A tu per tu con l’autore
Ilaria, Ed è un poco la notte e un poco l’alba è un titolo che, omaggiando il poeta Pierluigi Cappello, allude a uno spazio sospeso, a quel momento in cui non è più notte, ma non è ancora giorno. E attraversando il romanzo ci si rende conto di quanto quella soglia rappresenti una condizione umana più che un tempo della giornata, è lì che avvengono davvero le trasformazioni?
Quelle del titolo sono parole con cui il poeta Pierluigi Cappello descrisse il Friuli di un tempo, sospeso tra l’oscurità covata in ogni vita segnata dalla miseria e la luce dei saldi valori contadini. La soglia è un luogo liminale di trasformazione, soprattutto interiore. Una volta solcata non siamo più gli stessi. Può essere rappresentata da sfide personali, da pericoli esterni, da un richiamo collettivo all’azione, o a una presa di coscienza, a una scelta etica. Per me è la materia incandescente e malleabile di cui siamo fatti, è l’attraversamento di ogni esperienza dura che forgia, che mette alla prova tempra e morale.
«Tu capirâs, una dì» le disse. «La pietât a è amôr.» Queste parole, che incontriamo nelle prime pagine del romanzo, mi hanno colpita profondamente, così come il messaggio che veicolano, ossia che il contrario di paura, in fondo, non sia coraggio, ma, appunto, pietà. È una lettura che riconosci oppure il cuore del libro, per te, è altrove? Pensi che sia una parola che oggi abbiamo impoverito di contenuti?
È una lettura che condivido. Provare pietà, compassione, per l’altro significa permettere, più o meno consapevolmente, di accogliere dentro di noi ciò che è e il dolore che lo attraversa. Significa avere la forza per sostenere quel carico. La pietà è un atto talmente bistrattato, perché spesso confuso con l’eccessiva emotività, che persino parlarne è rivoluzionario.
«Conosco la versione degli altri. Vorrei sentire la tua.» Quasi un manifesto dell’anima della tua scrittura. È questo che ti muove a raccontare la Storia attraverso le vite di chi, troppo spesso, è rimasto ai margini? E più di tutti ne ha pagato il prezzo?
Sono stata una bambina molto timida e silenziosa. Ho imparato a osservare e ad ascoltare. Ancora oggi mi interessano le storie degli altri, mi piace capire che cosa ha passato e dove vuole andare chi ho davanti. L’umanità, con tutti i suoi pregi e difetti, le piccole e grandi meschinità, gli slanci, le imprese folli e piene di speranza, mi affascina. Narrare le donne e gli uomini ai margini significa dare voce a chi più di tutti ci ha portato dove siamo ora, attraverso guerre e carestie, sopravvivendo. Certo ne ha pagato il prezzo e, a un certo punto del cammino, ha deciso che ne valeva la pena.
C’è una differenza sottile tra ricordare e restare fedeli. Ricordare significa conservare ciò che è stato, restare fedeli significa continuare a far vivere ciò che abbiamo ricevuto. Mentre scrivevi Ed è un poco la notte e un poco l’alba hai avuto la sensazione, o l’intenzione, di compiere un atto di memoria o, piuttosto, un atto di fedeltà?
Le storie che scrivo non sono mai atti deliberati, non c’è un intento iniziale. Mi vengono a cercare, mi appassionano e diventano ossessione fino a quando non le ho scritte. Seguo ciò che cattura la mia curiosità, che mi scatena emozioni, riflessioni, slanci. La memoria è un tema a me caro. Amo la storia e studiandola raccolgo tantissimi aneddoti che mettono in moto la mia fantasia. La memoria è lo spessore di cui siamo fatti. Sta a ciascuno di noi scegliere se averne cura e restare fedele – in tutto, in parte o per niente –, a ciò che porta in eredità.
Durante una visita alla chiesa del Gesù di Genova, osservando due dipinti di Rubens, La Circoncisione e I miracoli di sant’Ignazio, nel particolare che raffigura un bambino deposto ai piedi della tela, ho pensato immediatamente alla protagonista del romanzo, Serafina. A un nome che è una chiamata e a una vita che continua a custodire la speranza anche nel punto più basso dell’esistenza. Ci racconti qualcosa di lei?
Serafina è una donna che sente di avere radici profonde, ma allo stesso tempo non può negare di provare una spinta potente verso il futuro, il cambiamento, ciò che vorrebbe diventare al di là dell’eredità culturale ricevuta. È in attesa, eppure piena di progetti. In questo momento di evoluzione personale incombe un pericolo maggiore: l’invasione cosacca. Serafina potrebbe scappare, invece decide di restare. Resta perché si sente chiamare dalla propria terra e dalla propria gente, dai princìpi con i quali è stata cresciuta. Inizia così una lunga notte da attraversare, dove l’unica luce a guidarla sarà quella della tenuta morale, degli insegnamenti ricevuti e persino della compassione, per cercare ostinatamente un riflesso di umanità anche nell’invasore. Solo così può continuare a coltivare la speranza.
Silva, la nonna, e Serafina, la nipote, condividono qualcosa che va oltre il tempo, entrambe, a modo loro, devono scegliere che cosa salvare, al di fuori di loro stesse. Può essere anche questa una profonda forma di amore?
È una forma antica di amore, un legame primordiale che attraversa e lega le generazioni, che spesso canta nel sangue, dirige inconsciamente. Devi saperlo riconoscere, custodire, coltivare. E, a volte, se è vero amore devi lasciarlo andare: non smetterà di esistere.
Nei tuoi romanzi il confine tra luce e ombra non separa mai i “buoni” dai “cattivi”, sembra piuttosto il luogo in cui ciascuno decide chi vuole essere. Penso in particolare alla figura del Guerriero, che ho amato moltissimo. Ti domando se, nella vita, credi che le persone cambino davvero o piuttosto venga il momento in cui smettono di nascondersi.
La vita di ciascuno è un viaggio. Se davvero ne accogliamo il senso, allora il cambiamento è in atto continuamente, siamo creature in evoluzione. Ma cambiare è allo stesso tempo la cosa più difficile da fare e da accettare. Tanti restano fedeli a un’immagine che hanno o vogliono dare di loro stessi, che a poco a poco diventa una gabbia, uno stato sterile, che non risponde più ai bisogni, ai sogni, e lo fanno per paura o per comodità.
È anche vero che davanti a una scelta importante sveliamo davvero chi siamo: cadono le maschere e le definizioni. Resta, nel bene o nel male, il cuore dell’individuo, quell’amalgama speciale di istinto e ragione, coraggio e viltà, valore o vuoto che in quel momento ci porta da una parte o dall’altra.
C’è stata una pagina o una parte di questo romanzo che hai dovuto riscrivere molte volte non per ragioni narrative, ma perché emotivamente non riuscivi a lasciarla andare?
Tutti i fatti realmente accaduti, perché ero consapevole di maneggiare una materia delicata e il senso di rispetto per quelle vite mi imponeva un passo più cauto. Penso per esempio allo sfollamento dei paesi occupati, in un giorno di pioggia, con il fiume in piena da attraversare. Quando ho letto i diari dell’epoca che ne raccontavano, è stato struggente. Ho “visto” le persone caricarsi i materassi zuppi sulle spalle, le madri riparare come potevano i bambini nel proprio abbraccio, gli animali strappati dalla corrente scomparire per sempre. Lo stesso sentimento di pudore mi ha guidata nel raccontare le stragi compiute dai nazifascisti in ritirata, che non risparmiavano nemmeno i più piccoli, ma allo stesso modo anche la fine tragica dei cosacchi, militari e civili, suicidi nella Drava.
Scrivi che l’uomo è «meno saggio di un filo», perché un filo sa tenere insieme ciò che è nato diviso, l’uomo no. Dopo aver terminato questo romanzo, qual è il filo che vorresti rimanesse a unire il libro e chi lo legge?
Il filo sottile ma tenace della memoria, la memoria emotiva, quello spazio fisico ed emozionale dentro di noi dove il ricordo si lega indissolubilmente a un’emozione. Perché ci sono tanti fatti realmente accaduti in questo romanzo e, come ho già avuto modo di dire, per quanto straordinari non riguardano qualche eroe immaginario, ma i nostri anziani, le generazioni che ci hanno assicurato la vita che viviamo. Sono stati capaci di enormi atti di sopravvivenza, condivisione, coraggio, anche disperazione, per attraversare una lunga notte. Ce l’hanno fatta. Saperlo, riviverlo attraverso i racconti, ci fa capire di che cosa possiamo essere capaci e di che cosa dobbiamo essere grati. Può dare speranza.
A me ne è rimasto uno di quelli che non si possono spezzare…
A cura di
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