” anche se, leggendo bene il libro si capisce che tra l’ambiente naturale, agro-pastorale e quello mondano della Costa Smeralda, il tuo cuore batte per il primo contesto. E mi è piaciuto molto un passo tratto da “I giorni del Corvo” che condivido in piano: “Per quello che li conosco… per quel poco che li conosco, hanno l’idea che il mondo naturale sia dominato da una forma di comunicazione empatica e ininterrotta tra animali, piante, uomini vivi e morti, e in cui la natura e la storia, il presente ed il passato non sono più definibili.” Sbaglio pensando che sia questo l’aspetto che ami di più della nostra terra?
Sì, è l’aspetto che più amo ed è ciò che mi rende orgogliosa di essere sarda. La Sardegna, per me, è un luogo in cui natura e memoria si fondono in un’unica trama, dove il mito continua a respirare accanto al presente. La percepisco come un’entità trascendente che ha i tratti di una madre (o di una dea… o di una dea-madre) capace di custodire il legame profondo tra ciò che è stato e ciò che sarà, tra la storia degli uomini e il senso di eternità che ci rende esseri spirituali.
Paolo Fabbri e Linda De Falco hanno la stessa difficoltà iniziale a trovare una lunghezza d’onda che li faccia comunicare. E’ stata una necessità narrativa oppure è lo specchio di un problema contemporaneo?
Tutte e due le cose. Dal punto di vista narrativo, questa difficoltà serve a creare tensione e a far sentire al lettore la distanza tra i due personaggi. La loro sintonia non è immediata, e rende più significativo il momento in cui finalmente riescono a sincronizzarsi.
Se vogliamo leggere più in profondità, è anche uno specchio dei nostri tempi: oggi comunicare non è sempre semplice, e nonostante gli strumenti di cui siamo dotati siamo spesso siamo “sintonizzati” su frequenze diverse – linguaggi, priorità, contesti culturali – e trovare un vero canale di dialogo richiede tempo e attenzione. Così, anche nella spy story, questo ostacolo diventa quasi realistico: riflette quella complessità del mondo contemporaneo che, in fondo, tutti sperimentiamo ogni giorno.
Sono quattro i punti focali del romanzo, la prigionia di Paolo Fabbri in Libia e il suo viaggio verso l’Italia, la fuga in Sardegna sotto la custodia di Linda De Falco, gli intrighi nei palazzi romani, e le azioni dei servizi segreti americani che braccano Paolo Fabbri. Quale di questi piani narrativi ti ha impegnato di più?
Senza dubbio la prigionia di Paolo Fabbri in Libia. Ha richiesto un lavoro di preparazione molto accurato, perché volevo rendere credibile la tensione, la paura, e la psicologia di un uomo della sua formazione, costretto a sopravvivere in condizioni estreme. Ho studiato poi gli aspetti geografici, politici e storici del contesto libico: un articolato lavoro preliminare che mi ha permesso di costruire – in primis nella mia mente – il quadro per un racconto realistico e complesso.
Il titolo “I giorni del Corvo” riporta subito alla memoria il thriller di James Grady “I sei giorni del Condor” che è un atto d’accusa nei confronti dello strapotere dell’impero americano che non si preoccupa di preservare l’ordine democratico e dopo tanti anni le cosa non sono ancora cambiate come dimostrano anche gli ultimi avvenimenti. E’ possibile fare qualcosa per opporsi a questo stato di cose?
Il richiamo al romanzo di Grady (da cui il film di Sydney Pollack in cui I giorni del Condor diventano tre) vuole evocare un mondo in cui la potenza militare e politica assume una dimensione superiore a leggi e controlli, e in cui la difesa dei valori democratici appare subordinata a logiche di interesse strategico. Quella tensione continua a trovare echi nella realtà contemporanea, dove la sorveglianza, le operazioni segrete e le decisioni geopolitiche mostrano quanto fragile possa essere la democrazia davanti a interessi consolidati.
Rimanere impotenti di fronte a questo scenario sarebbe comprensibile, ma non è l’unica strada. L’opposizione allo stato delle cose passa attraverso la consapevolezza e la conoscenza: informarsi, leggere, capire le dinamiche nascoste del potere. Da lì può nascere l’azione, che non deve necessariamente essere spettacolare o eclatante, ma coerente e continua: partecipazione civile, denuncia di abusi, sostegno a iniziative di trasparenza e giustizia, costruzione di reti di dialogo internazionale che chiedano responsabilità ai governi.
In questo senso, la letteratura e il cinema diventano strumenti potenti: mostrano il meccanismo, mettono in guardia, fanno percepire che il “potere assoluto” non è invincibile. Anche se le ingiustizie persistono, la cultura, la riflessione critica e l’impegno civile sono i modi concreti per non arrendersi e per provare a orientare la realtà verso un equilibrio più giusto.
Visto che Linda si chiama De Falco, è stata una scelta obbligata mettere il soprannome Corvo all’agente segreto Paolo Fabbri?
(rido) No, non era obbligata! Ma esiste una semantica ornitologica che si lega a storie noir o di spie: I sei (tre) giorni del Condor appena citati, Il Giorno della civetta di Leonardo Sciascia, fino al recentissimo Il Nibbio, il film dedicato a Nicola Calipari, l’agente dei servizi caduto in missione mentre liberava la giornalista rapita Giuliana Sgrena.
L’uso degli uccelli è quasi un codice del genere spy: simbolo di agilità, intelligenza, capacità di osservare (non visti) e sopravvivere. Il Corvo è solitario, discreto, misterioso; il Falco è potente, acuto, strategico. Farli interagire, sulla linea delle loro differenze, è stato interessante.
La Sardegna che descrivi nei tuoi libri è molto di più di un fondale scenografico ma assurge a protagonista assoluta, con dei passaggi interessantissimi che ho voluto approfondire. Cosa significa un passo che cita la “nostalgia immobile” dei sardi?
Il concetto di “nostalgia immobile” è il modo acuto con cui la psichiatra e antropologa Nereide Rudas ha saputo teorizzare un sentimento molto familiare a noi sardi: la paura di dover lasciare la nostra isola e non potervi fare ritorno.
La nostalgia per i sardi non è rimpianto del passato, ma un richiamo genetico rimanda a quando le vicende storiche ci costringevano ad allontanarci dall’isola. Non è una nostalgia romantica o malinconica; è immobile, perché ci lega indissolubilmente alla nostra terra. Non cerca scampo né movimento: si nutre della permanenza, del legame con la memoria dei luoghi, della cultura e del paesaggio. Per questo la Sardegna dei miei libri è un luogo che plasma gli individui, e altera le vicende. Per la sua capacità di penetrare nel profondo nell’animo di chi si trova a viverla.
Ultimamente la narrativa sarda di genere ha raggiunto tanti lettori che ritrovano ambientazioni e personaggi di grande fascino. Quali sono i gialli che vorresti suggerire a chi non conoscesse ancora i giallisti sardi?
La recente scuola sarda del giallo e del noir si compone di molte voci: alcune raccontano la Sardegna più misteriosa e rurale, altre esplorano città e piccoli centri con storie di intrighi moderni; mentre altre ancora mescolano noir e thriller con uno sguardo attento alla psicologia dei personaggi. Suggerirei di iniziare lasciandosi guidare più che da un nome, dai luoghi narrati, secondo la propria inclinazione personale: e sarà un viaggio pieno di scoperte inattese e di molte suggestioni differenti.
E quali sono gli autori che preferisci, in generale, e in particolare in ambito thriller/noir?
Domanda complessa e con tante possibili risposte. Mi limiterò a tre nomi.
Stephen King il maestro della suspense e dell’orrore psicologico. Non è solo il terrore immediato a colpire, ma la capacità di scavare nelle paure quotidiane, di trasformare ambienti familiari in luoghi inquietanti e creare personaggi con complessità emotive straordinarie. La sua scrittura dimostra come il genere possa esplorare l’animo umano senza sacrificare ritmo e tensione.
Haruki Murakami, che non è un autore thriller ma divaga spesso nel realismo magico, creando atmosfere perturbanti. Mi affascina la sua capacità di costruire ambienti mentali in cui il senso di alienazione, il flusso dei pensieri e le coincidenze apparentemente casuali costruiscono una tensione sottile che cattura in maniera diversa rispetto ai colpi di scena tradizionali.
E poi c’è Patricia Highsmith, che ha un posto speciale per me. La sua grandezza sta nel modo in cui esplora l’ambiguità morale dei suoi personaggi e il lato oscuro della psicologia umana. La suspense quindi nasce dall’analisi della mente criminale e dell’insicurezza di personaggi “normali” messi di fronte all’inatteso o al pericolo morale.
Ti ringrazio per la tua cortesia, facendoti i complimenti per il tuo romanzo che fa parte del ristretto numero dei migliori letti quest’anno.
Grazie a te Salvatore e a tutti voi di ThrillerNord!!
A cura di
Salvatore Argiolas
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