AL GALLO

Sinossi. Dieci racconti come dieci fenditure nel reale: in ognuna di esse si intravede un’umanità fragile e feroce, capace di compassione e di abisso. Con una scrittura che non fa sconti ironica, spietata, a tratti lirica, Al Gallo racconta l’Italia delle periferie e dei centri borghesi, le ferite della storia e i paradossi del presente, l’istinto di sopravvivere e quello, altrettanto potente, di arrendersi. Il racconto d’apertura, L’ultimo m’accompagna, dà il titolo all’intera raccolta e ne è il manifesto: la fine non è mai davvero una fine, ma il punto in cui la vita si rivela per quello che è. Ogni storia mette in discussione certezze, smonta luoghi comuni, illumina zone d’ombra in cui tutti – prima o poi – ci riconosciamo. In queste pagine l’ordinario diventa eccezionale e il destino di chi non conta niente rivela la misura più autentica dell’umano.
Editore: Nulla Die
Genere: Narrativa
Pagine: 124
Anno edizione: 2025
Recensione
di
Giusy Ranzini
“L’ultimo m’accompagna” è una raccolta che non cerca il consenso facile e, proprio per questo, colpisce con una forza rara.
I dieci racconti che la compongono non sono semplici storie autonome, ma fenditure, come suggerisce la quarta di copertina, attraverso cui il reale si lascia osservare senza filtri consolatori.
Al Gallo scrive come se ogni frase dovesse guadagnarsi il diritto di esistere: nulla è superfluo, nulla è indulgente, eppure tutto è profondamente umano.
Il racconto “L’ultimo m’accompagna” è un vero e proprio manifesto poetico: non parla soltanto di una fine, ma del momento esatto in cui la fine smette di essere una categoria temporale e diventa una rivelazione. È un racconto che accompagna il lettore con passo lento e inesorabile, lasciando una sensazione di inquietudine lucida, quasi necessaria.
Lo stile di Al Gallo è uno degli elementi più riusciti del libro. Ironico senza essere compiaciuto, spietato senza mai risultare cinico, capace di improvvise accensioni liriche, l’autore costruisce una lingua che sembra nascere direttamente dai personaggi e dai luoghi che descrive. Le periferie italiane, i centri borghesi, le stanze anonime, le strade consumate dall’abitudine diventano spazi simbolici, teatri di un’umanità fragile e feroce, dove la compassione convive con l’abisso.
I personaggi di questi racconti sono spesso “inermi”: individui marginali, dimenticati, o apparentemente insignificanti. Eppure è proprio nel loro destino che Al Gallo individua la misura più autentica dell’umano. Non ci sono eroi, non ci sono redenzioni facili. C’è piuttosto l’istinto di sopravvivere che si scontra con quello, altrettanto potente, di arrendersi. Questo conflitto attraversa tutte le storie e dà alla raccolta una coerenza profonda, quasi sotterranea.
Un altro grande merito del libro è la capacità di smontare luoghi comuni senza proclami ideologici: Al Gallo non predica, non spiega, non assolve, ma mostra. Nel mostrare mette il lettore davanti a contraddizioni scomode: la violenza che nasce dalla paura, la tenerezza che affiora dove meno la si aspetta, la ferita della storia che continua a sanguinare nel presente. L’ordinario diventa eccezionale non perché venga abbellito, ma perché viene osservato fino in fondo.
La raccolta si legge con un senso crescente di coinvolgimento emotivo: ogni racconto lascia una traccia, una domanda aperta, una piccola scossa. Non c’è la volontà di chiudere, di rassicurare, di offrire risposte definitive. Al contrario, “L’ultimo m’accompagna” chiede al lettore di riconoscersi nelle zone d’ombra, di accettare l’ambiguità, di fare i conti con ciò che normalmente si preferisce non vedere.
“L’ultimo m’accompagna” non si limita a raccontare storie: accompagna davvero il lettore, fino a un punto in cui la fine smette di fare paura e diventa, paradossalmente, un luogo di verità.
Una lettura consigliata a chi cerca una narrativa che lasci il segno anche dopo l’ultima pagina.
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Al Gallo
Alberto Gallo vive da sempre a Napoli. Alla scrittura noir, abbina la stesura di racconti e sceneggiature, crime e non.