Intervista a Ilaria Tuti




A tu per tu con l’autore


 

Ilaria, leggendo “Ninfa dormiente”, è impossibile non realizzare quanto questo tuo ultimo romanzo sia frutto di uno scavo, storico, indubbiamente, ma anche fortemente emotivo. Non a caso ho scelto il termine scavo, perché la sensazione prepotente che ho avuto è stata quella dell’urgenza di un ‘portare alla luce’. Senz’altro in ragione del plot thriller, ma anche e soprattutto, dei recessi dell’anima. A partire da lei, Teresa. Teresa Battaglia in questo romanzo esplicita molto di se stessa. La sua malattia, la sua intrinseca disposizione ad essere madre. E dunque, per estensione, la sua fragilità. Come è arrivata a questa piena consapevolezza di sé e a che prezzo? E’ azzardato il pensiero che questo suo ‘spogliarsi’ di una corazza la renda, per converso, ancora più forte?

Le parti su Teresa, sull’intimità di questa donna ferita e indomita, sono state le più difficili da scrivere, nel primo come nel secondo romanzo. È così diversa da me, per vissuto, per carattere, per età ed esperienza. Eppure la sento mia, sempre vicina, perché in Teresa ci sono mille donne, donne normali che incontriamo tutti i giorni, capaci di affrontare la solitudine, la malattia, le difficoltà della vita senza perdere il proprio centro, raggranellando energie e rimettendosi in piedi dopo ogni caduta. Rispondo alla prima domanda con le parole di Alda Merini, così calzanti per Teresa: “È bello accettare anche il male. Una delle prerogative del poeta, che è stata un po’ anche la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male, lo ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia. Ecco, il cambiamento della materia che diventa fuoco, fuoco d’amore per gli altri”. Teresa ha trasformato il male subito in compassione. È una donna sofferente ma risolta, sicura dei propri principi. Il prezzo è il dolore – passato e presente – che l’empatia porta con sé. Sono d’accordo: spogliarsi della corazza, condividere finalmente il dramma che l’ha colpita, l’ha resa più forte: così limpida da non dover temere nulla.

Ritroviamo Massimo Marini nel bel mezzo di una tempesta emotiva che pare azzerare ogni suo punto di riferimento e che investe, in un certo senso, ogni ruolo previsto in una famiglia: dalla condizione di figlio a quella potenziale di genitore. Se Teresa si sente ed è indubbiamente madre, credo che, in questo secondo capitolo, la svolta forte di Massimo sia quella di esserlo a sua volta, genitore, nei confronti (e non solo) di Teresa: “C’è madre ogni volta che c’è accoglienza di una vita inerme”. La loro forza, quella del loro rapporto, la cifra di novità che hanno i tuoi personaggi, molta sta nella capacità di scambiarsi questi ruoli, al momento del bisogno. Sta nel loro sapersi accogliere. Cosa pensi di questa lettura?

È una lettura che mi emoziona, perché va al cuore di Teresa e Massimo, che si scontrano e si incontrano ogni giorno, che fanno della sfida verbale un modo per misurarsi e allo stesso tempo per creare una routine quotidiana che appartiene solo a loro e che per questo li lega. Teresa ha un profondo istinto materno, pur non essendo mai diventata madre. Ma è, appunto, un istinto, un sentire viscerale e quasi selvatico: Teresa non è una figura leziosa e confortante, ma è sempre presente, pronta a sollevare chi cade. Sprona a osare, a superare i propri limiti (che, come spesso accade, sono solo mentali), e lo fa anche in modo brutale. Ha fiutato in Massimo la paura che lo blocca e decide di metterlo continuamente davanti a se stesso, in modo che finalmente la affronti. Dall’altro lato, Massimo riconosce in lei una leader naturale, un punto di riferimento che fino a questo momento gli è mancato. Impara a stare al suo gioco, a tenere il passo di questa donna che ha il doppio dei suoi anni, una malattia che la debilita e un segreto doloroso che è parte stessa della sua profonda capacità di “sentire” la sofferenza degli altri. Questo segreto, una volta rivelato, li unirà per sempre, perché servirà a salvare lui. Ma i ruoli si invertono continuamente, “chi ha bisogno di chi” non è sempre facile da delineare, e quando Massimo capirà che Teresa sta vivendo un momento di difficoltà, diventerà il suo custode e la proteggerà. Sono dinamiche profondamente umane.

In “Ninfa dormiente” introduci nuovi personaggi che, intuiamo, avranno molto da ‘dire’ nei prossimi capitoli delle vicende di Teresa Battaglia e Massimo Marini. Personaggi verso i quali fin da subito il lettore si sente attirato, incuriosito e con i quali non fatica a ‘familiarizzare’. Mi riferisco, nello specifico, a Blanca Zago e alla sua particolarissima mission ed al Questore Albert Lona. Senza addentrarmi e svelare i dettagli delle dinamiche di rapporto che si generano nel romanzo, un piacere scoprirle nella lettura, solo una riflessione su Lona e la sua influenza su Teresa. I due hanno un pregresso in sospeso ed un passato comune, la tensione tra loro è del tutto tangibile. Al netto di quello che emerge nel corso del romanzo e che emergerà in futuro, prendendo come punto di osservazione solo quello di Teresa, è sbagliata la sensazione che gran parte dell’ostilità che la donna avverte e manifesta verso di lui sia dovuta al fatto che Lona rappresenta in un certo qual modo quello che lei ha bollato come il suo fallimento più grande, il suo errore di valutazione, fatalmente irreversibile?

Questa tua sensazione corrisponde alla mia visione di Albert Lona. Il questore Lona, il nuovo capo di Teresa, è un personaggio dubbio, che vediamo, però, sempre e solo attraverso gli occhi e i ricordi di lei. Albert conosce il passato di Teresa e il dramma personale che l’ha squarciata. Lui era lì. Di più: avrebbe potuto evitarlo, se solo lei…Anche il male può unire, e Teresa e Albert lo hanno condiviso, anche se da prospettive diverse. Inequivocabilmente ostile, sicuramente ambiguo, Albert Lona sarà poi davvero così negativo?

Il mito, gli archetipi, i rituali di un passato remoto che, ci fai scoprire nelle tue pagine, sono ancora fortemente vivi, sono elementi fondamentali e fondanti nella trama di “Ninfa”. Come in “Fiori sopra l’inferno”, anche qui, pur in maniera e prospettiva originale e diametralmente diversa, la tua attenzione converge verso comunità e situazioni apparentemente chiuse e forti di quel senso di protezione e omertà col quale chiudono a chiave i propri segreti. Situazioni che sai mirabilmente rendere di assoluto fascino e sotterranea tensione. Nello specifico la Val Resia, “un’isola genetica e linguistica pressoché perfetta”, Come sei arrivata lì e hai deciso di raccontarne? Cosa ti hanno lasciato le ricerche fatte e che realtà, di fatto, hai trovato?

La Ninfa dormiente è un romanzo fatto di incontri. Senza le testimonianze e i ricordi di tante persone che ho conosciuto prima e durante la stesura, non avrebbe mai visto la luce. Devo molto a un uomo che è la memoria storica della Val Resia e che è diventato un amico e un personaggio all’interno del romanzo: mi ha parlato delle origini misteriose dei resiani, questo popolo caucasico arrivato nella valle attorno al VI secolo d.C., a seguito di Unni e Avari. Mi ha fatto conoscere le loro tradizioni così peculiari: una lingua protoslava antichissima, canti, balli e strumenti musicali unici al mondo, come unico è il DNA di questa popolazione, diverso da quello degli europei. Nel romanzo accenno a un’antica ninnananna resiana e scrivo che è incredibilmente simile a una nenia del popolo dei mingreli, insediato nell’attuale Georgia: è tutto vero. Dei resiani mi accompagnerà sempre l’amore dolente per la propria terra e la propria identità che ho sentito scorrere in questa valle: stanno lottando affinché la storia della val Resia non vada persa e confusa con quella della vicina Slovenia. Il loro attaccamento a ciò che sono è forse qualcosa che alcuni non capiranno mai fino in fondo, un valore d’altri tempi che però li definisce e che loro sentono fondamentale per costruire il futuro.


Ninfa dormiente”, a partire dal titolo, che è quello del dipinto ‘protagonista’ del romanzo, è un libro fortemente e meravigliosamente visivo. Evocativo. Già a partire dalla sinossi, si comincia, grazie al tuo talento, a viaggiare per immagini. Io ad esempio avevo davanti agli occhi la Sibylla Palmifera di Dante Gabriel Rossetti. Resto sempre incantata della maniera in cui tu riesci a intridere la tua scrittura con tanti e tali colori. Una dote che paradossalmente, e il personaggio di Blanca Zago insegna, sfrutta in minima parte la vista ed in gran parte altri organi senzienti. Il cuore, quello senza dubbio, ma ti chiedo, a quale dei cinque sensi arriva a bussarti una storia, in prima battuta?

Ti ringrazio per queste parole stupende. Le mie storie nascono prima di tutto come immagini. Sono visioni di suggestioni e atmosfere che a poco a poco si arricchiscono di dettagli sensoriali. A parte il cuore e la vista, il senso che più permea il mio modo di raccontare è forse l’olfatto: odori e profumi sono il mondo che ti entra dentro, che arriva al sangue e lo agita stimolando ricordi e pulsioni. È un senso che uso molto, da sempre. Vivo a contatto con la natura e non potrebbe essere diversamente. Ho bisogno di respirare l’umore delle stagioni, lo lego indissolubilmente alle esperienze di vita, alle persone: racconta, a volte, molto più delle parole.

Ilaria Tuti

Sabrina De Bastiani

 

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