Intervista a Enrica Aragona




A tu per tu con l’autore

 

 

Voglio iniziare facendole i miei complimenti per questa storia che con emozione e tristezza è stata capace di colpirmi veramente nell’animo. La prima cosa che mi sento di chiederle è quanto di lei come autrice è stato impregnato all’interno del suo romanzo?

Prima di tutto, grazie di cuore per i complimenti. Credo che in tutti i romanzi ci sia un po’ di chi li scrive, e “Sangue sporco” non fa eccezione. In questo romanzo c’è parecchio di me e della mia vita, perché anche io, come Scilla e Renata, sono cresciuta in un quartiere complicato e Isola Nuova ne è la trasposizione letteraria: una borgata costruita negli anni Settanta ai margini dell’estrema periferia sud di Roma. E anche io, come Scilla e Renata, ho cercato ogni giorno di inventarmi un modo per sopravvivere. Più che nella trama, la mia storia personale è nei dettagli: nelle atmosfere, nelle emozioni, negli odori, nei suoni. Soprattutto in quel sentirsi “diversi” che mi sono portata dietro per molto tempo.

 

 

 

Nonostante questo si può considerare come il suo libro d’esordio, in realtà lei ha già pubblicato diverse opere, ci vuole parlare di come è stato il suo percorso di scrittrice e come ha vissuto questa sorta di salto di qualità?

Anche qui rischio di apparire banale, ma come la stragrande maggioranza degli autori, ho l’impressione di scrivere da sempre. Ho preso la prima penna in mano a soli quattro anni, e ho riempito l’agendina di mia madre di parolacce sgrammaticate. Da allora non ho mai smesso, né di scrivere, né di dire parolacce. Negli ultimi dieci anni ho pubblicato un paio di romanzi con piccoli editori e diversi racconti in antologie, ma ho soprattutto partecipato a tanti concorsi e premi letterari, riuscendo spesso a piazzarmi bene. Poi lo scorso anno ho deciso di iscrivere “Sangue sporco” a IoScrittore e ho avuto la fortuna di essere letta dalla direttrice editoriale di Corbaccio che mi ha proposto la pubblicazione. E quindi eccomi qui. Sul “come” ho vissuto il grande salto… be’, ci sarebbe troppo da dire! Sintetizzando all’estremo, l’ho vissuto con emozione, speranza e tanta soddisfazione.

 

 

Scilla e Renata, le protagoniste del romanzo, sono due donne che, fin da piccole, si legano in un rapporto unico, eterno ma anche conflittuale e a tratti doloroso. Da cosa è nata l’ispirazione per creare questi due personaggi?

Scilla mi somiglia molto, caratterialmente parlando, o meglio, somiglia molto alla “me” adolescente che viveva a Isola Nuova, soprattutto nel modo di relazionarsi con gli altri. Anche io, come lei, non amavo i rapporti facili. E Renata da questo punto di vista era la protagonista-antagonista perfetta: scostante, maleducata, presuntuosa ma anche fragile, tenera e incapace di dimostrare tutto l’amore che provava per Scilla. Per caratterizzarla mi sono ispirata a una persona che mi aveva fatta innamorare, tanti anni fa. Era un ragazzo, ma in fondo Renata è un gran maschiaccio.

 

 

 

La cosa che colpisce maggiormente nel suo romanzo è la forza delle diverse emozioni che lo compongono. Come ha vissuto sulla sua pelle il susseguirsi di esse nelle diverse parti della storia?

La genesi di “Sangue sporco” è stata piuttosto lunga, ho avuto molto tempo per abituarmi alla storia e per metabolizzarla. In alcuni passaggi non è stato facile, avevo l’impressione di scoprirmi troppo, di lasciar sbirciare il lettore in quelle pieghe di me che avevo sempre tenuto ben coperte. Ma in questo senso mi ha aiutata molto il confronto con diversi professionisti del settore editoriale, prima alcuni agenti letterari e poi la mia casa editrice, che mi hanno dato una grossa mano per tutto il lavoro di limatura che da sola non sarei stata in grado di fare. La partecipazione emotiva ha però giocato un ruolo fondamentale, tanto che la prima volta in cui l’ho letto su carta, il giorno dell’uscita, non riuscivo a staccarmi dalle pagine, come se non fosse la mia storia, come se fosse il romanzo di un altro. E alla fine mi sono perfino commossa.

 

 

 

Proprio come nella vita, anche in “Sangue sporco” si cerca di trovare il buono anche nelle situazioni più difficili e lei ha espresso questo concetto in un finale lieto che dona al lettore un senso di pace. Era questo il suo intento?

Sì. Il romanzo è piuttosto tosto, un finale altrettanto tosto avrebbe dato il colpo di grazia ai poveri lettori! Scherzi a parte, credo, e spero, che Scilla venga fuori come un personaggio positivo, perché è stata in grado di affrancarsi da una vita che sembrava impossibile, da un destino che sembrava già scritto, e ci è riuscita contando solo sulle proprie forze, acquisendo maggior consapevolezza di sé e capendo che anche lei meritava una vita più giusta. Alla fine ce l’ha fatta, e questo è il messaggio che volevo veicolare. Spero di esserci riuscita.

 

 

 

Nelle interviste agli autori c’è sempre una domanda di rito, e anche questo volta non posso fare a meno di fargliela; quali sono i progetti per il suo futuro? Sta già lavorando ad un nuovo romanzo?

Uno scrittore sta sempre già lavorando a un nuovo romanzo… peccato che io non sia una scrittrice, e la mia organizzazione mentale da questo punto di vista faccia acqua da tutte le parti! Comunque ho diverse cose in cantiere, diverse idee, diverse tematiche, devo soltanto decidere a quale dedicarmi sul serio.

 

 

 

In conclusione, conosce il genere thriller nordico?

In realtà, narrativamente parlando, nasco come giallista, è il genere che preferisco leggere e anche quello che ho scritto più spesso, tanto che le soddisfazioni più grandi, dopo “Sangue sporco”, le ho avute proprio dai premi inerenti il giallo. Conosco il thriller nordico, ma devo confessare di non aver letto moltissimo. Mi sono limitata ai nomi più famosi, Lackberg e Larsson. Però in compenso ho letto tutto della nostra Ilaria Tuti, e i suoi romanzi mi hanno ricordato molto quelle atmosfere (anche se lei è più brava!). In linea generale preferisco il thriller nostrano, e senza scomodare i mostri sacri come Carrisi, credo ci siano molti giovani autori italiani davvero degni di nota.

 Enrica Aragona


A cura di Simona Vallasciani


 

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