Bruno Morchio
Editore: Rizzoli
Genere: noir
Pagine: 240
Anno edizione: 2025

Sinossi. Mariolino Migliaccio non è un poliziotto. Non ha né un ufficio né una licenza. È un investigatore per necessità, un uomo ai margini che conosce bene le ombre di Genova, perché ci è cresciuto dentro. Anche per questo quando Milca, una ragazzina albanese salvata da un giro di prostituzione minorile, gli chiede di indagare sulla morte sospetta di un amico, Mariolino non può tirarsi indietro. La versione ufficiale parla di overdose ma qualcosa non torna: una scena del crimine contaminata e un muro di silenzi dietro cui si intravede un intreccio torbido di speculazioni edilizie, lavoro in nero e minacce sono segnali che Mariolino riconosce seduta stante. Con l’aiuto di un ispettore scorbutico, Migliaccio scava a fondo. E, nel mentre, deve fare i conti con la ferita mai rimarginata della perdita di sua madre. Tra i carruggi e i quartieri popolari della Superba, in un noir denso di umanità dolente, sarcasmo e amarezza, Bruno Morchio ci regala un protagonista fuori dal comune. Un uomo che inciampa, dubita, si sporca le mani ma non smette mai di cercare la verità, anche quando fa male.
Recensione
di
Daniele Cambiaso
Torna Mariolino Migliaccio, dopo il trionfale esordio de La fine è ignota che ha fruttato al suo autore il Premio Scerbanenco del 2023, e lo fa con una storia che conferma la tensione dell’autore verso un utilizzo delle strutture del noir volto a scardinarle per schiudersi in una letteratura che travalichi il genere.
Mariolino è un investigatore atipico, un marginale, un trentenne disadattato, che guarda con disincanto e distacco il mondo che lo circonda, avulso rispetto alla fauna dei suoi coetanei che insegue successi e valori che non lo interessano o dai quali si sente escluso in partenza. Ama la musica jazz e il cinema americano, perché nell’infanzia e nella giovinezza gli LP in vinile e le videocassette sono state la mia consolazione, è praticamente sempre in bolletta e possiede una capacità incredibile di infilarsi in guai che deve affrontare totalmente disarmato, privo persino di quella licenza da investigatore privato, che in qualche modo ne legittimerebbe le inchieste.
È questo elemento, in particolare, a renderlo un personaggio riuscito, che coinvolge il lettore, portato a identificarsi nel suo muoversi “disarmato” e disorientato di fronte al mondo contemporaneo. Nello specifico di questa indagine, Mariolino si muove sulla base di una richiesta di aiuto da parte di Milca, la ragazza riscattata da un bordello di lusso, che perora la causa di un’amica che ha perso il marito.
Un caso di overdose, parrebbe, ma molti particolari non tornano e tassello dopo tassello si dipana una brutta storia di lavoro nero, subappalti e mafia nell’ambito dell’edilizia, una tematica estremamente attuale di “morti bianche” e sfruttamento, che, attraverso la trama accattivante del noir, Morchio porta all’attenzione del lettore. Il fenomeno sociale, lo sappiamo, è rilevante: dati riportati da “Il Sole 24 Ore” lo scorso anno parlano di circa tre milioni di lavoratori in nero, suddivisi in vari comparti, per un giro del valore di circa 200 miliardi.
Uomini e donne che lavorano senza alcuna garanzia, in molti casi correndo seri pericoli per la propria incolumità. Bruno Morchio ci racconta una di queste storie, la porta davanti ai nostri occhi, trasformando freddi dati statistici in traiettorie di uomini, di donne, di figli ai quali provare a garantire un futuro, fornendo volti e sentimenti, pensieri, paure, scelte ed errori, avvicinandoli a noi.
Li racconta senza fare sconti: nemmeno Anton Mitrescu, la vittima, è uno stinco di santo e la sua vedova, Alina, a un certo punto si troverà a dover scegliere tra giustizia e futuro, perché dove impera la miseria più nera e la dialettica è tra sfruttatori e sfruttati, anche i valori più sacri potrebbero avere un prezzo e diventare merce di scambio, in quella che è forse la più estrema forma di umiliazione e degrado.
Finale scontato? Neanche per idea, perché il fottignin scotizzoso, come Mariolino viene soprannominato nei caruggi da chi lo conosce bene, è un ribelle e le sue scelte sono imprevedibili: Non è un intento morale, e tantomeno razionale, quello che ci muove, ma piuttosto un atto di ribellione alla tirannia del Fato.
È una ribellione che arriva da lontano, perché Mariolino è portatore di un dolore profondo, legato al trauma antico dell’uccisione della madre, la Wanda, prostituta dei vicoli accoltellata da un misterioso cliente. Il desiderio di risolvere questo “caso personale” costituisce una leva profonda e costante del suo agire: in ogni ricerca che compie, con maggiore o minore successo, si annida la ricerca della verità per sua madre, per quel sangue che non ha trovato giustizia.
E di fatto, nei ritagli di tempo, Mariolino continua a chiedere, cercare, riannodare fili anche di questo drammatico cold case familiare. È un fil rouge che parte nel romanzo precedente e qui ritroviamo con alcuni sviluppi decisivi, che fanno aumentare l’interesse e gettano un ponte per futuri episodi.
La struttura del noir, come dicevamo, conflagra, e la caccia al colpevole è tutt’altro che un meccanismo a orologeria: Morchio fa tesoro della lezione di Dürrenmatt e concede un largo peso all’imponderabile, sviluppando una riflessione metaletteraria che abbatte il diaframma tra realtà e finzione.
Troppe variabili imprevedibili, troppi ingredienti sconosciuti. È per questa ragione che i romanzi gialli sono bugiardi e la gente farebbe meglio a evitarli come la peste: perché raccontando un mondo dove alla fine i conti tornano sempre, sono solo pura propaganda – tale e quale i comizi di certi politici dalla faccia di bronzo – e celebrano un ordine che nella realtà delle cose non esiste.
Restano poche certezze. Una è rappresentata senz’altro dai rapporti umani di Mariolino. I personaggi del romanzo rappresentano frammenti di una commedia umana che risulta affascinante perché la riconosciamo come vera, per cui ci si appassiona, ad esempio, agli scambi con Anghel, il violinista rom che per Mariolino, oltre che un prezioso informatore, è quanto di più simile a un amico.
Oppure ci divertiamo con le pungenti schermaglie tra il protagonista e l’ispettore Tonino Spaggiari, suo “rivale” istituzionale e personaggio antitetico per eccellenza dal punto di vista ideologico, al quale lo lega, però, un sommerso e sommesso rapporto di stima sotto il profilo etico. Sono due uomini ai margini di campi opposti, con visioni incompatibili, ma dominati da un’onestà di fondo che li porta, in qualche modo, a capirsi e accettarsi, senza peraltro risparmiarsi stoccate e sciabolate.
Può succedere che due persone, pur detestandosi, si stiano simpatiche? Qualche volta ho l’impressione che tra noi è così che funziona. Forse perché anche lui, come me, ha un pessimo carattere. A cinquant’anni non si è ancora sposato, non ha un amico e trascorre le serate in un bar di Molassana a guardare le partite della Roma e i Gran Premi di Formula Uno. Inoltre, se ne va in giro con la barba di due giorni, porta i capelli arruffati, un paio di blue jeans consumati e un giubbotto di pelle scolorito e, se non si sapesse in giro che lavora alla Mobile, nessuno gli darebbe due citti di credito.
E poi c’è lei, Genova. Una città ritratta in modo più duro, con un occhio ben diverso rispetto alle pagine dei romanzi di Bacci Pagano, perché differente è la prospettiva generazionale con la quale viene osservata. Colta anche in angoli non usuali, come il quartiere del Campasso, infatti, la città nel suo insieme viene definita un ospizio a cielo aperto popolato di vecchi che hanno lasciato la speranza nel passato, riservando al futuro le tinte fosche della confusione e della paura.
Un’ultima annotazione merita la lingua utilizzata da Morchio: vi fanno larga comparsa le parlate dialettali e le lingue straniere, ad accentuare con un interessante tratto di realismo il mescolarsi e scontrarsi di visioni, culture e tradizioni.
Sfogliare le pagine de “La morte non paga doppio” è accostarsi, dunque, a un mosaico affascinante, le cui tessere catturano e ci restituiscono uno sguardo profondo e complesso su una realtà sociale in divenire, della quale il noir mediterraneo e un Maestro come Bruno Morchio sono ormai scandagli di comprovata qualità.
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Bruno Morchio
è nato nel 1954 a Genova, dove vive e ha lavorato come psicologo e psicoterapeuta. Ha pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi ed è autore di numerosi romanzi (definiti di genere «noir mediterraneo»), che hanno due protagonisti: l’investigatore privato Bacci Pagano (il «detective dei carruggi») e Genova, l’amata città d’origine di Morchio. Tra gli scritti apparsi in edizione Garzanti ricordiamo: Con la morte non si tratta (2006), Le cose che non ti ho detto (2007), Rossoamaro (2008), Colpi di coda (2010), Il profumo delle bugie (2012, finalista del Premio Bancarella 2013), Lo spaventapasseri (2013, con il quale vince il Premio Lomellina in Giallo del 2014), Un conto aperto con la morte (2014), Il profumo delle bugie (2015), Fragili verità. Il ritorno di Bacci Pagano (2016), Con la morte non si tratta (2018), Uno sporco lavoro (2018) e Le sigarette del manager (2019). Del 2014 è anche I semi del male (Rizzoli), raccolta di cinque racconti a cura dello stesso Morchio, di Carlo Bonini, Sandrone Dazieri, Giancarlo De Cataldo, Marcello Fois ed Enrico Pandiani. Nel 2015 è uscito, sempre per Rizzoli, Il testamento del Greco, nel 2017 il noir Un piede in due scarpe. Nel 2021 viene pubblicato da Garzanti Nel tempo sbagliato. Per Rizzoli ha pubblicato anche La fine è ignota (2023).