Intervista a Giulia Ciarapica




A tu per tu con l’autore

 

 

Salve Giulia, e benvenuta in Thrillernord. Per prima cosa vorrei esprimere il grande piacere che ho provato nel leggere il tuo romanzo. Mi è arrivato dentro con grande forza, si è aperta la finestra dei ricordi lasciandomi un po’ senza fiato. Si sente il grande amore per la tua terra, innanzitutto, e vorrei chiederti: quanto veramente ti senti legata ad essa?

Il piacere di essere vostra ospite è assolutamente mio, e per questo vi ringrazio. Io sono profondamente legata alla mia terra, le Marche, ma devo ammettere di aver scoperto questo legame così radicato soltanto con la scrittura del romanzo, che mi ha “dolcemente costretto” a guardare alla mia regione con occhio non solo intimo, affettivo, ma anche più distaccato, analitico. Questo mi ha consentito di vederne i pregi e i difetti, i limiti e le qualità; proprio per questo l’ho apprezzata ancora di più. Quella delle basse Marche è una terra molto silenziosa, che all’apparenza può sembrare addirittura ostica, perché assai riservata, proprio come i suoi abitanti. Nasconde delle meraviglie sconosciute ai più, con i suoi borghi medievali semi desolati soprattutto nelle ore centrali della giornata, quando tutti sono chiusi nelle fabbriche a lavorare.

 

 

 

Ho amato molto tutti i personaggi, in particolare Annetta. Lei che sembra non aver mai paura di niente e guarda il mondo a testa alta. Non si piega, non si spezza, anche se nasconde una grande fragilità che ha quasi paura a mostrare. Come è nato questo incredibile personaggio?

In realtà non ho aggiunto nulla a quel che Annetta è stata nella vita vera, poiché parliamo di personaggi realmente esistiti. Valentino e Giuliana erano i miei nonni materni e Annetta fu realmente la sorella maggiore di mia nonna. Annetta è un personaggio che ami o odi, non ci sono vie di mezzo, proprio perché lei era così: decisa, ferma, puntuale. Senza sbavature, almeno apparenti, poiché come dici anche tu, nascondeva anche una sua potente fragilità. Annetta è un uragano, istintiva, passionale, amante della vita a trecentosessanta gradi, ma è anche vittima di sé stessa, soprattutto quando crede di potersi bastare da sola. Una donna libera come lei paga sempre un grande prezzo alla vita: la solitudine.

 

 

 

Ho letto delle parti riguardanti il rapporto tra Giuliana e Valentino in cui ho pensato “questo è stato scritto proprio per me”. Certe cose, certe situazioni, forse scaturiscono dall’esperienza personale. Quanto di te c’è nel romanzo e nei vari personaggi?

Come dicevo prima, ho raccontato al novanta per cento una storia vera: fatti, aneddoti, situazioni famigliari e professionali mi sono state tramandate attraverso le lunghe chiacchierate che facevo proprio con i miei nonni. Le custodisco gelosamente, da molti anni, nei ricordi e nel cuore. E’ fuor di dubbio che qualcosa di me, di intimo e di personale, sia “scivolato” nel romanzo. Soprattutto nelle riflessioni che fanno Annetta ed Alberto, anche riguardo il tema della maternità.

 

Ho adorato le parti scritte in dialetto. È una cosa che ho apprezzato anche in altri autori, trovo che diano veridicità ai personaggi e che li rendano quasi vivi, palpabili. È stata una scelta presa d’istinto o una scelta stilistica presa in un secondo momento?

Assolutamente si è trattata di una scelta istintiva. Non ci ho ragionato su. Fin dalle prime battute mi è “scappato”. Un po’ perché io sono un’amante del dialetto, un po’ perché, come dici tu, dovevo restituire tridimensionalità e veridicità ai personaggi. Parliamo di persone semi analfabete, che vivevano in un paesino della provincia delle basse Marche dimenticato da Dio, e che nella vita realizzavano scarpe: avrebbero mai potuto comunicare tra loro usando un italiano forbito? Oltretutto, credo che il dialetto sia un chiaro segno distintivo dell’identità di un popolo. Lo contraddistingue, ne delimita i confini e la forma, in un certo senso. Gli dà colore e autenticità.

 

 

 

Tu sei una forte lettrice e non posso esimermi da farti la fatidica domanda… quali sono i tuoi autori preferiti? C’è qualcuno che senti particolarmente vicino per temi o stile?

La mia scrittrice preferita è senza dubbio Elsa Morante, è il mio libro del cuore “L’isola di Arturo”, poiché è grazie a questo romanzo che ho scoperto la grande letteratura. Ma, negli anni, il mio libro preferito (differente dal libro del cuore) è diventato “Stoner” di John Williams, grazie al quale ho capito definitivamente cosa avrei voluto fare da grande, ossia lavorare con le parole, con le storie e con la scrittura. Dopodiché adoro Moravia, Buzzati, Soldati, Goliarda Sapienza. Un grande amore è invece William Somerset Maugham.

 

 

 

Hai già scritto i prossimi capitoli della tua trilogia? Perché, sai, noi siamo qua e aspettiamo con ansia.

L’ansia vostra… E l’ansia mia! Scherzi a parte, sto lavorando al secondo capitolo ed ho ben chiara in testa anche la storia del terzo volume. Posso dirvi che nel secondo romanzo arriveremo all’incirca alla fine degli anni Settanta e che ci sarà molto da raccontare, soprattutto riguardo le grande evoluzioni dell’industria calzaturiera. Ne vedremo delle belle.

 Giulia Ciarapica


A cura di Sara Pisaneschi



 

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