A tu per tu con l’autore
Ciao Fabio, grazie per questa intervista.
Nella vita, tra le altre cose, sei lettore e ghostwriter per diverse case editrici: com’è, adesso, ritrovarsi “dall’altra parte della pagina”? Insomma, come stai vivendo questo esordio?
Ciao Francesca e grazie mille a Thrillernord per questa bella occasione di incontrare i vostri lettori.
Esordisco con una casa editrice importante, a mio nome e con un noir. Però il mondo della narrativa mi apparteneva già, anche “dall’altra parte della pagina”: anni fa ho pubblicato saggistica filosofica, un romanzo e una raccolta di racconti con piccolissime case editrici indipendenti, le super indie non distribuite e da 500/700 copie di tiratura. Poi, un paio d’anni fa sono uscito con un true crime sotto pseudonimo: Il mostro di Roma di Alessandro Gorza, altra esperienza fondamentale per la ricerca della mia voce d’autore.
Insomma, avevo già vissuto l’esperienza del trovarmi in libreria. Questa volta la grande differenza è il supporto di un editore importante e la conseguente distribuzione: è bellissimo incontrare lettori dal nord al sud Italia che leggono e commentano – sui social e dal vivo alle presentazioni – il mio romanzo. Adesso occorre continuare a spingere con gli eventi per far conoscere e tenere vivo il romanzo; un’esperienza impegnativa ma stimolante.
Il respiro del faggio è un giallo – mi ha ricordato l’enigma della camera chiusa, qui rielaborato in modo originale e sorprendente – che si tinge di noir, ma non solo: tra le righe c’è l’analisi sociale, c’è il ricordo del G8, c’è lo sradicamento, la ricerca dell’identità… Come sei riuscito a legare insieme questi temi, amalgamando storia italiana, attualità e narrazione?
Grazie per l’originale e sorprendete e per la domanda che tocca uno dei punti più importanti per me: mi sono avvicinato al noir con grande rispetto e attenzione, studiandone i meccanismi e le tecniche. Però voglio che il genere rimanga un contorno e non diventi una gabbia: i temi che abbracciano la storia narrata, i discorsi fra i personaggi che toccano identità, gentrificazione e turistizzazione delle città, fanno parte delle cose che avevo voglia di raccontare. Io credo che la narrativa, anche quando “pop” debba offrire al lettore sempre un qualcosa in più del mero intrattenimento: i libri raccontano una storia e mettono in scena anche dei mondi, o così dovrebbe essere per me. Se questi mondi non sono pieni di idee, pensieri e domande a cosa serve scriverne?
Vera e Petrella, pur differenti per molti aspetti, sono di fatto due facce della stessa medaglia e le loro unicità si integrano alla perfezione: come sono nati, quali sono state le tue fonti di scrittura? Chi è venuto per primo a bussare alla tua porta?
Vera. Tutto nasce da lei. Questa giovane donna si è presentata con buona parte delle sue caratteristiche e poi è cresciuta prima ancora che io avessi chiara la volontà di scrivere un noir. O, meglio, parallelamente e mettendomi in difficoltà: io sapevo che Vera non era una poliziotta e volevo scrivere un giallo. La prima sfida è stata proprio mettere assieme questi due elementi per dare vita alla mia storia.
Con l’idea del noir arriva Antonio, i suoi atteggiamenti goffi e allo stesso tempo determinati, il suo non aver fatto carriera per aver seguito più l’istinto che la ragione. Un uomo che fa i conti coi suoi fallimenti senza diventare cinico e annerirsi. Poi, è arrivata la sua squadra: donne e uomini con caratteristiche spesso in contrasto tra loro, come sono le persone, come siamo tutti.
Bologna, lo si intuisce, è una città che ti sta a cuore e che conosci molto bene, anche nei dettagli meno noti, nelle strade e nei locali che sfuggono agli itinerari turistici… Nel tuo romanzo ne mostri anche le ombre, l’eredità di un passato (e di uno sviluppo) scomodo, fino a renderla quasi un personaggio complesso a sé stante: come hai costruito l’ambientazione e quanto influiscono i luoghi su una trama?
Bologna era inevitabile: ci ho vissuto 25 anni e per 20 ho lavorato dietro il bancone di una delle più note osterie del centro. Questo vuol dire conoscere la città e tutte le sue facce, il giorno e la notte, il benessere e il disagio in maniera completa, organica. Ho amato e odiato parecchio le strade sotto le due torri e scriverne – hai perfettamente ragione quando la definisci un vero e proprio personaggio – è stata anche una forma di auto terapia: volevo fare i conti con una grande storia d’amore, quella fra me e Bologna, interrotta – non vivo più lì da un po’ di anni – ma sempre presente.
L’influenza del luogo è totalizzante: nel suo diventare personaggio la città racconta e si racconta, crea temi di dibattito e si offre al lettore nella sua complessità. O, almeno, così spero.
Parafrasando la battuta di un tuo personaggio, “sei feltrino o sei bolognese”?
Ahah, questa è una furbata. Parafrasando la risposta di un altro mio personaggio: non sono mica un vino dop con la provenienza in etichetta!
Scherzo, è una domanda interessante perché io mi dico e mi sento veneto, anzi, venetaccio di montagna. Però ho vissuto per la maggior parte del tempo a Bologna, da cui ho preso tanto. E poi a Milano, la vera città: onesta nel suo essere brutale, sincera nel farti sentire uno su un milione. Ma, forse anche per questo, piena di energia.
Ora vivo in Piemonte, anche se di passaggio, e chissà dove sbarcherò nei prossimi anni: seguo l’amore che mi porta a spasso perché così vuole la sua passione che è anche il suo mestiere. Io posso fare il mio con un computer e il dove diventa relativo. Sono feltrino o bolognese? E chi lo sa. Uno dei più grandi filosofi del ‘900, Emil Cioran, si definiva un apolide metafisico. Una definizione che mi piace moltissimo.
Il respiro del faggio è “La prima indagine di Vera e Petrella”: significa che li rivedremo presto?
Lo spero! Dipende dalla casa editrice, io sto già scrivendo “la seconda indagine di Vera di Petrella” e mi piace moltissimo. Ci saranno i personaggi già visti nel primo romanzo con tutte le sorprese che il tempo impone, i cambiamenti e le novità. E uno sguardo ancora più forte sulla città e su alcuni temi di attualità e per me di profonda importanza.
Se tutto va bene, fra un annetto ne parliamo qui. Ti va?
Grazie ancora per essere stato con noi, buona scrittura a te e buone letture a tutti e a tutti!
A cura di
Francesca Mogavero
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