di Hemingway
Sinossi. Parigi, 1929. È un mattino di una primavera letargica e insolitamente fredda quello in cui il giovane Marcel, agente semplice di polizia e aspirante scrittore, è costretto a interrompere la sua ronda. Le grida di una donna che provengono da un vecchio palazzo popolare non possono essere ignorate e lo zelante novellino, insieme al suo collega, deve intervenire. Ma una volta sedata la lite furibonda tra un uomo e la sua cocotte, qualcosa trattiene Marcel: un gatto che gratta contro una porta chiusa e un odore dolciastro che filtra dalla soglia. Dietro quella porta, li accolgono una musica jazz che suona a vuoto e il corpo senza vita di una donna. Per i piani alti, il caso andrebbe archiviato come suicidio, anche se per Marcel troppe sono le incongruenze, troppo poco credibile la lettera d’addio, per tacere del volto esangue e magnetico di quella donna che gli chiede giustizia. Deciso a indagare da solo, si ritrova invischiato nella Parigi pulsante e scapestrata – tra atelier fumosi e caffè letterari, spettacoli sabotati dai surrealisti e lunghe notti per familiarizzare con le anime belle e inquiete di Man Ray e James Joyce, Kiki de Montparnasse e Henry Miller, Luis Buñuel e Zelda Fitzgerald. E poi c’è Ernest Hemingway, coi suoi baffoni, il viso bonario e lo sguardo indecifrabile, che ha mentito sul suo rapporto con la vittima: l’indiziato perfetto, se non fosse per quell’aura da scrittore affermato che colpisce Marcel proprio nel suo punto debole. Mentre la città danza sull’orlo degli anni Trenta ignara della catastrofe incombente, Marcel capisce che quello che sta seguendo è solo un filo nella trama di una ossessione letale. E che i nostri miti possono nascondere segreti oscuri, punti ciechi che non siamo disposti a illuminare.
Autore: Angelo Petrella
Editore: Neri Pozza
Pagine: 336
Genere: giallo
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Francesca Mogavero
Prendete la Parigi al tramonto dei ruggenti Anni ’20, con le sue brasserie, le sue luci, i locali in cui non è mai né troppo tardi né troppo presto.
Aggiungete letteratura, pittura, fotografia, sperimentazione ed eccessi in dosi generose, ironia e arguzia quanto basta e una galleria di personaggi che solo a pensarci si sentono i morsi di nostalgia per un posto e un tempo in cui non siamo mai stati: Fitzgerald, languido e malinconico fino a essere letale; Zelda, forse instabile, sicuramente incompresa; il grande spettacolo dei surrealisti; Kiki, inquieta e innamorata dell’amore, e magari poco o nulla di se stessa. Per citarne soltanto alcuni.
E il risultato è fatto.
Non è Midnight in Paris, perché Angelo Petrella fa un passo oltre: non è un sogno, non è una visione possibile soltanto quando suonano dodici rintocchi, ma è tutto vero. Per quanto possa esserlo un gran bel romanzo. Che resta comunque fiction per antonomasia. Ahimè.
Petrella ci porta sul serio tra i vicoli, i giardini e i ritrovi artistici, e non ci lascia soli, affidandoci alla voce del suo protagonista, eroe imperfetto, narratore tanto inaffidabile quanto irresistibile: Marcel, poliziotto novellino e aspirante romanziere, tormentato da incubi, ricordi e fantasie che si intrecciano col quotidiano. Così, il confine tra reale e fittizio, tra cronaca e narrazione, sfuma ancora e poi ancora.
Una morte ingiusta, scoperta in modo fortuito e in cui tanto, troppo non torna, spalanca un abisso di parallelismi e di ossessioni, di indagini ufficiali e piste battute nascosto, per tallonare la mano omicida e, forse, far pace almeno un poco con i propri fantasmi. Una ricerca in cui nessuno è insospettabile, e mai davvero innocente.
Cosa nasconde lo sguardo profondo e sornione di Ernest Hemingway, schietto e sintetico nelle spiegazioni così come nelle sue pagine? Cosa lo lega alla bella e sfortunata Jeanne Leblanc e al precipitare degli eventi?
Marcel, con Hem, ci fa a botte, ma non sono i suoi ganci a stenderlo, semmai la sua prosa viva, di chi scrive con le mani, il cervello e tutta la pelle. Le parole di chi racconta ciò che sa, di chi ha masticato nel cuore e nello stomaco l’esperienza diretta prima di sputarla sulla carta.
È possibile, allora, che lo scrittore promettente, l’autore che incanta, sia anche un lucido assassino?
E perché anche Man Ray, con la sua disperazione e i suoi scatti straordinari, sembrerebbe avere mezzi, opportunità e movente?
Fino a che punto arte e vita, rappresentazione e scelta, procedono parallele, senza mai sfiorarsi?
Le domande si moltiplicano, le risposte, anche una soltanto, si fanno urgenti, mentre il manoscritto del nostro protagonista sembra destinato ad arenarsi, a estinguersi come una passione consumata troppo in fretta… e se la storia più importante, quella che merita di essere immortalata, si dipanasse già sotto i suoi occhi, irrazionale e impulsiva come un film di Buñuel?
La valigia perduta di Hemingway, prendendo spunto da un fatto reale – nel 1922 un prezioso bagaglio di racconti di Ernest andò davvero perduto, o rubato, alla stazione Gare de Lyon (che emozione sarebbe ritrovarli tra i bouquinistes della Senna?) – è un giallo avvincente, brillante e ben costruito, ma è soprattutto una dichiarazione d’amore a un mondo ancora dorato prima dello sfacelo, ai grandi sodalizi culturali che possono sfumare assieme alla sbornia o durare per sempre e incidere un solco, alle notti e alle unioni incendiarie che fanno sentire vivi.
Anche quando, al mattino, finisce tutto in cenere.
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Angelo Petrella
è nato a Napoli nel 1978. Scrittore, sceneggiatore e traduttore, ha pubblicato tra gli altri i romanzi Cane rabbioso, Pompei. L’incubo e il risveglio, Le api randage, La fine dei fagioli e La città perfetta, Fragile è la notte, La notte non esiste, tradotti anche in Francia. Lavora per il cinema e la tv, firmando soggetti e sceneggiature per film o serie televisive tra cui I bastardi di Pizzofalcone, Mare fuori, Resta con me, La rosa dell’Istria, Noi del Rione Sanità e Il commissario Ricciardi.