Intervista a Roberto Delogu




A tu per tu con l’autore

A cura di 

Claudia Cocuzza e Leonardo Di Lascia


 

 


Ciao Roberto, grazie per aver accettato il nostro invito.

Ciao, grazie a voi per l’invito.

Parliamo di Blackout, il tuo ultimo romanzo, pubblicato a gennaio di quest’anno da Nutrimenti editore.

In sintesi, ho ucciso mia moglie perché mi urtava i nervi il rumore che faceva quando schiacciava le bottiglie di plastica per compattarle: un incipit davvero potente. Sappi che, dopo averlo letto, per prima cosa ho disattivato la sveglia del mio smartwatch, come mio marito mi chiedeva di fare tutte le mattine da due anni a questa parte. Probabilmente mi hai salvato la vita, per cui ti ringrazio. (Rido)

 

Torniamo all’apertura del tuo romanzo. La sincerità della confessione è talmente eclatante da lasciare il lettore spiazzato. Ti chiedo: chi è Emiliano Bardanzellu; un femminicida, sì, non c’è dubbio, ma è un pazzo o un furbo?

Spetterà al lettore deciderlo. Deciderlo, badate bene, non scoprirlo. Uno dei sentimenti che tortura noi avvocati, ma immagino anche i giudici e i pubblici ministeri, è quel turbamento che ci segue per anni, forse anche per tutta la vita, quando, alla fine di un grave processo indiziario, non si raggiunge la sicurezza che sia emersa la verità. Ecco, se alla fine del libro il lettore si porterà dietro questo senso di frustrazione, il mio intento sarà raggiunto.

 

 

Novantuno femminicidi in Italia nel 2020, numero che resta più o meno stabile, nonostante sia ovviamente inaccettabile, rispetto agli anni precedenti. Hai scelto un tema scomodo e l’hai raccontato dalla posizione più sgradevole, quella dell’assassino. La narrazione è infatti sostenuta in prima persona con focalizzazione su Emiliano. Tu sei un avvocato: quanto è stato difficile passare dall’altro lato della barricata?

Proprio perché sono un avvocato penalista “di strada”, ho preferito sedermi dalla parte del torto – come diceva Bertold Brecht – per raccontare questa storia. Sì, credo di essermi messo dalla parte della barricata più scomoda, ma è quella che conosco meglio. Il tema è terribile, tanto che, mentre scrivevo, più volte mi sono posto il dubbio se fossi legittimato ad affrontarlo e correre il rischio di turbare la sensibilità di chi queste tragedie le ha vissute sulla sua pelle. Mi sono risposto in senso positivo, ritenendo che se è sacrosanto punire con severità chi commette un reato tanto grave, è altrettanto giusto e costruttivo indagare sui motivi sociali, antropologici e psichici che muovono gli assassini e rendono il femminicidio un delitto così frequente. D’altro canto il tema è stato già trattato dalla stessa prospettiva da scrittori famosi: segnalo ai nostri lettori il bellissimo romanzo “Lettera al mio giudice” di George Simenon.

 

 

La parte centrale della narrazione riguarda la descrizione degli anni che Emiliano trascorre da detenuto ‒quindici, ridotti a dodici per buona condotta, cosa che fa già arrabbiare‒, ospite delle carceri di Cagliari, poi di Nuoro e infine di una colonia penale nell’oristanese. Quanto peso ha avuto la tua esperienza professionale nella stesura di questa parte della storia?

Frequento le carceri sarde da quasi trent’anni nei quali ho conosciuto i criminali più diversi. Un altro sentimento che ho voluto condividere con il lettore è la vergognosa empatia che mi capita di provare quando, nonostante tutte le barriere che pongo davanti all’assistito che so aver commesso il peggiore dei delitti, mi capita di scorgere in lui quel nucleo di umanità che ci unisce tutti.Succede col tempo, a seguito di una protratta frequentazione, durante la quale lo vedo commuoversi per i propri genitori, abbracciare i propri figli, o semplicemente affrontare la quotidianità con rispetto e gentilezza. Non deve far arrabbiare lo “sconto” per la buona condotta perché la pena non avrebbe senso se non fosse mirata alla rieducazione del reo. Ma questo è un discorso che meriterebbe un altro libro.

 

Al di là della potenza del tema trattato, nella fattispecie l’omicidio di una giovane mamma -cosa che, se possibile, rende la vicenda ancora più insopportabile- il tuo romanzo pone al lettore un quesito di ordine morale: se davvero Emiliano ha ucciso sua moglie in pochi attimi durante i quali il suo cervello è andato in corto circuito, è giusto che trascorra gli anni centrali della sua vita in carcere piuttosto che seguire un percorso di riabilitazione psichiatrica? Qual è la tua opinione in merito?

Il nostro ordinamento prevede il proscioglimento per chi ha commesso il reato in uno stato di totale incapacità di intendere di volere. Il proscioglimento non vuol dire che la farà franca, perché l’omicida vienesottoposto alla misura della sicurezza del ricovero in un manicomio giudiziario. Emiliano Bardanzellu, il protagonista del mio romanzo, viene riconosciuto dai giudici solo parzialmente incapace di intendere e di volere, circostanza che gli è valsa una diminuzione di un terzo della pena, ma non il proscioglimento. In questo caso, una volta terminata di scontare la pena, se l’omicida viene riconosciuto ancora socialmente pericoloso, deve trascorrere un periodo in una casa di cura. Insomma, c’è un doppio binario sui cui corrono la pena e le misure di sicurezza. Mi pare giusto.

 

 

La Sardegna è lo scenario in cui l’intera vicenda è ambientata, ma non si tratta di quella comunemente rappresentata nell’immaginario collettivo, con le sue spiagge, la movida ma anche la tradizione e il folclore; ci fai conoscere l’hinterland, ci porti in una terra buia, e ce la mostri senza cercare di abbellirla, migliorarla. Puoi spiegarci la tua scelta?

Mi rendo conto che per i “continentali” sia difficile da immaginare, perché l’isola non è particolarmente estesa né popolosa, ma la Sardegna serba mille realtà diverse tra loro. Per fortuna ce ne sono ancora molte intriganti da scoprire o da raccontare per chi, come me, se ne avvantaggia. Spendo due parole per la Costa Verde, dove è principalmente ambientato il romanzo: è un posto fantastico e la spiaggia di Scivu è una delle più belle del mondo. Sospetto che le tinte fosche che ti sono rimaste impresse siano una conseguenza della trama e dell’ambientazione carceraria.

 

Grazie per il tempo che ci hai dedicato e in bocca al lupo per la tua carriera!

Grazie a voi, è stato un piacere. E crepi il lupo!

Roberto Delogu

 

 

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