NUNZIA SCALZO

Sinossi. Catania, 1965. La giovane Norma Speranza viene trasportata all’ospedale dal marito e dal portinaio di casa in gravi condizioni e muore poco dopo. Si è sparata in salotto con una carabina, o almeno questo è ciò che concludono le indagini, sebbene siano molti i dubbi sulle modalità del gesto e sul movente. A confermare l’ipotesi del suicidio c’è un biglietto trovato accanto al corpo: “Tutto è distrutto e io mi ammazzo”. Ma la famiglia è invece convinta che si tratti di un omicidio, e che il biglietto sia stato creato ad arte per offrire un alibi all’assassino. Sessant’anni dopo, la nipote di Norma dà l’incarico di analizzare ancora una volta quel biglietto a Bea Navarra, grafologa forense intuitiva, cocciuta e fuori dagli schemi. Si è trattato di un suicidio o di un omicidio? Attraverso il racconto diretto dei singoli personaggi coinvolti nel cold case – tra cui i parenti della coppia, i portinai del condominio, l’amica Evelina, il marito Andrea – e grazie all’indagine di Bea e dell’amico e giornalista Domenico Grimaldi, la dinamica della morte si ricostruisce un tassello dopo l’altro.
Editore: Feltrinelli
Genere: Giallo
Pagine: 256
Anno edizione: 2025
Recensione
di
Salvatore Argiolas
“La regola dell’ortica” azzeccatissimo titolo del primo giallo scritto da Nunzia Scalvo, prescrive che le cose si capiscono molto meglio da lontano, da una diversa prospettiva.
“Ho applicato la regola dell’ortica”
“La regola di che?”
“L’ho imparata stando dai miei nonni, ad agosto. E’ la regola dell’ortica: fino a quando stringi forte le foglie, non avverti il dolore delle punture, lo senti solo quando lasci la presa. Significa che se ti ostini a guardare da troppo vicino, non capisci il senso delle cose.”
La protagonista di questo particolare giallo è Bea Navarra, una grafologa, figura che nei romanzi di genere ha sempre un ruolo molto defilato, quasi invisibile, utile solo per vidimare un parere asettico e che invece Nunzia Scalzo rende nella sua complessità e nella sua grande competenza scientifica.
“Ho sulla mia scrivania l’originale dell’autografo di Norma Speranza. Ho rifatto le scansioni in formato jpg e in tiff ad altissima definizione, l’ho osservato con luce naturale per vederlo nella sua struttura originale, poi con luce radente, cioè attraverso un fascio luminoso proveniente solo da una direzione per osservare la struttura e la superficie grafica; quindi ho visto ogni singola lettera con luce incidente, diretta sul documento, l’ho guardato anche con luce riflessa, attivando una fonte luminosa poi mediata da lenti concave e convesse per individuare eventuali anomalie.”
Citando il grafologo Nazzareno Palaferri, “La grafologia è lo studio e la lettura dei complessi messaggi in codice che il cervello registra nel tracciato grafico.”
Bea Navarra viene coinvolta in un cold case di sessant’anni fa che ha visto il suicidio di una donna in circostanze poco chiare e che i parenti vogliono che venga studiato ulteriormente lo scarno biglietto d’addio lasciato accanto al cadavere.
Naturalmente dopo tanto tempo è difficile trovare indizi e prove nuove e Bea è quasi pronta ad abbandonare il caso quando comincia ad appassionarsi alla scoperta della personalità della donna, Norma Speranza, sia perché le deposizioni dei testimoni dell’inchiesta dell’epoca ne danno visioni contrastanti, sia perché intravvede una possibile teoria alternativa a quella processuale, in quanto
“la grafia su quel biglietto somiglia a quella di Norma, ma non è certa che sia quella di sua sorella. Questo perché la scrittura non è soltanto le parole che si scrivono è, come dire, una sorta di impronta del cervello. Pensiero che si deposita sulla carta attraverso i segni grafici. Per qualche studioso un’impronta digitale del l’attività mentale. Un modo di scrivere che è comune a tutti nella costruzione delle lettere, ma differente dagli altri e diverso nelle caratteristiche costitutive che appartengono sempre alla singola persona.”
Forte di queste competenze Bea indaga su un ambiente borghese degli anni sessanta del secolo scorso, scoprendo ipocrisie, omertà e depistaggi finalizzati a mostrare una versione idilliaca di un mondo dove contava molto di più l’apparenza della realtà.
La narrazione in prima persona di Bea Navarra è intervallata dalle deposizioni e testimonianze dei vari protagonisti della vicenda che non sempre hanno versioni concordanti, anche perché come dice una donna interrogata dalla grafologa:
“Non lo sai che una grande verità ha come contrario un’altra grande verità’ Quello che crediamo di conoscere è soltanto un aspetto della realtà dei fatti, come quando si guarda un prisma dalle tante facce, se ne vedi una non vedi bene l’altra.”
Nunzia Scalzo, grafologa forense di professione, crea un personaggio vivo e interessante che percorre una Catania affascinante, secondo i suoi ritmi e le sue fisime, mostrando quanto uno scritto possa rivelare dell’autore del messaggio, più e meglio di una testimonianza e di un ricordo, soggetti entrambi a imprecisioni e percezioni illusorie.
E soprattutto l’aspetto psicologico della vicenda che rende perplessa Bea, inducendola anche a consultare uno psichiatra forense che condivide i suoi dubbi e questa metodologia d’indagine ricorda quella di uno dei più grandi investigatori della storia del giallo, Philo Vance, che affermava la preminenza dell’aspetto psicologico rispetto agli indizi materiali
“perché tutte le indicazioni psicologiche portano a conclusioni che dimostrano la tesi anche se gli indizi fisici segnano tutt’altra direzione.”
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Nunzia Scalzo
è grafologa forense e giornalista. Nata per caso in Germania da genitori siciliani, dopo i primi anni torna in Sicilia, dove vive e lavora. Si laurea in Filosofia all’università di Catania, poi si perfeziona in Filosofia del linguaggio. La sua prima grande passione è quella per il giornalismo e la scrittura: è direttrice editoriale del settimanale regionale “I Vespri” e collaboratrice delle pagine culturali del quotidiano “la Repubblica”, edizione di Palermo. Contemporaneamente matura l’altra grande passione, quella per la grafologia forense: dal 2003 è iscritta al Tribunale di Catania e ha lavorato a migliaia di casi. La regola dell’ortica è il suo primo romanzo.