Algernon Blackwood
Sinossi. «Troppo sottile, forse, per una precisa classificazione fra i racconti dell’orrore, tuttavia più veramente artistica in senso assoluto, è la delicata fantasia di Jimbo. Blackwood raggiunge in questo romanzo un accostamento aderente e palpitante alla più profonda sostanza del sogno e spazza via le barriere convenzionali tra realtà e immaginazione». Così H.P. Lovecraft descrive il romanzo di debutto di Algernon Blackwood. Jimbo si rivolge in apparenza a un pubblico molto giovane. Spetta però al lettore scoprire e giudicare se e quanto la storia del piccolo protagonista sia una semplice fantasia dal taglio favolistico, un romanzo di formazione dal sottotesto esistenzialista e non scevro di riferimenti esoterici, oppure materia pienamente ascrivibile al genere weird. Quel che è certo è che in esso ritroverà la poetica delicatezza tipica dell’autore, abile nel tratteggiare con tocco magico paesaggi naturali, che prendono vita e parte attiva nella genesi della meraviglia, dell’incredulità e dell’orrore sinistro che caratterizzano gli avvenimenti narrati. Il soprannaturale che, paradossalmente, giace e agisce “sotto” il naturale.
Autore: Algernon Blackwood
Traduzione: Lucio Besana
Editore: Agenzia Alcatraz
Genere: Horror e narrativa gotica
Collana: La Biblioteca di Lovecraft
Pagine: 220
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Loredana Gasparri
Questo bel libro dall’aspetto compatto porta con sé un certo numero di elementi ‘magici’. Avete presente quando vedete un volume su uno scaffale e dovete assolutamente prenderlo tra le mani, saggiarne il corpo, osservare la copertina e i colori con l’attenzione di uno scanner, leggere il nome dell’autore e la metà della sinossi della copertina, sentendo nella vostra mente un bel sì cantato da un coro di campane? (So che questo è quello che capita con TUTTI i libri, di tutti gli scaffali del mondo, a tutti i lettori. Per certi libri, il sì è più intenso di altri.)
A tutto questo, aggiungo anche il fascino del titolo della collana, La biblioteca di Lovecraft; come si può passare oltre, con un nome come quello? Per restare in tema, quello dell’autore, Algernon Blackwood, non esercita un’attrazione minore. L’avevo conosciuto con Le streghe di Vezin, qualche anno fa, e mi era rimasto impresso per le atmosfere cupe che era riuscito a creare puntando sulla dimensione onirica che si tuffa stretta nella realtà, al punto da diventare inestinguibile.
Una caratteristica che spicca subito anche in Jimbo, il suo romanzo d’esordio, classificato nella categoria narrativa per ragazzi. Forse per il tono garbato della voce dell’autore, ma se facciamo attenzione, vediamo che le situazioni e i caratteri dei personaggi sono semplici in apparenza. Suggerisco di leggere con cura il modo in cui viene descritto l’aspetto e il carattere del padre di Jimbo, il giovanissimo protagonista, che mi è sembrato pieno di un’ironia gentile, quasi affettuosa, mentre l’autore evidenzia la sua tendenza alla prosopopea.
Lo stesso Jimbo, storpiatura bizzarra di James, è presentato con lo stesso affetto, come un bambino di otto anni dalla zazzera scura e lo sguardo sognante, assorto in osservazioni e operazioni tutte sue. Capiamo subito che il ragazzino ha qualcosa di speciale, soprattutto quando i fratelli dicono di lui che non può scendere a giocare con loro in un dato momento perché impegnato a ‘parlare con i mobili’.
Con questo dettaglio in mente, proseguiamo la lettura che si snoda tranquilla in un’atmosfera domestica e rassicurante. Ricordiamoci, però, che ci troviamo in un libro appartenente al genere gotico, e questa pace non dura per sempre. Vicino alla casa di Jimbo sorge una casa abbandonata da molti anni, chiamata semplicemente Casa Vuota. L’aspetto è cadente, e il vento fa certi rumori quando soffia tra i suoi muri, e di sera proietta ombre poco rassicuranti, per cui nessuno vuole avvicinarsi, nemmeno alla luce del giorno.
Un pomeriggio, Jimbo si perde in uno dei suoi giochi solitari proprio in quei paraggi e rimane vittima di un incidente, improvviso quanto un getto d’acqua fredda in piena faccia. Da questo momento in avanti possiamo dimenticarci la dimensione domestica della grande famiglia, i giochi da bambini, il padre saccente, la madre saggia e attenta. Qui entriamo nel territorio del fantastico e del soprannaturale. E iniziamo ad avere paura sul serio… perché Jimbo arriverà a conoscere fin troppo bene la Casa Vuota. Non è un’esperienza piacevole.
Se proseguissi a raccontare da qui, finirei per svelare una trama interessante e molto ricca di spunti di riflessione, per cui mi limiterò a esortarvi a leggere con attenzione gli eventi da qui fino alla fine. Scoprirete che certi passaggi funzionano quanto terapie di auto-aiuto, soprattutto quando si ha a che fare con l’invadenza della paura che rischia di prendere il controllo della propria vita. La narrazione fantastica si intreccia con il viaggio di formazione vero e proprio, creando una complessità piacevole da leggere e facile da assimilare, perché arriva a risuonare con un certo tipo di sensazioni ed emozioni che tutti noi ci siamo trovati davanti nel corso dell’esistenza.
Ho iniziato un libro cercando quel brivido provocato dal soprannaturale che Blackwood crea così profondo, e poi mi sono ritrovata a riflettere sul mio atteggiamento di fronte alla paura che ogni tanto rischia di rovinarmi la vita, confrontandolo con quello di Jimbo.
Questo è quello che mi fa definire un libro ‘ricco’, ed è una delle caratteristiche che cerco maggiormente nelle mie letture, perché mi fa sentire davvero nutrita.
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Algernon Blackwood
è stato uno scrittore inglese. Acclamato di volta in volta come “maestro della suspense” “erede naturale di Edgar Allan Poe”, “ineguagliabile creatore di mondi nuovi e sorprendenti”. Tutte credenziali conquistate grazie a una fantasia sconfinata e capace di nutrirsi di influenze eterogenee. Con i suoi racconti, il cui scopo – secondo l’autore – non era tanto il terrorizzare quanto il suscitare meraviglia nel lettore, ottenne un grande successo di pubblico, che non sarebbe mai venuto meno nel corso degli anni. Fedele alla lezione di Poe, è proprio nel racconto che Blackwood trova la dimensione naturale per fissare le sue incredibili vicende, popolate di fantasmi, demoni, presenze misteriose, inquietanti coincidenze. Nato in un paese non lontano da Londra, Blackwood studiò al Wellington College ed intraprese in seguito diverse carriere, tra cui quella di agricoltore in Canada, direttore di albergo e giornalista per una rivista di New York, prima di trasferirsi nel New England e cominciare a scrivere racconti horror. Scrisse dieci libri di racconti brevi, quattordici romanzi e numerose opere teatrali, oltre al volume autobiografico Episodes Before Thirty (1923).