Pablo Maurette
Sinossi. In un angusto appartamento di una grigia Buenos Aires viene ritrovato un cadavere, rigido da settimane e che porta segni di tortura. Appartiene al professore di biologia Aníbal Doliner, noto tra i colleghi del liceo per essere un tipo solitario, ai limiti della misantropia. Il caso si preannuncia alquanto inquietante, oltre che difficile, perché il professore era dedito a una insolita scienza, la teratologia, lo studio delle anomalie e delle malformazioni corporee, e vi si dedicava maniacalmente nel tentativo di produrre «mostruosità». Per l’indagine non basta dunque solo raccogliere indizi ed esaminare la lista dei testimoni, spesso personaggi singolari. Ma è necessario anche sondare, penetrare nell’enigma delle ricerche perverse della vittima. Come, quando, perché si procurava i suoi esemplari; soprattutto uno, un ragazzo albino, Copito, bello e delicato come un fiocco di neve, chiamato la Niña de Oro. E sono quesiti che conducono dentro mondi sotterranei in cui traffici, stregonerie, sesso e vite bizzarre si incrociano. Guida l’inchiesta la sostituta procuratrice Silvia Rey, affiancata con non troppa intesa dal viceispettore Osvaldo Carrucci. I due, l’inquieta Silvia e lo spavaldo Carrucci, incarnano con i loro caratteri la duplice logica dell’investigazione: tante piste convenzionali che si aprono, seguono il loro percorso, sembrano sciogliersi, ma poi urtano come falene abbagliate contro un centro di mistero inscalfibile, che è insieme repellente e magnetico. Pablo Maurette si rivela al lettore italiano un costruttore di trame vertiginosamente ingegnose, debitrici di una propensione al realismo magico con punte di orrore. La Niña de Oro è un giallo dalla sofisticata precisione narrativa in cui non mancano colpi di scena, personaggi e atmosfere degni di un film di David Lynch: le istituzioni non funzionano, la polizia ostacola le indagini, mentre il soprannaturale si insinua serpentino nel quotidiano. Nella Buenos Aires di Silvia Rey, i misteri possono essere risolti, ma non sembra esserci posto per la giustizia.
Autore: Pablo Maurette
Traduzione: Gina Maneri
Editore: Sellerio
Genere: Noir
Pagine: 245
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Marco Lambertini
Tutto inizia con un omicidio efferato quanto apparentemente inspiegabile: il professor Aníbal Doliner, docente di biologia al liceo, viene ritrovato nel suo appartamento diversi giorni dopo la morte. La scena non offre appigli rassicuranti, non si tratta di una rapina, non ci sono moventi evidenti. A indagare sono la vice procuratrice Silvia Rey e il vice ispettore Carruci, chiamati a orientarsi in un caso che fin da subito sembra sottrarsi alla logica lineare del poliziesco.
La trama, in apparenza, segue i binari di un classico procedural, con tutti i suoi elementi riconoscibili: la vittima, gli investigatori, una rosa di possibili colpevoli. Ma ciò che colpisce davvero è il modo in cui Maurette costruisce questo impianto, mescolando noir, giallo sociale e horror metafisico in maniera sorprendentemente ingegnosa. Il risultato è un racconto che si muove su più registri, senza mai perdere coerenza, capace di spiazzare il lettore proprio quando sembra avviarsi verso soluzioni prevedibili.
Un elemento particolarmente significativo è racchiuso già nel titolo. La niña de oro è infatti sia il nome del bar dove Silvia Rey fa colazione ogni giorno con il padre, sia e soprattutto il giovane albino Adan Fernadez “Copito”, ragazzo di strada attorno al quale si addensano le tensioni più oscure del romanzo. Quando Doliner lo incontra, intravede in lui la possibilità di dare forma e prova alle proprie ossessive teorie sull’albinismo, trasformandolo di fatto in un oggetto di studio. È proprio questa ossessione, però, a innescare una catena di eventi che porterà alla sua morte.
“ Copito” è una figura sospesa tra realtà e simbolo. La sua condizione lo rende immediatamente “altro”, quasi fuori dal mondo ordinario, e Pablo Maurette sfrutta questa “diversità” per spingere il racconto verso territori che sfiorano l’horror metafisico. “Copito” diventa così una presenza ambigua, difficile da decifrare: vittima, possibile chiave del mistero, ma anche incarnazione di qualcosa che sfugge alla comprensione razionale. È attorno a lui che l’indagine smette progressivamente di essere solo un procedimento logico e si trasforma in un confronto con ciò che eccede la realtà visibile.
Lo stile di Maurette è uno degli elementi più distintivi del libro. La sua prosa è misurata, precisa, ma attraversata da un senso di inquietudine costante. Le descrizioni non sono mai puramente funzionali: ogni dettaglio sembra carico di un significato ulteriore, come se la realtà raccontata fosse solo la superficie di qualcosa di più profondo e perturbante.
Anche i personaggi rispondono a questa logica di ambiguità. Attorno al caso si muove una galleria di figure “borderline”, spesso ai limiti del grottesco, che contribuiscono a creare un’atmosfera straniante e inquieta. In questo contesto, Silvia Rey e Carruci emergono come investigatori tutt’altro che classici.
Silvia Rey, personaggio centrale attraverso cui Maurette guida il lettore per gran parte del libro, è una donna profondamente legata al proprio lavoro: ama indagare sul campo, immergersi nei dettagli concreti dei casi, e non è attratta da avanzamenti di carriera che la allontanerebbero dall’azione diretta. Pragmatica e lucida, sembra inizialmente incarnare una razionalità solida; eppure, nel corso dell’indagine, si lascia progressivamente coinvolgere dalle teorie legate all’albinismo della vittima, arrivando a maturare la convinzione che i principali indiziati siano, a loro volta, vittime.
“Bisogna rassegnarsi all’incompiutezza permanente, al dubbio costante, alla perplessità come modo perenne di affrontare il mondo. Gli scienziati lo capiscono a suon di frustrazioni. Chi lavora per la giustizia, che è la più grande utopia degli esseri umani, pure”
Questa tensione la porta a scontrarsi con Carruci, il quale interpreta invece l’omicidio secondo coordinate più tradizionali, riconducendolo a moventi sessuali e ritiene “Copito”il colpevole perfetto.
“Il viceispettore sapeva che quando si scende in quelle regioni dell’esperienza umana, le cose, più che chiarirsi, di solito si fanno più oscure. Aveva una sensazione inquietante, ma preferì non dire nulla a Silvia Rey”
Dal loro confronto emerge una frattura, tra due modi opposti di leggere la realtà.
Carruci appare come una figura eccentrica e teatrale, quasi caricaturale, ma proprio per questo imprevedibile e sfuggente. La sua attitudine, a metà tra intuito e messa in scena, incrina l’idea stessa di indagine razionale, contribuendo a rendere il racconto più instabile e perturbante.
La Niña de Oro è un romanzo che non prova a rassicurare il lettore con soluzioni ordinate o spiegazioni definitive. Al contrario, sceglie consapevolmente la strada dell’ambiguità, del perturbante, lasciando aperte più domande di quante ne chiuda. Ed è proprio qui che risiede la sua forza: nel coraggio di sottrarsi alle regole del genere mentre le utilizza, nel trasformare un’indagine in un’esperienza più inquieta e stratificata.
Non è una lettura per chi cerca un giallo classico da risolvere, ma perfetta per chi ama le narrazioni ibride, dove il mistero diventa anche pretesto per esplorare zone d’ombra, simboli e ossessioni. Un libro breve, sì, ma che lascia il segno e che, una volta chiuso, continua a lavorare sottotraccia, come le storie migliori sanno fare.
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Pablo Maurette
(Buenos Aires, 1979) è laureato in Filosofia, ha un dottorato in Letteratura comparata e insegna alla Florida State University. Ha pubblicato saggi e romanzi su letteratura, scienza e storia delle idee, e collabora con diverse testate giornalistiche internazionali, tra cui «la Repubblica». Nel 2022 è uscito in Italia il suo romanzo “Il tempo è un fiume”