Lidia Jorge
Sinossi. Compendio di forza e fede nella vita, Misericordia – ultimo acclamato romanzo della scrittrice portoghese Lídia Jorge – è una storia al tempo stesso ironica e gentile, un mix indimenticabile di lacrime e sorrisi. Il ritratto di una donna eccezionale guidata dall’immortalità della speranza: Dona Albertì vive nella casa di riposo Hotel Paraíso, ricavata da un ex albergo di lusso in una immaginata stazione balneare del Portogallo, poco prima che esploda la catastrofe sanitaria del Covid. La sua vista è debole ma lei è perfettamente in grado di valutare le circostanze e le persone intorno a lei: si ribella alla freddezza di alcuni inservienti, all’omofobia degli ospiti che giocano a carte, e segue da vicino le storie d’amore che nascono all’interno della struttura. Mentre registra ciò che accade, noi ci lasciamo accompagnare da questa straordinaria vecchia signora che ha mantenuto intatta la memoria, la curiosità e una fertile immaginazione
Autore: Lidia Jorge
Traduttore: Daniele Petruccioli
Editore: Voland
Collana: Amazzoni
Anno edizione: 2026
Pagine: 400 p., Brossura
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
Capisco tutto, e sono serena. Quello che non c’è più non c’è più.
Forse Misericordia di Lídia Jorge comincia davvero da qui.
Dalla possibilità di guardare ciò che finisce senza smettere, proprio per questo, di amare ciò che resta.
La misericordia di Lídia Jorge, prima ancora di essere un sentimento verso gli altri, è il modo più autentico con cui possiamo guardare la nostra stessa esistenza. È nel racconto di come si continua a vivere fino all’ultimo respiro, quando il tempo sembra restringersi e, proprio allora, ogni cosa acquista un peso diverso.
Jorge scrive con una lingua che è narrativa solo in apparenza. Sotto la narrazione c’è una poesia continua, una prosa che respira, osserva, accarezza. Ogni frase sembra contenere insieme il senso di un commiato e la leggerezza di una preghiera.
La protagonista, dona Albertì, ospite dell’Hotel Paraíso, una casa di riposo sospesa tra il mondo e l’oltre, racconta ciò che vede, ciò che ricorda, ciò che immagina. Ma presto la sua vicenda smette di essere soltanto la storia di una donna anziana e diventa qualcosa che riguarda tutti noi.
Perché Misericordia non è un libro sulla vecchiaia. E nemmeno, in fondo, un libro sulla morte.
È un libro su ciò che rimane.
Lídia Jorge sottrae la morte alla retorica e la restituisce alla sua dimensione più umana. Non paura esibita, non pietismo, ma la straordinaria curiosità per ciò che resta quando il corpo si fa fragile.
La memoria, il desiderio, l’amore, gli oggetti, le parole.
“Ora traccio solo parole che nessuno legge, le traccio con un piccolo lapis e dopo averle scritte non so decifrarle più nemmeno io. Un tumulto di vita agita l’interno di questo salone. Per oggi è tutto quello che so dire.”
La scrittura, allora, non serve più a fissare il mondo. Serve a testimoniare che il mondo continua a muoversi anche quando la mente comincia a perdere i suoi confini. E forse proprio per questo quelle parole che nessuno riesce più a leggere diventano ancora più necessarie. Sono la traccia di un’esistenza che non vuole scomparire senza aver prima detto di essere stata.
E poi c’è l’oltre.
“Secondo te, che cos’è l’oltre?”
“L’oltre è il posto dove si conservano per sempre i fagotti con i beni più preziosi delle nostre vite.”
Sembrava incredula: “Lo credi davvero?” E si è avvicinata ancora.
Mi sono affrettata a correggermi: “O meglio, L’oltre è un libro.” E prima di lasciarla ribattere mi sono spiegata: “Un libro senza fine, ogni pagina una vita, ogni vita una pagina, quante più vite tante più pagine. Questo è l’oltre.”
È una delle immagini più belle e più vertiginose del romanzo. L’aldilà non come attesa di giudizio, non come promessa, neppure come risposta definitiva al mistero della morte, ma come un libro senza fine, una biblioteca infinita delle esistenze, un luogo in cui nessuna vita viene perduta perché ogni vita continua a essere una pagina.
Eppure Lidia Jorge non si ferma qui. Perché se c’è una domanda che non può evitare alla sua protagonista, è quella sull’amore.
“Sai cos’è l’amore, tu? E pensi di lasciare questa vita rimanendo in pace con te stessa, se non sei neanche capace di darmi una definizione di chi muove gli esseri viventi? Dalle piante agli animali, perfino dai marmi ai pianeti. Parla, su…” (…) la notte, perversa, mi ha sfidato avvolgendomi completamente. (…) “E allora su, racconta.”
E io ho raccontato tutto, e raccontare tutto dall’inizio è stato bello.
Qui, il cuore di Misericordia.
“Non so definirlo”, l’amore, “ma so raccontarlo.”
È una frase che potrebbe contenere da sola un’intera poetica. Perché ciò che conta davvero, l’amore, la vita, la morte, il dolore, spesso sfugge a qualsivoglia definizione. Vuole una voce.
E finché possiamo raccontare, siamo ancora dentro la vita e dentro la forma più autentica della speranza, non credere che la fine non esista, ma sapere che ciò che abbiamo vissuto può continuare oltre noi, nella memoria di qualcuno, in una parola, in una storia.
Per questo gli addii di Misericordia non assomigliano davvero ad addii, piuttosto a gesti di gratitudine.
“Prima di entrare all’Hotel Paraíso ho fatto i miei saluti con metodo, come chi si prepara a un viaggio senza ritorno.”
Dona Albertì saluta il Sole e la Luna, poi ho salutato le stelle della Via Lattea. Ho salutato le grosse nuvole che un tempo portavano la pioggia sulla piana di Valmares e ho salutato il cielo e tutte le altre nuvole che nel corso della mia vita hanno creato figure impensabili, quasi a promessa di nuove creature sulla Terra per il futuro. Poi ho salutato l’ampia piana di Valmares e la distesa dell’oceano Atlantico, per come le vedevo dal mio portico. Ho salutato poi le strade dove ho viaggiato. E le città dove ho fatto i miei scambi e i miei acquisti. Ho salutato il boschetto, verde ombra e verde acqua, le sue cime frondose d’estate e le sue fronde spogliate d’inverno. Ho salutato il sentiero che mi. portava a casa, il cancello con il nome della casa scritto accanto, ho salutato l’edera, i gladioli, il glicine, la pergola, la vite, il filodendro, il plumbago, il solanum, le lantane selvatiche. Ho salutato le ombre della casa, dei suoi corridoi, dei mobili, dei comò, delle credenze, delle fotografie. La mia mano ha salutato il suo gesto di allineare le fotografie e guardarle una per una, per trovarci dentro le pose regali dei miei contadini, gravi e compenetrati ai pari di re e regine nelle loro lunghe redingote e negli abiti dal colletto alto inizio Novecento. Ho salutato le fotografie che ritraevano me, e le cinque fotografie del seduttore, più una sesta, l’unica in cui teneva sua figlia in braccio e le sorrideva come se l’amasse. E ho salutato il tavolo da pranzo, e il tè e la teiera, e il vano del caminetto e la cesta della legna, e il cigolio del segnavento, e lo specchio grande dove per decenni ho controllato la lunghezza della mia gonna. E ho salutato l’armadio dove negli anni avevo accumulato i miei abiti più cari d’ogni tempo, fino a oggi, è li che avevo lasciato appesi i miei due giacconi caldi e la mantella grigia, regalo della mia amica Susy e di suo figlio João per un compleanno in cui avevano detto bene di me come nessuno mai.
Saluta tutto ciò che una vita, senza quasi accorgersene, ha trasformato in una parte di sé.
“Ho salutato tutto con cuore tranquillo, pensando di non tornare più così da non dover salutare tutto un’altra volta. Ma in realtà quel saluto non era un addio, ho lasciato la casa nella primavera del 2017 e quando poi è venuto l’inverno mia figlia, per proteggermi dal freddo, mi ha portato i soprabiti che avevo lasciato laggiù. Io non sarei più uscita, ma avevo bisogno di abiti caldi lo stesso, quasi dovessi affrontare bufere di vento e di neve, per via del mio sangue gelido. Ma alla fin fine adesso, quando avevo di nuovo bisogno di coprirmi con i miei capi più caldi e leggeri, qualcuno me li ha rubati. Non sono io, ormai, a salutare quanto mi circonda, sono gli oggetti intorno a me che mi salutano. Che volano via.”
Non siamo sempre noi ad abbandonare le cose. A volte sono le cose che cominciano ad abbandonare noi. E allora quell’inventario minuzioso non è più soltanto un elenco di oggetti: è la geografia di una vita. Non c’è gerarchia fra ciò che merita di essere ricordato. Una fotografia vale quanto un albero, un vestito quanto una stanza, un cigolio quanto un volto. Perché siamo fatti anche di questo, delle cose che abbiamo toccato, guardato, indossato, attraversato. Di ciò che ci è stato accanto abbastanza a lungo da diventare memoria.
Misericordia procede così, per illuminazioni. Non cerca di spiegare la morte, la avvicina lentamente, senza mai permetterle di divorare la vita.
Ed è proprio questo che rende il romanzo così luminoso.
Raccontare.
Raccontare quando le parole si fanno incerte, quando la memoria vacilla, quando la notte dice che è finita.
Raccontare per non perdere ciò che abbiamo amato in una straordinaria dichiarazione d’amore alla vita nel momento stesso in cui la vita si prepara a lasciare la scena.
Perché se non possiamo scegliere quanto durerà il nostro libro, possiamo scegliere di riempirne le pagine.
E finché una vita viene raccontata, quella vita non è finita del tutto. Si fa pagina di quel libro infinito che prende il nome di umanità.
Acquista su Amazon.it:
Lídia Jorge
scrittrice portoghese. Ha sfruttato il repertorio della tradizione orale, i suoi miti e le sue simbologie sociali, per riflettere sull’identità culturale del Portogallo e sulla condizione femminile. Insegnante in Angola e Mozambico, ha riversato l’esperienza coloniale in La costa dei sussurri (A Costa dos Murmúrios, 1988). Ma più significativo è stato il romanzo d’esordio, che l’ha posta all’avanguardia nella narrativa contemporanea: Il giorno dei prodigi (O dia dos prodígios, 1980, nt), allegoria sull’arretratezza del Portogallo prerivoluzionario. Abbandonando a poco a poco la ricerca sperimentale e l’ambientazione spesso rurale (che si ritrova anche nel romanzo L’eredità dell’assente, O vale do paixao, 1998), ha poi adottato uno stile più realista, soprattutto in opere recenti come Il giardino senza limiti (O jardim sem limites, 1995, nt), ambientato nella Lisbona metropoli europea.