Intervista a Umberto Matino




A tu per tu con l’autore


Laguna Limes intreccia noir, memoria storica e critica sociale. Da dove nasce l’idea di collegare gli appalti contemporanei alle antiche miniere d’argento del Tretto e della valle dei Cimbri?

Nei miei romanzi io cerco sempre di trovare le radici profonde dei luoghi che descrivo e degli avvenimenti che in essi accadono. Sono convinto che le storie più antiche e le vicende dell’oggi siano spesso intrecciate le une alle altre. La metafora di questo stretto legame è nell’incipit di “Laguna Limes”, sulla terrazza di copertura del garage comunale di Piazzale Roma, a Venezia. Le prime righe del romanzo descrivono infatti il cosiddetto “stravedamento veneziano”, il fenomeno atmosferico che si può ammirare nelle limpide giornate invernali quando la laguna, la pianura e le montagne s’appiattiscono l’una sull’altra divenendo un unico straordinario panorama. Ammirando la veduta di Venezia, pare in quei giorni che le Dolomiti sorgano direttamente da piazza San Marco, dietro il campanile e tra le cupole della basilica. Il “limes” il confine, la distanza, la separatezza, tra questi tre luoghi – montagne, pianura e laguna – si annulla: non sono più ambienti distinti tra loro, ma appaiono un unico vasto palcoscenico sul quale si svolge l’intera vicenda. I legami tra gli avvenimenti che accadono a Venezia, o nelle valli cimbre dell’altovicentino, o nella campagna polesana – sia nel 1985 che nel ‘500, sia che abbiano protagonisti la nobile famiglia Grimani o gli immobiliaristi Righetto e Calearo – sono, nell’invenzione letteraria, talmente forti da renderli una storia unica che si svolge su un’unica scena, il Veneto.

Il romanzo è ambientato durante la grande nevicata del gennaio 1985. Quanto è stato importante ricostruire quell’atmosfera storica e perché ha scelto proprio quel momento per ambientare la vicenda?

Tutti i miei romanzi sono ambientati negli anni ’80 perché è un’epoca abbastanza     distante e ormai “storicizzata” e pertanto è più semplice valutarla e dare dei giudizi di merito. Essa è comunque relativamente vicina a noi così da essere ancora ben presente nell’immaginario collettivo. Gli anni 80 hanno inoltre l’indubbio vantaggio di essere l’ultimo decennio ancora esente dall’invadenza tecnologica dell’oggi. Le indagini si basavano sul “metodo classico” che prevede l’uso quasi esclusivo del cervello umano e non di quello elettronico. Il 1985, in specifico, è l’anno che ha visto l’evento eccezionale della “grande nevicata” e mi è piaciuto rievocarla proprio ora che i cambiamenti climatici e l’atmosfera sempre più torrida stanno rendendo “mitica” la stessa esistenza della neve.

Sia Il maresciallo Piconese che il Commissario Bonturi sono investigatori molto umani e riflessivi, lontani dagli stereotipi del genere. Quanto c’è della sua idea personale di giustizia e del mestiere dell’investigatore in questi personaggi?

Per delineare i due investigatori sono partito dall’ovvia constatazione che “anche i poliziotti sono umani” e cioè delle persone del tutto simili a noi. Ci sarà pure qualche imbecille, qualche esaltato, qualche incapace, ma non credo che ce ne siano di più che in qualsiasi altra categoria professionale, dagli avvocati, agli impiegati di banca o, chessò, dai portuali agli assicuratori. Ho voluto sottolineare i loro caratteri e la loro personalità: l’uno è sposato con figli, l’altro convive con una giovane e colta morosa. Sono ligi alle leggi e ai regolamenti – …sono “forze dell’ordine!” – ma consapevoli che il mondo è più complesso di quanto preveda il codice penale e che le vie della giustizia, come quelle del Signore, sono infinite. È mia convinzione che per ottenere giustizia ogni legge debba essere applicata con sentimento e con intelligenza. Non quella artificiale, quella umana.

In Laguna Limes emerge un’Italia fatta di intrecci tra politica, economia e interessi immobiliari che appare sorprendentemente attuale. Secondo lei, quanto è cambiato davvero quel mondo dagli anni Ottanta a oggi?

In quanto agli intrecci tra affari e politica, il nostro paese non è cambiato affatto rispetto agli anni ’80, se non in peggio, nel senso che non ci si indigna più e che coloro che vengono pescati con le mani nel sacco hanno imparato a buttarla subito in “caciara”, a confondere le acque – e la testa dei cittadini – così da rendere indistinguibile verità e menzogna, onestà e intrallazzo. Ma il fatto più grave non è il singolo caso di eclatante corruzione – lo scandalo – ma il modo “opaco” col quale si amministra, ovunque in Italia, l’intera cosa pubblica: il fine della politica sembra non essere il benessere dei cittadini, ma l’ottenimento del consenso tramite le clientele, i favoritismi, la sfacciata preferenza per gli amici, i compagni di partito, i compaesani, i parenti. La morale, sia pubblica che privata, non esiste più e chi si attiene ad essa viene compatito (…un fesso) ed emarginato (…un rompiscatole).

Il titolo stesso del romanzo richiama il concetto di “limes”, di confine. Come è da intendersi quel termine? E quali sono, secondo lei, i confini reali della vicenda? 

Come ho già accennato, nel romanzo il limes, il confine, non è visto come una cesura, un limite, la separazione tra due realtà distinte, ma piuttosto come il punto di contatto tra luoghi diversi, tra mondi differenti. L’appalto citato nel romanzo, e denominato appunto “Laguna Limes”, riguarda la strada di collegamento tra l’entroterra e la laguna, tra Mestre e Venezia, ed è anch’esso metafora di ciò che unisce due luoghi apparentemente diversi e distanti: una linea, un segno, un percorso… Come si realizza quell’opera? Come si media tra palude e laguna, tra moderno e antico, tra movimento e sosta? Questi temi dovrebbero costituire il focus e la ragion d’essere dell’appalto, trasformato invece in un sordido intrallazzo, premonitore di ogni futura speculazione ad opera di ipotetici (…mica tanto) immobiliaristi veneziani. Nel romanzo anche gli anni 80 sono da intendersi come mero paravento di vicende reali che potrebbero essere accadute anche oggi, o ieri, o ieri l’altro. Il tempo della storia raccontata non ha quindi un “limes”, un perimetro: non ha un prima o un dopo certi, ed anzi per molti versi descrive esattamente – nelle opere, nelle cifre in ballo, nei caratteri degli intrallazzatori – cosa è avvenuto, nei medesimi luoghi, in anni assai vicini a noi. 

Nel romanzo il paesaggio non è un semplice sfondo narrativo: in Laguna Limes la laguna, il Tretto e la neve del gennaio 1985 sembrano influenzare pensieri, scelte e destino dei personaggi. Quanto conta per lei il rapporto tra territorio e costruzione narrativa?

C’è una frase di Cormac McCarthy che descrive con esattezza il senso che ha per me il rapporto tra territorio e narrazione: “La storia non può venire separata dal luogo al quale appartiene perché essa è quel luogo”. E già che siamo in vena di citazioni, all’insegnamento precedente possiamo aggiungere anche quanto ha detto Roberto Calasso: “Le storie non vivono mai solitarie: sono rami di una famiglia che occorre risalire all’indietro e in avanti”.


A cura di

Marco Lambertini

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