L’inverno della levatrice




Ariel Lawhon


Sinossi. Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura. E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi.


Autore: Ariel Lawhon

Traduzione: Massimo Ortelio

Editore: Neri Pozza

Pagine: 496

Genere: romanzo storico, giallo

Anno di pubblicazione: 2026

 Recensione

di

Francesca Mogavero


L’etichetta di investigatore o investigatrice “dilettante” ci ha abituato a persone comuni, spesso con impieghi piuttosto singolari, che si trovano davvero, contro ogni previsione e loro malgrado invischiati in qualcosa di oscuro e troppo grande, alieno alla loro sfera di competenza e distante anni luce dalla loro sensibilità.

Di qui una certa leggerezza un po’ macabra, un umorismo nero figlio della circostanza assurda e imprevedibile, per seppellire l’orrore sotto una risata e magari risolvere il mistero.

A una prima occhiata a volo d’uccello – di falco pellegrino per la precisione –, la vicenda di una levatrice alle prese con un cadavere parrebbe rientrare in questo sottogenere della narrativa contemporanea, con tutti gli stilemi, le conseguenze (e i trope) del caso.

Parrebbe, appunto. Perché questa collocazione, nel caso del nuovo romanzo di Ariel Lawhon, è doppiamente sbagliata.

Martha Ballard, personaggio realmente esistito e progenitrice di una genia di donne altrettanto straordinarie, è tutt’altro che dilettante, anche, e forse soprattutto, al cospetto della morte: conosce i corpi come nessun altro e, sebbene il suo lavoro faccia sì che nuove vite vengano alla luce, ha imparato presto e fin troppo bene che nascita e dipartita vanno spesso a braccetto, come comari che un po’ si amano, un po’ si odiano e molto hanno da dirsi, in un linguaggio condiviso, incomprensibile ai più.

Basta una febbre, un’infezione, un minuto di attesa, un’esitazione, e madre, figlio o entrambi sono spacciati. Ecco perché una levatrice è in primo luogo una medica nel senso più sacro e prezioso del termine: una dispensatrice di cure e rimedi, una conoscitrice di umori, di odori, di segni, una Parca benevola, una tessitrice che sa che inizio e fine, alpha e omega, prima o poi chiuderanno il cerchio, ma fa il possibile per tenerle scucite, almeno per qualche anno.

Di lieve, poi, in questa storia c’è ben poco: c’è il peso del ghiaccio che stringe il paese in una morsa letale, c’è la fatica del quotidiano, c’è il fascino feroce delle bestie selvatiche, ci sono la sfiducia nella giustizia, la corruzione, il traguardo perennemente lontano, perennemente sul filo del rasoio.

E c’è, qui e sempre, allora come ora, lo stigma che colpisce la donna violata, l’iterazione di una violenza non più carnale, ma non meno invadente, crudele, livida. Il maschile che trova giustificazioni e facili scappatoie, che si arroga diritti che non possiede e svicola dalle responsabilità. La solita storia del “Se vuoi una cosa, prenditela!”.

L’inverno della levatrice, in fondo ma neanche troppo, non è nemmeno un giallo: il crimine c’è, ma va al di là del cadavere restituito dal fiume gelido, e l’investigazione è totale, è una discesa imprevedibile nei gorghi delle debolezze umane e delle scelte, dei gesti silenziosi che sorprendono; a dirla tutta, non è nemmeno una biografia, perché, in una cornice storica attendibile, si concede le giuste licenze creative e gioca con i “se”.

Che cos’è allora?

Uno scorcio di sei mesi negli Stati da poco Uniti, una finestra spalancata su un diario, su un’esistenza realistica, indomita e fantastica, ormai chiusa e lontana, ma solo in apparenza. Un manifesto travestito da narrazione, una catena di sorellanza che consola e mette in guardia, un ponte che ciascuno, donna, uomo o altro, deve consolidare con empatia e testimonianza, un grido in prosa accurata, brillante anche nelle ombre, coinvolgente: è già successo, sta ancora capitando, possiamo fare in modo che non accada più.

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Ariel Lawhon


è un’autrice pluripremiata di romanzi storici. Le sue opere sono state tradotte in oltre trenta lingue e selezionate da Good Morning America, Library Reads e One Book, One County. Fra i suoi libri precedenti, Il mio nome era Anastasia (Piemme 2019) e Nome in codice Hélène (Piemme 2023). L’inverno della levatrice, ispirato alla vicenda reale di Martha Ballard, è stato un New York Times bestseller e libro dell’anno per NPR. Lawhon vive a Nashville, Tennessee.