Intervista a Nicola Verde




A tu per tu con l’autore

A cura di

Claudia Cocuzza


 

 

Ciao Nicola, grazie per aver accettato il nostro invito.

R. Grazie a voi, essere vostro ospite mi fa davvero un grandissimo piacere, vi seguo da molto tempo con particolare attenzione.  

Ti facciamo i nostri complimenti: sei tra i cinque finalisti della XLII edizione del Premio Alberto Tedeschi. Scorrendo il tuo curriculum, però, ci rendiamo conto che per te non è esattamente una novità; cito ˗non a memoria, perché sono davvero tanti˗: semifinalista al premio Scerbanenco con Sa morte secada; vincitore del premio Qualità editori indipendenti con Un’altra verità; finalista al Festival Mediterraneo del giallo e del noir con Le segrete vie del maestrale e vincitore della sezione romanzi storici dello stesso premio con La sconosciuta del lago; infine ˗ma solo per mancanza di spazio, perché in realtà la lista non è ancora finita˗ Il vangelo del boia è stato finalista al premio Alberto Tedeschi e al Premio Acqui Storia.

 

 

Ti chiedo: essere di nuovo nella rosa dei cinque al Tedeschi cosa significa per te? L’emozione rimane o dopo un po’ ci si abitua?

R. Grazie per i complimenti, gli autori sono strani animali narcisisti e il complimento alimenta il loro ego, e io, naturalmente, non faccio eccezione: affermo, senza tema di essere smentito, che la vanità è una delle ragioni per cui si scrive, anche se non l’unica. Quanto all’emozione, be’ non ci si abitua mai, specialmente quando entra in ballo un premio importante come il Tedeschi, non dimentichiamoci che il vincitore troverà spazio nella storica collana “Il Giallo Mondadori” che pubblica con regolarità da oltre novant’anni le firme più prestigiose del giallo, nazionali e internazionali. Come posso, dunque, non emozionarmi, persino alla mia età, quando, di solito, si tirano le somme, si fa, insomma, il consuntivo. Provo quella bizzarra forma di pudore che dovevano provare le donne attempate di un tempo, quando, scopertesi incinte, si sentivano confuse in quel misto di gioia per la nuova vita che cresceva nel loro ventre – che, magari, credevano ormai sterile –  e di vergogna per la propria età. Vabbè, intanto mi torna in mente un episodio accadutomi alla presentazione del mio primo romanzo pubblicato, era il 2004 e un tizio, mosso dalla sola voglia di mettersi in mostra, mi chiese se non fossi troppo giovane per esordire in maniera professionale, perché per lui l’età giusta sarebbe stata quella dei settanta. Non ricordo cosa risposi nell’occasione, ma adesso mi chiedo che penserebbe di me oggi che quell’età l’ho raggiunta.

 

 

La tua vasta bibliografia ci parla di una passione sfrenata per il giallo. Ha a che fare con la tua vita reale, con il tuo lavoro ad esempio ˗ovviamente penso che tu possa essere un avvocato, non di certo un assassino˗ o questa sfumatura è relegata solo all’ambito letterario?

R. In realtà al giallo sono approdato in un secondo momento, dopo una lunga gavetta fatta di racconti rivolti alla fantascienza e all’horror. La scelta del crime è stata “un’imposizione” di mia moglie, mia prima lettrice, che stufa di leggere generi che non amava ha preteso il cambio. Io provengo dal mondo bancario, noto per una “certa” aridità, e questo, sicuramente, ha dato la spinta definitiva alla mia voglia di scrivere, più che alla scelta del genere su cui avventurarmi, la sola forma di evasione.

 


Nicola Verde

 

Un sottogenere particolare di giallo è il giallo storico, e tu lo conosci bene. Anche il tuo ultimo romanzo, Mastro Titta e l’accusa del sangue, in libreria da febbraio 2021, lo è. Trovi che scrivere un giallo ambientato in epoca contemporanea necessiti di meno cure e ricerche rispetto a un romanzo storico o, secondo la tua esperienza, non fa differenza?

R. Se per “cure” intendi qualità e attenzione nella scrittura, be’, quando si scrive con l’intenzione  di dare il proprio lavoro in lettura a professionisti, bisognerebbe avere non soltanto l’accortezza, ma anche la buona educazione di scrivere sempre al meglio di se stessi. Quanto alla necessità di fare ricerca, indubbiamente anche il giallo contemporaneo richiede la sua parte: metodi di analisi moderni, precisa organizzazione della nostre forze dell’ordine, corrette procedure d’indagine ecc. se non altro per attenersi alla buona regola che bisogna sempre scrivere di ciò che si conosce. Ovviamente i gialli storici hanno bisogno di un qualcosa in più: perfetta conoscenza di quel momento del passato in cui si svolge la vicenda. A questo proposito, però, voglio sottolinearlo, il romanzo non può sostituire il saggio. Insomma, non bisogna commettere l’errore di credere che leggendo un romanzo storico si possa apprendere la Storia. Io la Storia me la raffiguro come una grande tela sfilacciata: il narratore la ricuce con il filo della propria fantasia, lasciando, comunque, inalterato il quadro generale; lo storico, invece, ha l’obbligo di ricucirla riprendendo in maniera pedissequa i fili della trama e dell’ordito, attenendosi, dunque, scrupolosamente ai fatti. Il mio romanzo attualmente in libreria, “Mastro Titta e l’accusa del sangue”, è ambientato in una Roma Ottocentesca, dove il boia papalino, investigatore per combinazione, è impegnato a risolvere il caso della scomparsa di un neonato con la sua balia. Di primo acchito si pensa al ripetersi della vicenda Mortara, il bambino ebreo, battezzato, rapito dai gendarmi pontifici perché fosse consegnato alla fede cristiana, così come prevedeva il diritto canonico. Mi piace ricordare che della vicenda se ne occupò anche Spielberg con l’intenzione di farne un film, progetto poi naufragato e testimone adesso raccolto dal nostro Bellocchio. Un’altra ipotesi riporta al rapimento da parte di ebrei askenaziti a scopo rituale, l’accusa del sangue, appunto. Infine a un intrigo internazionale dove Piemonte e Francia, in avvicinamento per un’alleanza contro l’Austria, cercano di denigrare l’autorità del papa perché il loro progetto vada in porto senza ostacoli. Anche in questo caso, dunque, mi sono infilato nella Grande Storia, rispettandola, per raccontare un episodio dai risvolti gialli, muovendomi nelle atmosfere sordide di una Roma buia, sporca e puzzolente, eppure magnifica.

 

 

Oltre ai romanzi, hai scritto molti racconti. Quale forma ti è più confacente e perché?

R. Al romanzo sono arrivato per gradi, ho cominciato con racconti brevissimi, brevi, medi per giungere al romanzo breve e, infine, al romanzo lungo. Insomma, mi sono comportato come l’atleta che prima di affrontare una maratona, si allena sulle distanze più o meno lunghe. Ma non è detto che questa debba essere la regola, c’è chi trova più congeniale proprio il racconto, dando prove eccellenti, ci sono a questo proposito esempi davvero molto importanti: Carver, Flannery O’ Connor, Katherine Mansfield, Alice Munro, lo stesso Hemingway (personalmente preferisco i suoi racconti ai romanzi). Il racconto ha bisogno di una densità di scrittura che non è pretesa nel romanzo. A decidere quale strada intraprendere è quasi sempre il mercato: qui da noi gli spazi dedicati al racconto sono pochissimi e meno gratificanti.

 

 

Con Verità Imperfette hai fatto l’esperienza, non comune, della stesura corale di un romanzo. Ti va di parlarcene?

R. Un esperimento, né più né meno, che, tra l’altro, ha visto coinvolti nomi di spessore (De Giovanni, Simi, Vichi ecc.). Una jam-session, come recita la bandella, dove dieci autori hanno interpretato ciascuno la melodia di un personaggio, non un romanzo a più mani, quindi, e neppure un’antologia, ma una via di mezzo, che ha avuto l’attenzione del pubblico e della critica specializzata. Un’idea mai tramontata e che ancora mi solletica.

 

 

Non ti chiederemmo mai di spoilerare, ma toglici una curiosità: cosa dobbiamo aspettarci dal tuo romanzo finalista al Tedeschi 2021, Colpe senza redenzione? Uno storico, un cold case come il tuo La sconosciuta del lago o qualcosa di ancora diverso?

Naturalmente non so come andrà a finire l’avventura Tedeschi e, quindi, non so neppure se il romanzo finalista potrà mai vedere luce e spoilerare non avrebbe senso, ciò che posso dire è che si tratta di una storia ambientata in una Roma della metà del secolo scorso, non ancora del tutto risanata dalle ferite della guerra, ma in via di ricostruzione (a proposito della ricerca: nell’occasione ho cercato di ricreare la Roma del periodo il più fedelmente possibile, compresi gli umori e le speranze dei suoi abitanti, frutto di studi approfonditi, così come è stato per la Roma dell’Ottocento). Curiosità: come coprotagonista e antagonista ho inserito proprio il commissario de “La sconosciuta del lago”, un uomo mediocre, brutto, sporco e cattivo, mentre il protagonista denuncia le proprie fragilità e sensi di colpa (il che ci riporta al titolo). Insomma, anche in questo caso ho messo al centro del mio romanzo i personaggi, cercando di disegnarne i pregi e i molti difetti, credo, infatti, che essi siano sempre il vero motore di una storia. Un giallo abbastanza classico, che si rifà a una brutta vicenda accaduta a Milano negli anni Cinquanta e passata alla cronaca come “la belva di via San Gregorio”, nel mio caso trasferita a Roma. Un cold case, forse…


Grazie per la chiacchierata e in bocca al lupo!

Grazie a voi, grazie a te e grazie ai lettori che avranno dedicato parte del loro tempo alla lettura di queste righe. E… crepes al lupo!, come dice il caro amico Daniele Cambiaso.

Nicola Verde