Riccardo Bruni

Sinossi. C’è una villa affacciata sul mare che nasconde un segreto. E forse una maledizione. In una torrida notte di giugno, Vittoria Cerami – ultima erede del celebre pittore Vinicio Cerami – si getta dal torrione medievale di Villa Monaldi, la sontuosa dimora di famiglia. Una tragedia che viene archiviata in fretta come suicidio: una lettera d’addio, alcune poesie intrise di malinconia. Tutto torna. O forse no.
La nuova proprietaria, Ginevra, nipote di Vittoria, scopre che non è la prima volta: altre donne, in passato, hanno fatto la stessa fine. Lo stesso salto nel vuoto. Le stesse ombre silenziose tra le stanze d’arte e i corridoi della villa. È solo una coincidenza? Una suggestione ossessiva? O quel luogo esercita davvero una forza oscura su chi vi abita? Smarrita e inquieta, Ginevra teme che la villa possa reclamare anche lei. E così si affida a Dante Baldini, l’investigatore privato dal passato ingombrante e dallo sguardo disilluso, che affronta ogni enigma con una malinconica ironia. Tra poesie inquietanti, segreti di famiglia, personaggi eccentrici come Zelda e il Geco, e le luci ambigue di Rocca Tirrenica, Baldini si muove in equilibrio tra indizi e intuizioni, verità e illusione. Un’indagine che lo porterà a sfidare le ombre della villa. E anche quelle che abitano dentro di lui.
Editore: Indomitus Publishing
Genere: Giallo/thriller
Pagine: 236
Anno edizione: 2025
Recensione
di
Edoardo Guerrini
La malinconia del ronin è il quarto romanzo della serie creata da Riccardo Bruni su “Dante Baldini, investigatore privato”: una serie che non conoscevo e di cui non avevo mai incrociato i precedenti episodi: e invece leggere questo è stata per me decisamente un’esperienza del tutto accattivante e avvolgente.
Prima di tutto, per il personaggio protagonista: Dante Baldini è un ex poliziotto, di una certa età anche se non definita in dettaglio: dovrebbe essere almeno sui cinquanta, visto che nella storia si trova spesso a dover sopportare scontri fisici di notevole pesantezza, e il suo corpo inizia a lanciargli segnali di sofferenza, anche se lui non si tira mai indietro e usa ancora una forza potente.
Si tratta, in pratica, di un erede di una generazione di detectives creata già da quasi un centinaio di anni nella mitica Hard Boiled School: il primo romanzo di Dashiell Hammett, Red Harvest, uscì nel 1929, quello di Raymond Chandler, The Big Sleep, nel ’39: ma è del tutto evidente che Riccardo Bruni questi romanzi li abbia letti tutti, e che li ami in modo pazzesco, esattamente quanto li amo io.
Tant’è che un elemento altrettanto fondamentale, che emerge verso la fine, è l’esplicitazione di un’ulteriore tecnica, la cosiddetta Mise en Abyme: a un certo punto, un personaggio, rivolgendosi a Dante Baldini, gli dice:
“…mio caro Baldini. Eppure lei è un personaggio che mi piace. Un eroe romantico da romanzo giallo. Ricorda certi racconti di Chandler, con il suo Marlowe. Si sarà sicuramente ispirato a lui in certi atteggiamenti da duro, non è così?”.
Questa tecnica “dello specchio”, praticata da grandissimi maestri del mondo artistico e letterario, come Velasquez in Las Meninas, Shakespeare in Amleto, Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, Camilleri in Riccardino, e si potrebbero citarne a centinaia di altri capolavori, è un gioco di metalessi che dà un valore aggiunto enorme, incredibile a questo romanzo.
Dante Baldini è veramente un duro, ma un altro elemento gradevolissimo di questo libro è l’ambientazione: un paesino immaginario, Rocca Tirrenica, borgo antico posto in una costa toscana dove il mare è un elemento essenziale per il benessere di Dante, che vive in un appartamento con terrazzo sul mare, dove riesce a montare un’amaca in cui si rifugia a rilassarsi e anche a pensare a come risolvere il caso; mare, cucina di mare, gusto, odori, luce, calore, profumi: sono tutti elementi sensoriali utilizzati in modo assai efficace e immersivo dall’autore.
E la trama è relativa a una doppia indagine: il detective è subissato da vari casi; all’inizio si trova a cercare di supportare un suo cliente, vittima di una sorta di ricatto dopo essere stato ripreso in un’avventura sessuale con filmati alquanto dettagliati; ma poi si trova ad affrontare un caso assai più complesso: una donna, Vittoria Cerami, si sarebbe buttata giù dal torrione della sua villa, e la nipote Ginevra che ha ereditato tale proprietà, gli chiede un aiuto per cercare di comprendere i motivi di questo suicidio e capire se effettivamente, come sembra da precedenti episodi che avevano colpito altre donne che abitavano in tale villa, siano state le pareti di quella costruzione a causare un’influenza patologica nei confronti della signora.
Ginevra vorrebbe fare della Villa Monaldi un ristorante, essendo una chef dotata già di stelle di altissimo livello, mentre la villa è ancora costellata di moltissime opere di suo nonno, Vinicio Cerami, un pittore celebre.
In questa seconda indagine assai complicata, Dante riesce a ottenere un fondamentale supporto da Zelda, una ragazza assai particolare che ha ottenuto copia delle chiavi del suo studio, riuscendo a trarne benefici anche alimentari svuotandogli il frigorifero, ma che si rivelerà assai determinante nei momenti più critici del finale in cui c’è un’accelerazione e un’intensità adrenalinica di fatti che te lo fanno divorare per arrivare alla conclusione, traendo un grande beneficio dalla risoluzione positiva del caso.
Un altro personaggio assai realistico e coinvolgente è quello di Barbara, donna stupenda con cui Dante ha una relazione assai complessa: lei va e viene, lo raggiunge e se ne va, senza che lui riesca a ottenere alcuna spiegazione efficace di un comportamento simile: ma lui applica una forte saggezza nell’evitare di insistere con lei nel cercare di capire i suoi pensieri e le sue motivazioni: pur essendo un duro, con lei non lo è affatto: è solo dolce, e spera di rivederla il più presto possibile.
A Dante piace moltissimo Barbara, non Zelda, ma è anche Zelda che ne comprende con efficacia il suo carattere, infatti è lei che glielo descrive:
“Però vedi, una volta, poco dopo che ci siamo conosciuti, ti ho detto che mi ricordi un ronin. Uno di quei samurai rimasti senza un padrone ma che hanno sempre il loro codice etico e non mollano un passo e tuttto il resto.”
Insomma, Riccardo Bruni si fa decisamente amare: ha un’efficacia incredibile nella costruzione dei personaggi, nell’ambientazione, nella trama gialla/noir perfetta, ha anche un rilevante amore per l’ambiente e la sua tutela, applicando anche l’affetto nei confronti del suo amico gabbiano Billy, al quale dà sempre del cibo quando lui viene a trovarlo: darei il massimo dei voti.
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Riccardo Bruni
Riccardo Bruni scrive romanzi gialli, noir e thriller. Collabora con quotidiani, riviste e varie realtà del web, occupandosi di cronaca e di cultura. Segue da sempre il mondo dell’editoria digitale e cura laboratori e seminari sulla scrittura.