Intervista a Irene Catocci




A tu per tu con l’autore

A cura di Alessio Balzaretti


 

 

Buongiorno Irene e complimenti per questo tuo nuovo romanzo!

Dalla tua biografia ho scoperto che, oltre ad essere molto impegnata come mamma, moglie e lettrice vorace, sei anche da sempre assai intraprendente come scrittrice e quindi inizio la nostra intervista chiedendoti, da appassionato di thriller-horror come te, quando è sbocciata la passione per questo genere? C’è stato qualcosa in particolare che ti ha ispirato nello scrivere la “prima pagina” del tuo viaggio da autrice?

Buongiorno e grazie per l’accoglienza.
Inizio con il dire che in effetti il thriller, soprattutto psicologico, è il mio genere letterario preferito, assieme al romance. Può sembrare un accostamento azzardato, ma come si può leggere nella storia di Davide e Noah, l’amore è il pilastro fondamentale su cui gira tutta la storia. Ho iniziato ad approcciarmi alla lettura di thriller fin da ragazzina, non sono una persona impressionabile e mi piace leggere in special modo i noir. In realtà il primo racconto che ho scritto è stato di tutt’altro genere, leggevo molti thriller ma ancora non mi sentivo pronta per una storia tutta mia, quindi sono approdata nel mondo letterario con qualcosa di più romantico.

 

La seconda domanda ovviamente è rivolta a L’odore della morte, questo tuo romanzo thriller che è in realtà la seconda parte della serie I geni della follia. Nella mia recensione mi sono sbilanciato dicendo che siamo di fronte, innanzi tutto, ad una storia d’amore. Un concetto che può sembrare stridente rispetto alle sanguinose vicende di un brutale e psicopatico killer seriale e del suo ostaggio che in fondo, molto ostaggio non è. Cosa ne pensi di questa mia lettura della vicenda? Ho centrato il punto?

Hai centrato perfettamente il punto perché Davide e Noah si amano moltissimo, anche se nel modo sbagliato. Davide è un sociopatico della peggior specie e Noah non è uno stinco di santo. La storia d’amore tra di loro ha molto poco a che fare con il romanticismo, ma tantissimo con la carnalità, la sopraffazione, l’abuso psicologico e la violenza fisica. In fondo amare, per loro, è un po’ come morire.

 

 

Parliamo ora di Davide e del suo profilo psicologico. Sicuramente non passa inosservato il suo carnale desiderio nei confronti di Noah che sfocia, da prima, in una serie di omicidi e successivamente negli abusi incondizionati verso colui che per Davide è il centro del mondo. Quindi ti chiedo, che tipo di preparazione e di studio ha richiesto per te, l’invenzione di un personaggio che, nel suo essere, concentra l’omosessualità violenta e il profilo di un serial killer? Sei andata a braccio o ti sei documentata riferendoti a criminali reali?

Senza ombra di dubbio Davide è stata la mia sfida letteraria più grande. Prima di approcciarmi alla stesura del romanzo e alla caratterizzazione del personaggio mi sono documentata un bel po’ sulla psicologia criminale, ma molte cose le ho create a braccio, a sensazione diciamo, soprattutto per quanto riguarda la sfera privata dei sentimenti. Criminali reali? Direi Jeffrey Dahmer.

 

Sindrome di Stoccolma, un nodo che ci devi sciogliere in questa quarta domanda.
Parlando di Noah, il dubbio che nella sua personalità si celi un lato oscuro molto vicino a quello del suo aguzzino e amante, in realtà, pagina dopo pagina, diventa quasi una certezza. Ti chiedo quindi, come vorresti che il lettore inquadrasse il personaggio di Noah? Come vittima vera, e quindi come personaggio complessivamente positivo, oppure come un giocatore d’azzardo, che, seppur nel tormento e nella sofferenza, ha trovato la scappatoia per salvare se stesso e condannare esclusivamente Davide?

Noah era nato in un modo, nel primo romanzo, per poi mutare nel ragazzo deviato che scorgiamo alla fine del secondo romanzo. Nel primo libro è un tipo con problemi ma con l’animo buono di un angelo, che si ritrova vittima inconsapevole della bellezza spudorata di Davide. Nel secondo romanzo lo incontriamo cambiato, più consapevole di sé e dell’amore per il suo “ aguzzino “ L’evoluzione del suo personaggio è quello che mi è piaciuto di più nello scrivere il secondo libro. Il lettore ha interpretato in più modi il suo personaggio. C’è chi ha capito la piega negativa e subdola che si cela dietro ai suoi sorrisi, ma c’è anche chi non ha capito e ha odiato il suo gesto finale. Ha diviso gli animi.

 

La quinta ed ultima domanda è riservata alla piega letteraria che hai scelto di dare al romanzo, nel momento in cui hai adottato un linguaggio esplicito, disegnando scene di sesso e di violenza che hanno lasciato davvero pochissimo all’immaginazione. Credo non sia facile per un lettore poco abituato a certe espressioni, accettare di farsi guidare oltre certi limiti e molti potrebbero scegliere di “voltarsi dall’altra parte” e leggere altro. Da parte tua e della casa editrice, vi siete trovati di fronte ad un bivio delicato per cui valutare se, nelle logiche di mercato, potesse essere un testo da rimodulare? I tuoi lettori come si sono espressi in merito?

Io personalmente l’ho trovato perfetto e tagliente così, come doveva essere!

C’è chi ama questo stile diretto e chi no, e soprattutto nei thriller succede che molto spesso il killer venga disumanizzato per creare empatia con le vittime, il poliziotto di turno e l’indagine dietro ai suoi crimini. Io ho cercato di virare la rotta, provando a far scorgere l’uomo dietro al mostro e il mostro dietro all’uomo. Essendo un personaggio molto carnale e crudele, lo stile narrativo è per forza più graffiante.

Grazie mille per le domande interessanti e alla prossima intervista.

Irene Catocci


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