L’incertezza del domani




‎ Gian Andrea Cerone


Sinossi. In una Milano che si prepara all’autunno, un killer che i media hanno battezzato «il Regista» semina il panico uccidendo figure di spicco del mondo dei social, trasformando i suoi delitti in macabre performance pubblicate in rete. L’ultimo è avvenuto in una delle torri dell’iconico Bosco Verticale. Le vittime sono due attiviste e blogger conosciute da tutti, amate e detestate in ugual misura. La stampa impazzisce, la città trattiene il respiro, l’Unità di Analisi del Crimine Violento deve mobilitare tutte le proprie forze, affiancata questa volta dai servizi segreti, dato che i delitti sembrano collegati a un sedicente Movimento Anti Digitale con molte ramificazioni, anche ad alto livello. Le indagini sono appena cominciate la sera in cui il commissario Mario Mandelli, riflettendo sulla caducità della vita e l’incertezza del domani, si trova a passeggiare come d’abitudine tra i viali dei giardini di Porta Venezia. Un movimento improvviso, due spari, il buio. Chi è l’ombra che si muove tra i cespugli e si fa chiamare «l’Aracnide»?

In un groviglio di ossessioni e verità distorte, due indagini si intrecciano per dare vita a un noir metropolitano in cui la suspense cresce fino all’ultima pagina. Perché il tempo stringe, e le trappole assassine sono pronte a scattare ancora.

«Antonio si guarda intorno e legge sgomento e fatica sui volti che lo circondano. In quella stanza ci sono tutte le persone con cui trascorrere le sue giornate. Tutte eccetto una, impegnata a lottare contro la morte a pochi metri da lì. Mario potrebbe morire.»


Autore: Gian Andrea Cerone

Editore: Guanda

Genere: Noir

Serie: Commissario Mandelli#5

Pagine: 320 p. R.

Pubblicazione: 2026

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani

&

Loredana Cescutti 


Si sente un tonfo sordo, come se un grosso sasso avesse urtato il terreno. E poi un altro colpo, più secco del primo, più vicino. L’uomo si porta istintivamente le mani al petto. Le tiene premute sul costato per qualche secondo, finché non sente un viscido calore insinuarsi tra le dita. Solleva un palmo davanti al viso.

Non può essere…”

Qualche pagina, una parvenza di normalità, la percezione immediata di sentirsi a casa fra queste parole e questa penna e poi, tutto assumerà sfumature e sensazioni differenti.
Ansia, paura, pena, dolore.
Ma.
Ed è in questo “ma” che stanno tutta la forza e l’impegno necessari per arrivare in fondo alla questione e ricominciare a respirare.

Al solito, la penna di Gian Andrea Cerone si presenta in tutta la sua pienezza di significato, che invita e invoglia il lettore a proseguire pur sapendo che, alla pagina successiva potrebbe accadere qualcosa di cui mai vorrebbe essere testimone.

Ecco la prima trappola che Cerone tende al lettore. Lasciargli credere di essere tornato in un territorio conosciuto, per poi fargli scivolare il terreno sotto i piedi. Perché ritrovare Mandelli significa sì ritrovare una voce familiare, ma anche accettare che quella familiarità non coincida affatto con la sicurezza. In questa storia, ciò che conosciamo non è necessariamente ciò di cui possiamo fidarci.

O di chi.

“La vita è un percorso che unisce ciò che è stato a ciò che sarà. Una strada a senso unico, che porta dritta al tempo incerto del domani.”

Cerone, creatore di un personaggio quale è Mario Mandelli, milanese fino al midollo, fedele ai suoi principi, ha tessuto una trama degna del suo “Regista”, dando vita a un romanzo che si autoalimenta di pagina in pagina di parole, riflessioni e significati nascosti, ma anche palesemente espliciti, che costringono le coscienze a momenti di profonde riflessioni.

Il delitto non è mai soltanto il punto in cui la storia si oscura, ma piuttosto il punto da cui cominciamo a guardare diversamente ciò che avevamo dato per acquisito. La domanda, allora, non riguarda soltanto chi abbia fatto cosa, ma quanto siamo disposti a vedere quando la realtà smette di essere comoda.

“Quando finalmente cesserà il fragore digitale, torneremo ad ascoltare il suono del silenzio.”

Argomentazioni valide e quanto mai attuali, ovvero i pro e i contro delle nuove tecnologie sempre più intelligenti, in una società ove l’abuso è quasi sempre preferito all’ottimizzazione di un qualcosa di già presente contro chi, invece, combatte strenuamente poiché contrario a certe facilitazioni e soprattutto, preoccupato per le eventuali conseguenze negative di un qualcosa che ancora non è così conosciuto e soprattutto controllabile.

Oltre a questo, ovviamente, la parte noirissima del romanzo, assolutamente ad alta tensione che, come Cerone, ha già dimostrato di saper fare, manterrà viva l’attenzione del lettore con un’indagine dai risvolti preoccupanti e che, soprattutto, aprirà nuovi scenari imprevisti e imprevedibili nella vita dei personaggi, che, non è escluso, abbiano bisogno di altro tempo, quindi di tante altre pagine, per fortuna nostra, per raggiungere una conclusione chiara.

Ma il vero interrogativo che resta addosso non è soltanto quello relativo a quanto la tecnologia possa diventare intelligente. È quello, molto più antico e molto più umano, di che cosa accada quando smettiamo di interrogarci sulle conseguenze delle nostre scelte. La macchina può imparare, prevedere, elaborare; l’uomo, invece, continua a portarsi dietro quella zona d’ombra in cui desiderio, paura e responsabilità si confondono.

Ed è proprio lì che il romanzo diventa ancora più inquietante.

“Non c’è stagione migliore dell’autunno… è l’incertezza che precede il cambiamento.”

In un principio di autunno milanese, come quello descritto nelle primissime pagine, sedersi e ritrovarsi a sentire in loop “My Way”, con una tristezza infinita e un peso sul cuore sarà un attimo e avvertire il bisogno di un abbraccio rassicurante diventerà addirittura vitale.
Una squadra determinata, ferita ma a maggior ragione motivata, che avrà bisogno di ogni possibile aiuto, reale, concreto e affidabile, in un ambiente che si dimostrerà più fasullo che mai.

Questo perché il detto “Anche i muri hanno orecchie!” avrà un significato fondamentale da non sottovalutare nel mettere insieme i pezzi di una storia dai contorni sempre più nebulosi e torbidi ma allo stesso tempo fin troppo chiari e nitidi, nel riuscire a ricucire gli scampoli dell’indagine. O almeno di una parte di essa.

E Milano, ancora una volta, non è semplice sfondo. È una presenza. Una città che sembra conoscere i propri personaggi, che ne accompagna i passi e insieme li osserva, trattenendo qualcosa. Anche il paesaggio urbano, così concreto, finisce per partecipare a quella sensazione di precarietà, ci sono luoghi in cui ci si sente protetti e si smette di esserlo, e altri in cui basta una porta chiusa, una voce ascoltata per caso, un’ombra intravista, perché la stessa città diventi improvvisamente estranea.

“Ogni giorno un pezzettino di ragnatela in più, filo dopo filo, quadrante dopo quadrante, spirale dopo spirale. Chilometri di seta intessuti per creare il suo più grande capolavoro, la trappola mortale…

Finalmente è arrivato il grande giorno, pensa flettendo le zampe.”

Come figure alla deriva, senza il loro faro, ognuno dei personaggi si muoverà con una certa paura ma con anche maggiore determinazione e risolutezza del solito, perché il loro agire sarà fondamentale.

La ragnatela, del resto, è una metafora che appartiene alla natura stessa di questa storia, laddove più ci si muove per liberarsi, più ci si accorge di essere dentro qualcosa che non si vede per intero. E Cerone ha del ragno i sensi e la pazienza. Non ha bisogno di mostrare subito tutta la tela. Gli basta lasciarne intravedere un filo, poi un altro, fino a quando il lettore si accorge che quella che credeva una semplice pista era già parte della trappola.

“So esattamente a cosa stai pensando» dice accarezzandogli la barba.

«Cos’è, sei una maga?»

«Non credo… Io non faccio incantesimi per trasformare gli uomini, ma capisco quando fanno lo sforzo di cambiare da soli.”

Bisognerà assumersi la responsabilità del comando per impedire la deriva della barca in queste acque agitate e in tempesta, in un tempo quanto mai incerto e infausto.
Ma fra bisogno e coraggio, al centro vi sarà la parte emotiva, la necessità di aggrapparsi alla convinzione, fragile ma necessaria, che tutto andrà come deve.

Ed è forse nei rapporti tra i personaggi che la tensione trova il suo contrappunto più umano. Perché mentre l’indagine stringe, le persone sono costrette a mostrarsi per ciò che sono, e soprattutto per ciò che stanno diventando. 

Il cambiamento, qui, non ha nulla di consolatorio, costa fatica, espone, mette a rischio gli equilibri. 

E proprio per questo, quando arriva, pesa molto più di qualsiasi colpo di scena.

“… il male si serve di meccanismi banali. Ti alletta con scorciatoie immorali che conducono sempre allo stesso posto, un labirinto claustrofobico in cui l’anima si perde per l’eternità. Nessuna intelligenza artificiale potrà mai emulare la spietatezza autodistruttiva degli uomini, è una dote naturale di cui abbiamo l’esclusiva e che continuiamo a esercitare con compiaciuta disinvoltura.” 

Una prosa scorrevole, ricca di emozioni e densa di avvenimenti, che finirà per togliere anche a noi le certezze più basilari in un susseguirsi di fatti che non riusciremo a vedere o forse, non vorremmo comprendere, tanto si dimostrerà efferata e spietata la realtà narrata.
E quanti i momenti in cui saremo convinti di essere riusciti a ricomporre i pezzi e invece, un nulla di fatto ci farà vacillare ancora e ancora, in quell’incertezza, di fatto la colonna sonora di questo quinto romanzo.

“La tela invisibile è ormai tesa, la preda avvolta nel bozzolo mortale. Sarà il caso a decidere.”

E proprio quando penseremo di aver finalmente capito, Cerone ci ricorderà che capire non significa necessariamente conoscere la verità. È una differenza sottile, ma decisiva, possiamo avere davanti tutti gli indizi e continuare a non vedere il disegno che li tiene insieme. Per questo la suspense non nasce soltanto dall’attesa della soluzione, ma dalla continua erosione delle nostre certezze.

“È incredibile come nella vita ci siano momenti in cui tutti i pezzi delle cose lasciate in sospeso vanno magicamente al loro posto. Dopo anni la verità si ricompone sotto i nostri occhi increduli, presentandoci il conto delle nostre azioni.”

E quando finalmente qualche filo sembra trovare il proprio posto, resta una domanda che il romanzo non permette di eludere. Qual’ è il costo della verità per chi la cerca e, soprattutto, per chi scopre di averne avuto bisogno da anni? Perché il passato, nelle storie di Cerone, non rimane mai davvero passato.

Aspetta.

E quando torna, non lo fa per essere semplicemente ricordato, ma per presentare il conto.

“È quello che ci siamo sempre ripromessi… io salvo te, tu salvi me!”     

E ora attendiamo fiduciose, Gian Andrea.

Buona lettura!

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Gian Andrea Cerone


è uno scrittore savonese, milanese d’adozione. Ha una lunga esperienza nell’ambito della comunicazione, dell’editoria tradizionale, televisiva e digitale. Tra i numerosi incarichi svolti, è stato responsabile delle relazioni istituzionali presso il ministero dello Sviluppo Economico e presso EXPO 2015. Nel 2018 ha fondato la piattaforma editoriale di podcast Storielibere. Ha esordito nella narrativa con Le notti senza sonno (Guanda 2022), il primo romanzo della serie che vede in azione la squadra investigativa dell’Unità di Analisi del Crimine Violento di Milano. Seguono Il trattamento del silenzio (Guanda 2023), Le conseguenze del male (Guanda 2024), La curva dell’oblio (Guanda 2025) e adesso L’incertezza del domani (2026).