Mavie Da Ponte

Sinossi. Monda l’ha sempre saputo: non vuole figli. Non ne avrà, il suo corpo disobbediente non si presterà al dovere sociale né all’istinto animale della riproduzione, e la sua vita non si adatterà a una tacita norma che, da sempre, vede nelle donne creature nate solo per metterne al mondo altre. All’inizio del romanzo, Monda ha trentacinque anni. Alle spalle una formazione accademica che ha promesso molto e non ha mantenuto nulla, un fidanzato che ama, sembrava aver accettato la sua decisione, ma adesso non è più così sicuro. Nel momento in cui Monda sta per cedere alle pressioni di lui, la sua natura ribelle riaffiora e s’impone, prepotente e vitale, e le fa cambiare strada. Perché forse si nasce disobbedienti, ma bisogna esercitarsi, e Monda ha cominciato molto presto: per la storia famigliare, i vuoti affettivi, gli abbandoni che l’hanno costruita, per il suo carattere riottoso e per il suo desiderio di esistere in prima persona, di dire «io» senza paura, di farsi riconoscere in quanto Monda, in quanto donna, in quanto essere umano capace di decidere, di amare e scegliere. “La disobbediente” è la storia di una millennial che rifiuta la maternità biologica ma si ritrova a fare i conti con altre maternità, altri amori, altri percorsi di crescita: infatti essere madre, a volte, significa uscire da sè stessi e imparare a dire «noi».
Traduttore:
Editore: Marsilio
Genere: Narrativa
Pagine: 224
Anno edizione: 2025
Recensione
di
Barbara Aversa
“Questo ero? Una condannata, un’esclusa? Un’anomalia? E perché, per la disobbedienza, per la decisione di non avere figli? Ah, ecco il problema: voi non volete che io decida da sola, voi volete scrivere il mio destino perché sono nata femmina e le femmine, si sa, sono una pagina bianca. Ma io quella pagina bianca la strappo, la inzuppo in una pozzanghera e la distruggo.”
Raimonda ha scelto (quasi) consapevolmente di non avere figli. Ma non ha scelto di non essere madre.
Ovvero: si è madre in tantissimi modi.
Di figli di altri, di un’amica, di sè stesse, persino della propria madre talvolta.
Ma biologicamente afferma con convinzione di non volere essere genitrice.
Chiude una relazione molto importante proprio per questo motivo, si ripete costantemente le motivazioni della propria scelta, ma è contorniata da “figli”. È ossessivamente alla ricerca di risposte, (e di domande) sente che la sua vita è un fake, che la decisione di non riprodursi ha radici altrove, anomale ed infette.
Eppure è decisa più che mai ad essere una disobbediente, più che determinata ad onorare una decisione presa molto tempo prima.
Una cannibale affettiva, bulimica di amore e persa nella sua spasmodica ricerca.
Raimonda va verso i quarant’anni: Ha un dottorato di ricerca alle spalle che ha fagocitato molti anni mentre tutti gli altri migravano, diventavano adulti e figliavano. Invece lei cercava un lavoro “da grande”, spostandosi da una casa ad un’altra, possibilmente di altri.
È una disobbediente ma un po’ a metà; in realtà è molto presa delle ossessioni sul tema, ragiona spasmodicamente, senza sosta e talvolta si perde, diventando disfunzionale a sua volta, soprattutto con sè stessa. Diciamo che vorrebbe essere una disobbediente, se lo auspica, dibatte sul tema, ma ci riesce solo un po’.
Le tematiche che tratta sono delicate, gli argomenti non hanno risposte univoche anzi forse non ne hanno affatto. Sicuramente è coraggiosa, questo sì. Si interroga dove molte persone non lo fanno, sviscera argomenti scottanti, offre una vulnerabilità alla quale forse non si è abituati.
Ma sul finale, dopo lunghissima analisi sui legami, sulla genitorialità imposta o potenziale e sulle relazioni, c’è una citazione che trovo assolutamente calzante:
“Forse io stessa non ero convinta della mia disobbedienza, forse anche io avrei voluto essere madre, come tutte, solo che non trovavo il coraggio di ammetterlo, solo che mi nascondevo dietro il rifiuto, dietro lo sfavillìo di un no, di una postura riottosa”.
La nostra protagonista, chiamata prima con un nomignolo poi con un altro, riconosce di non essere convinta pienamente della propria disobbedienza. Sicuramente la voragine , il vuoto, la fame perenne in senso ampio, le impedisce una visione netta dei contorni che alla fine si mostrano inevitabilmente smerigliati e smarginati.
È un libro che tratta contenuti pregnanti che non riguardano solo il femminile ma la vita della generazione Millennial che cerca ancora di capire i propri confini e forse i propri obiettivi.
Lavori poco soddisfacenti, realtà domestiche tutte in divenire, difficoltà con il proprio aspetto, con il cibo, con l’altro, con sè stessi.
Il romanzo arriva con una valanga di parole: una scrittura densa, aggettivi, pensieri, persone, vuoti, pieni.
Questo libro è una bellissima esperienza, e forse non conta ritrovarsi nello specifico su questo tema della disobbedienza.
Per essere ammaliati da questa lettura, forse basta non sentirsi programmati alla vita che ci si vede costruita addosso dagli altri.
E ad ognuno la propria dose di disobbedienza e tutta l’emozione, ed il coraggio, che questa comporta.
E ad ognuno la propria dose di disobbedienza e tutta l’emozione che questa comporta.
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Mavie Da Ponte
è nata nel 1987, vicino al mare e in mezzo alle storie. Dopo studi linguistici e un dottorato in letteratura francese contemporanea, oggi si dedica alla scrittura. Per Marsilio, nel 2023, ha esordito con il romanzo Fine di un matrimonio.
A cura di Barbara Aversa
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