A tu per tu con l’autore
Buongiorno Giuseppe e grazie per il tempo trovato. ‘Questa feroce bellezza’ è il tuo primo romanzo pubblicato e ha destato la mia ammirazione e curiosità.
Innanzitutto ti chiederei di darci qualche informazione aggiuntiva oltre a quelle che si trovano – scarsissime – online. Puoi raccontarci la tua storia e come sei giunto alla stesura del giallo?
Penso che la storia di un uomo sia legata ad azioni concrete e cominci dalla consapevolezza dei suoi gesti. Il mondo è qualcosa di cui bisogna prendersi cura: l’erba che lentamente si raffredda coprendosi di rugiada, lo sguardo di un animale spaventato. Sono cose che vanno protette perché non sappiamo se ci saranno ancora.
Anni fa, viaggiavo in auto. Mi ero fermato lungo il Neckar, a Tubinga. Il cielo si sgranava nella nebbia e il vento scuoteva le branche delle querce accanto al fiume. Le case sull’altra sponda erano buie. All’improvviso una donna dai capelli bianchi dondolò il capo dietro una finestra. Sembrava una farfalla. Devo aver raccolto qualche foglia e fabbricato un bozzolo per conservarne l’immagine. Nel romanzo c’è una scena simile a questa. Voglio dire che ciò che siamo stati e saremo dipende dall’attenzione per la realtà che ci circonda. Tutto ha inizio da un gesto. Se non mi fossi fermato lungo il Neckar e non avessi custodito per anni un momento di tristezza perfetta, Ian Dabrowski, il tenente della forestale protagonista di “Questa feroce bellezza”, non sarebbe mai esistito. Allora chi avrebbe cercato la verità sulla morte di Gheorghe Bunget?
La Murgia è un luogo pressoché sconosciuto che si trova in sud Italia ma che assomiglia molto ai paesaggi friulani, anche loro carsici e di confine. Che rapporto hai con questa terra così bella e particolare?
Ho un rapporto concreto con gli spazi che abito. Mi piace annusare una zolla di terra che si frantuma in un pugno, lasciarmi graffiare da un rovo, cercare la carezza di un’ala. Amo sentirmi vicino a ciò che descrivo. Allo stesso tempo prediligo i luoghi di cui riesco a percepire la vastità e il silenzio. I miei altipiani e la mia Fossa sono battuti dai venti. Percorsi da animali selvatici. Praterie, latifondi ondulati, lame profonde. Nuvole e ombre. Cielo e terra si sfiorano e mutano aspetto. È un piccolo universo che respira. Il maestrale che tormenta la stipa è capace di scavare nel volto di un uomo, ma ciò che attraversa il suo sguardo è l’anima del mondo. La Murgia è una frontiera in cui l’umano cerca spazio per esistere.
La particolare ambientazione in stile far west mi ha molto colpita. La Murgia è un luogo che deve essere conquistato con il sudore della fronte e le pallottole. Quali sono gli autori che ti hanno ispirato lo stile particolare del libro?
“Questa feroce bellezza” comincia con un sacrificio. Un innocente viene ucciso e il suo cadavere viene sospeso a un ramo di ulivo. Ciò che accade dopo è la conseguenza di questa morte iniqua. Ma è la lingua il primo protagonista. Dal prologo si capisce subito che si tratta di una scrittura necessaria. Sono l’ambiente e gli eventi a definire lo stile. Dopo l’incipit non ho avuto scelta. Avrei messo nel romanzo tutto quello che amo, le cose che odio e che mi rendono felice, il dolore, la rabbia, il coraggio. Ci ho infilato un sacco di verità. Il male di cui parlo è concreto come l’odore dei cavalli.
Mi hanno ispirato la cronaca nera, la natura. Anche i ricordi. Certi gesti non si apprendono dai libri. Si fanno. Ho vissuto accanto a uomini che avevano mani piene di amore. Individui che non si sarebbero mai risparmiati. Avrebbero modellato la creta del mondo per sempre se avessero potuto. Non saprei come altro dirlo. Io parlo di cose che conosco, dei luoghi in cui ho vissuto, della gente che ho incontrato. La realtà è piena di energia e questo mi interessa. Poi ci sono gli autori che ho amato: Hemingway, McCarthy, James Welch, Dubus, Pasolini, Hajdari… Alcuni film di Villeneuve e Iñárritu. La letteratura e il cinema, se contengono qualcosa di vero. La mia è una scrittura in cui ogni cosa accade. Si guarda. A ogni parola corrisponde un gesto, un’immagine. C’è sempre un corpo che vibra, scava, si muove.
Le persone che abitano l’altopiano non sono solo fuorilegge: ci sono nuclei familiari compatti e quello che spicca è la solidarietà tra di loro, specialmente quella che si instaura tra le donne, fatta di silenzi condivisi. Alla fine il male è commesso da uomini mentre le donne piangono i morti e continuano a lavorare. Il femminile che spicca nel giallo è così forte anche nella realtà della tua terra?
Le protagoniste femminili non sono prive di sensualità, ma sono figure complesse e quasi sempre ferite. Sono piene di grazia, tenerezza, passioni. In alcuni casi sono quasi selvagge, ma sanno tenerti per mano. Maddalena Bunget, la madre del ragazzo ucciso, è una guardiana. Custodisce il sacro. Cura le spoglie di Gheorghe e celebra i suoi funerali come se compisse un rito antico. È greca perché è profondamente tragica. Ed è tragica perché sa che il destino di Costinel Bunget, il figlio maggiore, dovrà rivelarsi. Dopo l’assassinio del fratello non ha vie d’uscita. Sangue col sangue. Il romanzo ruota intorno a questo fuoco. La madre lo sente. Mentre scrivevo alcune scene con Maddalena Bunget protagonista, ascoltavo lo “Stabat mater”. Ma le altre donne guidano fuoristrada. Sanno come si usa un’arma. In una pellicola cinematografica ascolterebbero Ennio Morricone e Nancy Sinatra. Non si fermano.
A cura di Marina Toniolo
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