Quattro testimonianze sul fiume Erinnio 




‎  Angela Dimitrakaki


Sinossi. Meditazione sull’amicizia e sulla perdita ma anche ricostruzione dei provocatori e indimenticabili anni ’80, il romanzo di Angela Dimitrakaki ci consegna un ritratto unico di Atene come spazio urbano in via di sviluppo, rivendicato da una femminilità ribelle che si rifiuta di arrendersi a un futuro prestabilito.
«Le suggestioni Punk di un’adolescenza anni Ottanta nel romanzo di Angela Dimitrakaki.» – Patrzia Violi, La Lettura

Anni ’80 del secolo scorso. Cresciute in periferia, Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil condividono un’adolescenza tormentata: si vestono di nero, dichiarano guerra alle famiglie e ascoltano punk. Quando la loro insegnante di storia, femminista che sperimenta nuovi metodi pedagogici, parla loro per la prima volta degli antichi fiumi di Atene, rimangono incantate dall’idea di andare alla scoperta del fiume Erinnio, sepolto da tempo… A distanza di anni una giovane antropologa che fa ricerca sui “miti urbani” incontra le ragazze, ormai quasi quarantenni, per raccogliere la loro testimonianza. Si disvela così la drammatica vicenda accaduta decenni prima e la vita segreta di una città eternamente inquieta.


Autore: Angela Dimitrakaki

Traduttore: Elisabetta Garieri

Editore: Voland

Collana: Amazzoni

Anno edizione: 2026

Pagine: 104 p., Brossura

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


A dire il vero, l’unica cosa che ci interessava a quel tempo eravamo noi stesse, noi quattro, cosa saremmo diventate, dove ci avrebbe portato tutta quella situazione (non usavamo parole come “vita”).

Quattro testimonianze sul fiume Erinnio non restituisce un enigma, mette in discussione il concetto stesso di verità, mostrando quanto ogni ricordo sia insieme una rivelazione e un’interpretazione. Ogni voce delle quattro  cui allude il titolo illumina infatti  un frammento della storia  e, nello stesso istante, ne oscura un altro. La verità non si lascia mai possedere completamente, cambia prospettiva insieme a chi racconta, si incrina nei ricordi, si deforma nelle omissioni, si colora delle emozioni,invogliando il lettore a diventare investigatore non tanto dei fatti, quanto delle coscienze.

Non è un caso che il mito occupi una posizione centrale. 

In quest’opera, “mito” è un termine dal significato duplice, perché si riferisce sia al contesto romanzesco come portato della letteratura, sia allo specifico “mito urbano” che è il fulcro della trama.

Non evasione dalla realtà, ma il suo doppio più inquietante. Il modo in cui una città metabolizza le proprie paure, trasforma una vicenda in leggenda e finisce per non distinguere più ciò che è realmente accaduto da ciò che aveva bisogno di credere.

Ed è così che Il fiume Erinnio è molto più di un luogo della narrazione. Come ogni fiume, separa e unisce, conserva e trascina via. È il confine fra ciò che è accaduto e ciò che viene ricordato, fra la verità dei fatti e quella, inevitabilmente più sfuggente, della memoria. Il richiamo alle Erinni, le divinità della vendetta della mitologia greca, aggiunge un ulteriore livello di lettura, laddove  il passato non scompare, continua a reclamare ascolto, a chiedere conto delle colpe, delle omissioni, dei silenzi. Il fiume diventa così una corrente morale oltre che narrativa, un luogo in cui le coscienze sono costrette a confrontarsi con ciò che avevano creduto di poter lasciare alle spalle. Attraversarlo significa accettare che nessuna esperienza vissuta si dissolve davvero.  Cambia forma, riaffiora, riemerge quando meno ce lo aspettiamo, ricordandoci che la memoria, proprio come l’acqua, trova sempre una strada per tornare in superficie.

Se li ricorda bene gli anni ‘8o? È come se la rivedessi davanti a me, mentre beve il suo tè seduta al tavolo della cucina, dove mi ha seguita nel tentativo di spiegarmi lo scopo della sua visita. La prima domanda che mi ha rivolto è stata questa, se mi ricordassi “bene” gli anni ’80.

Anche e soprattutto il tempo si fa tessuto narrativo. Gli anni Ottanta non vengono evocati attraverso la nostalgia, bensì restituiti come territorio emotivo ancora aperto, luogo dove tutto sembrava possibile e tutto, allo stesso tempo, poteva andare perduto. 

Non mi piace idealizzare il passato, specialmente il passato a cui ho preso parte.

Allo stesso modo l’età delle origini, l’adolescenza, non è descritta come il tempo felice dell’innocenza, bensì come il momento in cui si comincia lentamente a perdere quella naturale apertura al mondo che appartiene all’infanzia. 

E a essere sincera, mettendola così, non sono sicura che “noia” sia la parola adatta. Forse era qualcos’altro ciò che provavamo, era qualcos’altro che ci stava succedendo, e forse è qualcos’altro che succede in generale a quelle età, le età delle origini. Sa, mio figlio quando era un bebè si svegliava con un gran sorriso, poi crescendo ha smesso, e ormai si sveglia come tutto il resto del mondo. Noi lo stadio del sorriso spontaneo l’avevamo sorpassato da tempo.

Straordinario, trovo,  è poi il modo in cui viene raccontata l’amicizia femminile. Non come semplice legame affettivo, ma come geografia dell’identità. L’immagine delle quattro ragazze che insieme diventano un’isola è una delle metafore più belle del romanzo. 

Noi quattro assieme costituivamo un’isola. (…) loanna era il centro abitato, la Chora, dove svernare per stare in compagnia. Sofia era la spiaggia, luogo di relax e spensieratezza. lo ero la chiesetta bianca, credo: visitarmi era facoltativo, ma auspicabile. Avevo un ruolo, un significato, davo chiaramente un senso al paesaggio, Rahil – e qui bisogna riflettere: cos’era Rahil? Forse l’orizzonte. Cioè il limite del nostro mondo, visibile da ogni punto della relazione aperta che avevamo con esso. Non c’era verso, qualunque cosa si avvicinasse a noi doveva prima varcare la linea dell’orizzonte. L’orizzonte ci avrebbe avvertito, in qualche modo.

Ognuna rappresenta una parte indispensabile del paesaggio interiore dell’altra, fino alla figura di Rahil, definita come l’orizzonte, cioè il confine stesso del loro mondo. È una suggestione di rara profondità ed eleganza, perché suggerisce che alcune persone non occupano soltanto uno spazio nella nostra vita,  ne determinano i limiti, la prospettiva, perfino ciò che siamo in grado di immaginare oltre noi stessi.

Rahil ci spronava per tutto, in generale. Era lei la forza motrice, e spesso se tacevamo una cosa era solo ed esclusivamente per non deluderla. Se devo essere sincera, direi che Rahil è il movente conscio e inconscio delle decisioni che prendo ancora oggi.

C’è poi un’altra dimensione che attraversa e regge  tutta la narrazione, quella della città. Atene non è mai un semplice scenario. È un organismo vivente, stratificato, attraversato dalla storia, dalle rivolte, dalla memoria collettiva. 

Coltivavo la loro naturale curiosità. Li avevo portati al Politecnico, perché vedessero il luogo dell’abominio e capissero quattro cose basilari sulla repressione all’epoca della Rivolta. Eravamo andati al Museo Archeologico, a visitare il Parlamento, i Giardini Nazionali – che loro conoscevano ancora con il nome di Giardini Reali – ma li portavo anche altrove, alla necropoli del Ceramico, al Cimitero Monumentale, a vedere i bordelli di via Filis…

E.G: Ibordelli?

I.N-K.: Eh, che devo dirle… A me interessava che vedessero tutto e capissero che la storia è una cosa viva, che determina, modellandola, la topografia della città. 

I luoghi non custodiscono soltanto il passato, continuano a modificarci.

La scrittura procede con naturalezza, ma sotto la superficie conserva una densità sorprendente. Ogni dialogo contiene un’eco che continua a rispondere molte pagine dopo. Dimitrakaki non cerca mai l’effetto spettacolare, preferisce insinuare dubbi, lasciare spazi vuoti, affidarsi all’intelligenza del lettore.

A fine lettura,  la piena consapevolezza di aver attraversato un romanzo che evoca  noir e mistero soltanto come punto di partenza. La vera indagine riguarda il rapporto fra memoria e identità, fra ciò che si ricorda e ciò che si sceglie, anche  inconsapevolmente,  di dimenticare. Perché ogni testimonianza racconta un fatto, ma soprattutto racconta chi si è diventati nel momento in cui si prova a ricordarlo.

Respira lentamente, sente che si sta riposando.

Sicura. Appagata. Con gli occhi chiusi. Con un sorriso, ampio e interiore. Spontaneo e invisibile. Incontenibile e protetto. Sprofondato in bocca.

Quattro testimonianze sul fiume Erinnio è un romanzo raffinato, colto senza sovraccarico, capace di fondere mito, storia, formazione e suspense in un’unica corrente narrativa. Come il fiume evocato dal titolo, trascina con sé ricordi, colpe e verità sommerse, lasciando al lettore il compito più difficile e allo stesso tempo stimolante. Capire se esista davvero una versione definitiva dei fatti o se, in fondo, ogni memoria sia sempre un racconto incompleto.

… c’era una strana energia in quel decennio, almeno qui ad Atene, altrove non so. Mi perdoni la similitudine, ma era come un fiore appena prima di appassire e di perdere i petali.

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Angela Dimitrakaki


Nata nel 1968 a Mitilene, sull’isola di Lesbo, è scrittrice, saggista e professoressa di Storia dell’arte moderna e contemporanea all’Università di Edimburgo, dove indaga come le trasformazioni del paesaggio urbano impattino sulle soggettività. La sua produzione narrativa comprende una raccolta di racconti e sei romanzi. È molto presente nell’attuale dibattito culturale greco ed europeo