Il delitto del luogo. Loriano e Sabina Macchiavelli, Appennino




 

Quando ho invitato Loriano e Sabina Macchiavelli a regalare a questa mia rubrica un pezzo sull’Appennino emiliano, avevo in mente, lo confesso, “La Bambina del lago” (Mondadori, 2019) e quei Paese Nuovo e Paese Annegato, scaturiti dalle loro penne e vividi ai nostri occhi, scenari assonanti per lo sguardo di Aladina e Gufo che sono bambini strani ma solo perché vedono più degli altri, segreti soprattutto. Loriano e Sabina invece mi hanno regalato di più, due pezzi addirittura: Loriano – che in appennino è nato ma si è trasferito a Bologna, per poi tornare sempre là, tra le sue montagne – guarda rapido forre e calanchi per poi appuntare di nuovo lo sguardo su Bologna e darci una lezione di noir; Sabina – che è nata in città ma in appennino vive – ne svela un’immagine inconsueta, lontana da stereotipi bucolici, straniante e a tratti disturbante.

 

 

IL FASCINO CRIMINALE DELLA MONTAGNA, IL FASCINO CRIMINALE DELLA CITTÀ

di

Loriano Macchiavelli

 

Se mi chiedessero di colpo:

“Quale è il luogo preferito per i tuoi delitti?”

Di colpo risponderei: “Per i delitti io non ho pregiudizi”.

Il che significa che possono avvenire in qualsiasi luogo. Come dire: ogni posto è buono per un buon delitto.

Eppure, se faccio un veloce riepilogo sui delitti dei quali ho scritto lungo gli attuali 46 (quarantasei?) anni di romanzi e racconti, scopro che molti nascono e accadono in una città. Nel mio caso, Bologna. Accadono in una città, ma spesso le indagini si spostano poi dalla metropoli alla montagna. Esattamente in Appennino, dall’Appennino emiliano romagnolo all’Appennino calabrese e abruzzese, fino all’Appennino della Sicilia.

 

Pioppe di Salvaro

Si dà il caso che io sia nato in Appennino e la montagna me la sono portata dentro e dietro per tutti gli anni della mia vita. E sta ancora lì, pronta a venire in superficie appena mi distraggo e giro la testa da un’altra parte.

Tutti sanno che il noir è nato nelle metropoli eppure io, complice con ugual merito o demerito, Francesco Guccini, sono riuscito a inventare il noir appenninico.

 

Un giorno o l’altro vi scriverò dei misteri, dei segreti e del fascino arcano che si nascondono fra le montagne e nei boschi, nelle forre, nei dirupi, nei tronchi cavi di secolari castagni, nelle tane delle volpi e nelle caverne scavate dai secoli.

Oggi è il momento delle città come luoghi del crimine. Diciamo Bologna che, insieme alla montagna, mi ha regalato il suo straordinario fascino del mistero.

Le città, tutte, sono sempre state, e sono, accumulatori di tensioni sociali e individuali, che portano inevitabilmente al crimine. Eppure, nel 1970 qualcuno si illudeva (non so quanto in buonafede) che Bologna ne fosse immune, ovvero il crimine non abita qui. Per cui ambientare una storia criminale a Bologna non era da persone normali.

Neppure chi scrive noir è normale: equilibrio ristabilito.

Nell’immaginario collettivo, Bologna era dotta e grassa e, negli anni ’70, isola felice.

Non era né dotta né grassa. Isola felice lo era stata, ma si avviava a essere una città come le altre.

Ha una grande cultura del delitto, Bologna. Una cultura che è diventata tradizione e che parte da tempi bui, arriva ai giorni nostri e si proietta nel futuro. I secoli di storia che ha attraversato le hanno lasciano addosso segreti, crimini, misteri e sangue. Per ciò, negli anni ’70 e per me, Bologna era ambiente ideale per storie criminali. E non può essere che così una città costruita per nascondere. Pensate alla sua architettura: una sfilata interminabile di portici bassi e in penombra, tagliati da chiaroscuri che sono la quintessenza dell’indeciso, del non detto, del sussurrato.

 

 

In taluni vicoli del centro storico non è mai entrato un raggio di sole e i segreti di certi androni, di certi cortili, sono scritti e trattenuti sui mattoni sconnessi delle pavimentazioni o sugli intonaci scrostati dal tempo. Le stesse torri (e non solo le due più celebri) che si alzano sulla distesa rossa dei tetti, sono grigie e non hanno finestre e il loro interno e le scale che le salgono nascondono crimini, trucchi, inganni… Il mistero si respira nell’aria e lo si trova dietro a ogni colonna. Le inferriate che proteggono le finestre sotto i portici, ad altezza di passante, non sono state messe lì per tenere fuori i ladri, ma per non fare uscire i segreti nascosti all’interno.

Le cronache arrivate fino a noi dai periodi oscuri ci raccontano di una città violenta, impregnata di delitti, pochi dei quali hanno trovato il responsabile. Pugnale e veleno erano i mezzi preferiti per risolvere le diatribe. Diventati poi mitra e dinamite.

Eppure, quando ho cominciato a scrivere di una Bologna criminale, ha (e ho) dato fastidio: La città dei tortellini è trasformata da Loriano Macchiavelli (…) in una specie di Paradise City alla Chase con politici corrotti (ma va’?), drogati, sospetti terroristi, teppisti e quanti altri deviati la nuova e fertile fantasia degli scrittori di destra sappia immaginare. (…) La città, orgoglio ed esempio delle amministrazioni di sinistra, è vista da Macchiavelli come un girone infernale.

Evidentemente lo vedevo solo io, il girone infernale: avevo scoperchiato una pentola che bolliva e che poi è esplosa; avevo toccato un nervo che non si doveva toccare. Non saprò mai chi sia l’autore dell’articolo pubblicato nel lontano 1983 e firmato a. Lo. Forse oggi il signor (o la signora) a. Lo. si chiederà se non avessi avuto ragione a prospettare una Bologna cambiata, maledetta, paradiso della delinquenza, della strage alla stazione, della uno bianca, della falange armata, delle sparatorie al campo nomadi, del massacro dei carabinieri al Pilastro…

 

Bologna dei misteri

Bologna è indecifrabile. È luogo di misteri, di ombre sotto i portici, di cose dette e non dette… Di segreti accuratamente celati fra le pieghe delle strade. Nei secoli. Frugare fra quelle pieghe, come ho tentato (e non tento più) di fare io, è un modo per capire la città. E capirla potrebbe significare prevenire i crimini e i misteri del futuro. Ma attenzione: scrivere di criminalità e di crimini, narrare storie di delinquenza, scavare fra le sue rovine non è una presa di posizione contro la città di Bologna. È un atto d’amore. È cercare di capirla.

 

***

ILLUSIONI D’APPENNINO

di

Sabina Macchiavelli

 

Ad abitare in questi luoghi – sto in un comune del medio Appennino modenese, proprio al confine con la provincia di Bologna – ci si accorge che la natura non è come ce l’aspettiamo. Noi che veniamo dalla città, abituati all’anonimato della folla e alle atmosfere caliginose, nutriamo spesso sogni di bellezza nei confronti della vita all’aria aperta, delle sane pietre degli edifici contadini, del mistero intrigante dei boschi. Cerchiamo ricordi mansueti, benigni, a conforto dei danni subiti, e pensiamo che la bellezza sia innocente e sempre buona.

 

Appennino modenese

Il tempo che trascorriamo fra queste montagne, se abbiamo la forza di rimanerci a lungo, ci guarisce dall’illusione. Iniziamo a vedere che la natura non è un insieme di geometrie pianificabili, un terreno che attende il nostro accudimento, sfalci e tagli sapienti, un sottobosco ben pulito per raccoglitori di castagne. Dove più emoziona tanto più sfugge al calcolo, sbeffeggia ogni comprensione e viene meno alle attese. È un susseguirsi di strane (ed estranee) stagioni, di piante invasive, di animali insinuanti da cui tentiamo alla meglio di ripararci. Ma racchiude una seduzione che spinge a rimanere.

Nel raccontare l’Appennino cerco di ricostruire questa emozione. In parte già il mio romanzo Più di così si muore narrava il senso di separazione che rende l’uomo estraneo agli stessi territori che abita e che crede di conoscere e controllare, mentre, rovesciando i ruoli, sembra che la natura rimanga a guardarlo nei suoi modesti sforzi.

 

Appennino, calanchi

Con La bambina del lago mi piaceva scrivere della possibilità di penetrare dentro questo viluppo ma non con gli strumenti della ragione che pianifica e governa e s’illude di domare; bensì con le uniche facoltà che permettono di entrare in una forma di sintonia, che è poi in realtà una forma di accettazione dell’impossibilità di tutto riordinare e della meraviglia di rimanere sempre sulle soglie. La mente selvatica e il “cuore puro” sono ciò che permette ai bambini, ad Aladina e a Gufo, di sentire e vedere, letteralmente, dove gli adulti con la loro scienza non riescono ad arrivare. Ma la scoperta comporta fatica, il dolore di sentirsi ‘diversi’. La nostra, mia e di Loriano, è (anche) la storia di questo percorso verso la consapevolezza e quindi, speriamo, verso un mondo adulto un po’ più umile e un po’ meno in perenne emergenza.

Vorrei concludere con le parole di un autore che è riuscito a fare il grande salto. È un piccolo racconto di Federico Tozzi, tratto da Bestie, che invito a leggere perché dà la chiave di come si possa descrivere la natura senza i romantici stereotipi ma con una straordinaria adesione alla verità della vita. Parla della campagna senese a primavera in una maniera ‘deludente’. “La primavera è proprio da per tutto, anche dove non ce n’è bisogno. Anche tra i sassi del muro franato l’erba è voluta crescere. Per i sentieri più scoscesi, tra i tronchi degli alberi che furono abbattuti con l’ascia, con un’ambizione di farsi vedere che pare perfino ingenua. La primavera assomiglia, questa volta, un poco alla stanza che la nostra amica, aspettandoci, ha adornato di fiori comprati a posta. C’è uno sciupio di gemme e una voglia di fiorire che pare una di quelle accoglienze da segnare poi nel nostro calendario. La primavera in tutti gli stili, perfino roccocò; con certe manie di fare effetto per forza.

 

Cascata Mulino Granaglione

E pensando a tutto questo lusso, ci si prova ad esser contenti. Le margheritine bianche, quelle dei prati, fanno di tutto per darvi nell’occhio; e gli stessi prati si sono lisciati con la rugiada e il fresco che pare perfino bizzarria e voglia di divertirsi. I pini metton fuori la loro resina come se volessero regalarvela a tutti i costi, e ci si avvicina a loro per guardarli meglio; mentre anche l’azzurro rimane lì per lì un poco rintontito, quasi non sapesse che fare; e, forse, vergognoso di non odorare né meno quanto una violetta. E c’è modo, del resto, per tutti di far qualche cosa.

Ma perché, proprio ora, un maggiolino morto?”

 

 

 

 

 

Loriano Macchiavelli


Loriano , bolognese, è uno dei fondatori del noir italiano. Ha pubblicato una trentina di romanzi e ispirato alcune fiction televisive. Einaudi Stile libero sta riproponendo con successo tutta la serie di romanzi con protagonista Sarti Antonio. Sono usciti finora: Fiori alla memoria (2001), Ombre sotto i portici (2003), Le piste dell’attentato (2004), Sui colli all’alba (2005), Cos’è accaduto alla signora perbene (2006), Passato, presente e chissà (2007), Sarti Antonio: un diavolo per capello (2008), che nel 1980 ha vinto la prima edizione del premio Tedeschi, Sarti Antonio: caccia tragica (2009), Strage (2010), L’archivista (2016) e Delitti senza castigo (2019). Macchiavelli ha inoltre scritto un racconto per l’antologia Crimini italiani (Einaudi Stile libero, 2008). Nei Super ET è uscito Trilogia di Sarti Antonio (ultima edizione, 2017), che riunisce in un unico volume i romanzi Le piste dell’attentato, Fiori alla memoria, Ombre sotto i portici (2009), Sequenze di memoria (2011). Nel 2013 ha pubblicato E a chi resta, arrivederci, scritto con sua figlia Sabina (Einaudi Stile libero), nel 2014 Sarti Antonio: rapiti si nasce (Einaudi Stile libero) e nel 2016 Noi che gridammo al vento (Einaudi Stile Libero). Il suo sito ufficiale è all’indirizzo www.loriano-macchiavelli.it

 

Sabina Macchiavelli


Sabina Macchiavelli è nata a Bologna nel 1964 e abita sull’Appenino modenese. Si occupa di cultura come organizzatrice di eventi, ed è insegnante di scrittura creativa e di lingue straniere. È autrice di audio documentari e ha ottenuto un dottorato presso la University of South Wales di Cardiff incentrato sulla docufiction radiofonica. Suoi racconti e saggi sono apparsi in riviste e antologie. Nel 2013 è uscita per Einaudi la raccolta E a chi resta, arrivederci, scritta con il padre Loriano, e nel 2019 ha pubblicato per Giraldi Editore il suo primo romanzo Più di così si muore. Il secondo, La bambina del lago, scritto di nuovo con il padre Loriano, è uscito per Mondadori, nel 2019.

 

A cura di Giusy Giulianini

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale’.