Gianni Solla
Sinossi. Quando Lorenzo capita per caso nel vivaio in cui ha trascorso l’infanzia, un luogo sospeso nell’ex periferia industriale di Napoli, la sua vita sembra un inventario di ciò che ha perduto: il padre, la moglie Arianna che lo ha lasciato con i figli ancora piccoli, il lavoro, la giovinezza. Sotto le serre e nelle corsie verdi non è cambiato nulla, e i pochi clienti chiamano ancora le piante con i nomi inventati da suo padre – capatosta, janare, scurnose – che nel dialetto trovava una lingua capace di parlare con la terra. Oggi a gestire il vivaio c’è Renato: un uomo stanco e paziente che non rinuncia mai alla battuta, con un passato di cui forse dovrebbe raccontare. Lavorare con lui, per Lorenzo, somiglia piú a un gesto inevitabile che a una scelta. Ogni giornata al vivaio – interrotta solo dalle pause per il nuoto nella piscina del quartiere – diventa una lezione di attenzione e misura, dove non basta la memoria: occorre reimparare quello che già si sapeva, accogliere azioni e parole nuove, ammettere che qualcosa, ma non tutto, dipende da noi. E mentre l’amicizia con Renato – fatta di molti gesti e non pochi silenzi – si concretizza nel progetto di espansione del vivaio, cosí come lo aveva sognato suo padre, Lorenzo vede riaffiorare intorno a sé le radici sottilissime che lo legano agli altri: alla figlia Roberta, assistente universitaria dalla carriera ben avviata, con la quale comunica sempre meno; al figlio Tommy, scrittore emergente intrappolato nella sua adolescenza; e anche a Ester, la donna che insegna nuoto alle ragazzine immigrate nella piscina del quartiere. Perché le storie di certe famiglie si sviluppano come piante rampicanti, pervicaci, intrecciandosi in modi sorprendenti.
Autore: Gianni Solla
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa
Pagine: 176
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Sabrina Russo
“Ogni romanzo di famiglia è un romanzo di guerra. Se pensoalla nostra famiglia direi che non abbiamo mai avuto la possibilità di combattere, siamo sempre stati nelle retrovie, la nostra guerra è cominciata quando avevamo già perso tutto e ci siamo rifugiati nella trincea”.
Sono stati anni difficili per Lorenzo.
Un uomo che si è ritrovato improvvisamente senza la moglie Arianna, con due bambini, Roberta e Tommaso, e un immenso vuoto da colmare, barcamenandosi tra il dolore, il lavoro, domande che non hanno risposte, una quotidianità da reimpostare tra mille difficoltà. I figli che in pochi anni diventano grandi, piccole incomprensioni che acquistano proporzioni inaspettate, insignificanti distanze capaci di creare un divario spesso difficile da colmare.
Sarà nel momento in cui Lorenzo resterà senza lavoro che si ritroverà, quasi per caso, nel vivaio appartenuto ai suoi genitori, nella periferia industriale di Napoli, dove ha trascorso la sua infanzia.
Qui il tempo sembra essersi fermato: nessun cambiamento nell’ambiente che lo circonda, nessuna modifica nella struttura di serre e corsie e le piante con il medesimo nome in dialetto inventato dal padre a definirle.
“Di quei giorni ho ricordi burocratici. Il conto comune in banca da sistemare, le utenze dell’acqua, dell’energia e del gas, i bambini a scuola, il motorino da vendere, Tommy che chiede di non fare più la prima comunione come forma di protesta verso Dio e io che glielo concedo”.
“La memoria delle foglie” rappresenta il luogo dove ritrovare un passato mai davvero sepolto, un tentativo di dare valore ai ricordi che hanno significato qualcosa, poiché in quelle piccole geometrie verdi è racchiusa l’essenza della vita, capace di ridestare amore e speranza in Lorenzo, ma soprattutto in Roberta, bisognosa di affetto e attenzioni quasi fosse una bambina.
La metafora della natura come cura per l’anima, grazie alla capacità di ogni pianta di racchiudere in sé la giusta medicina per guarire corpo e mente.
Un’amicizia che in poco tempo assume un’importanza tale da permettere a cuori solitari e delicati di trovare il giusto nido pronto ad accoglierli.
Un amore, quello per la vita, che ritorna preponderante e si traduce in piccoli gesti d’affetto quotidiani e nella necessità di ritrovare nel passato e nelle radici (piccole ma altrettanto forti), fiducia, coraggio e una nuova consapevolezza.
Un romanzo potente, corale, che ci rammenta quanto sia difficile sopravvivere a una perdita importante, ingiusta, inaspettata e come solo il tempo e l’attesa siano in grado di curare le ferite più profonde; la difficoltà di elaborare un lutto, i traumi che ne conseguono, le ferite non visibili che lasciano sul corpo. E lo fa prendendoci per mano, affinché non ci si dimentichi che nulla capita per caso: le occasioni che si presentano, le persone che incontriamo in un determinato momento della nostra vita, capaci di ridestarci dal torpore che per anni ci ha indotti a pensare che, proprio lì, nulla potesse più germogliare.
“Nel sogno lei camminava tra i ghiacci che Roberta aveva identificato con quelli dell’Antartide, forse era quello il posto dove vanno le persone quando muoiono. L’idea era che se fossimo andati in Antartide l’avremmo rivista un’ultima volta”.
La prosa delicata ma d’impatto ci permette di riflettere, immedesimarci, lasciarci “toccare” da una storia bellissima, seppur drammatica, di resilienza e dolore ma, al tempo stesso rinascita, buoni propositi, piccoli grandi gesti d’amore e amicizia che, inaspettati e imprevisti, arrivano a dare una nuova luce al nostro cammino.
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Gianni Solla
è nato nel 1974 a Napoli, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Airbag (ad est dell’equatore) e Il fiuto dello Squalo (Marsilio). Per Einaudi sono usciti Tempesta madre (2021), Il ladro di quaderni (2023 e 2026) e La memoria delle foglie (2026).